La battaglia costituzionale e il ruolo dell’esercito
Radio Beckwith evangelica

Dopo un’interruzione di due settimane, riprendo a raccontare l’Egitto alla vigilia di una nuova grande manifestazione in piazza Tahrir, indetta principalmente dagli islamisti quando mancano, ormai, solo una decina di giorni alle prime elezioni libere del dopo-Mubarak. Per capire il perché di questa nuova milioniya bisogna tornare al 1° novembre, quando il Consiglio Militare ha reso noto il documento sui principi sovra-costituzionali, redatto dal vice premier Ali el-Selmi.

Nella vignetta, da destra a sinistra, il militare dice all’uomo, con un cenno alla Costituzione: “Figlio mio, ascolta… i principi sovra-costituzionali significano… che io ti porto la Costituzione e mi ci siedo sopra!”

Tale documento, che intende stabilire delle garanzie affinché la stesura della nuova Costituzione non diventi esclusiva delle forze politiche che otterranno la maggioranza in Parlamento, ha suscitato un vespaio di proteste. In testa agli oppositori, naturalmente, ci sono gli islamisti, i probabilissimi vincitori di tale maggioranza.
L’ira degli islamisti deriva dalla proposta, avanzata nel documento, che l’Assemblea Costituente sia formata soltanto per il 20% da membri del Parlamento, con un massimo di cinque rappresentanti per ogni partito. Il restante 80% dovrebbe invece essere eletto tra i rappresentanti della società civile, al di fuori del Parlamento. Chiaramente questa proposta è inaccettabile per gli islamisti, che contano di poter esercitare una pesante influenza sulla prossima Costituzione, grazie alla larga maggioranza che si aspettano di conquistare alle elezioni (si parla informalmente del 70%).

Ma non sono stati soltanto gli islamisti a infuriarsi, confermando l’allargarsi dell’opposizione al Consiglio Militare. Anche le forze secolari, infatti, hanno rifiutato il documento sui principi sovra-costituzionali, pur essendone i principali sostenitori (e beneficiari). Il motivo del rifiuto è legato al ruolo prominente che il documento concederebbe alle forze armate, in particolar modo al Consiglio Militare. Nella prima versione del documento, infatti, l’articolo 9 e 10 affermano il diritto, per i militari, di rinviare la nuova Costituzione al giudizio della Corte Costituzionale nel caso di violazioni di libertà elementari o di contraddizioni con la Dichiarazione Costituzionale emanata dal Consiglio Militare stesso. Inoltre, se la futura Assemblea Costituente non riuscisse a scrivere la nuova Costituzione entro sei mesi, il Consiglio Militare potrebbe costituire una nuova assemblea incaricata della missione. E non è finita: una clausola concede al Consiglio Militare l’esclusiva sul controllo del proprio budget e dei propri affari, non lasciando a nessuno la possibilità di interferire.

Questo tentativo del Consiglio Militare di imporsi arbitrariarmente come unico garante della Costituzione e di mantenersi a capo di uno stato nello Stato (o di uno stato sopra lo Stato, come ha suggerito qualcuno) ha compattato le forze politiche contro di sé. Ma i militari non possono permettersi di alienarsi le forze politiche, pertanto governo e Consiglio Militare hanno intrapreso una lunga trattativa per raggiungere un compromesso. Già il 3 novembre, Ali el-Selmi ha proposto l’emendamento degli articoli contestati, ponendo il budget dei militari sotto il controllo del Consiglio di Difesa Nazionale. Infine, gli articoli 9 e 10 sono stati abbandonati e il documento, pare, non sarà reso vincolante, ma costituirà una semplice guida. Il numero dei membri dell’Assemblea Costituente provenienti dal Parlamento e di quelli esterni sono stati lasciati indefiniti, mentre la discussione sull ruolo dell’esercito nel nuovo Egitto sarà probabilmente rimandata a dopo le elezioni. In queste ultime ore, prima della manifestazione di domani, si tenterà un’ulteriore mediazione con i Fratelli Musulmani per scongiurare una “rivolta islamista”, com’è stata più volte paventata.

E a proposito di islamisti, sembra chiaro, ormai, che l’idillio con i militari è finito. Questi ultimi paiono temere sempre di più l’ascesa dei primi, i quali si sono fatti più aggressivi nelle ultime due settimane, ritornando talvolta su posizioni estremiste, sia contro la minoranza copta sia contro i liberali, visti come miscredenti senza Dio. La scena egiziana, dunque, sembra dividersi oggi tra tre protagonisti principali: il Consiglio Militare, gli islamisti e le forze secolari. A questi poi si possono aggiungere i feloul, i “resti” del vecchio regime, principalmente gli ex del Partito Nazional Democratico, sul cui bando dalla politica è in corso una battaglia giudiziaria. Un tribunale di provincia, infatti, ne ha decretato l’esclusione dalle elezioni, ma la sentenza è stata poi capovolta dalla Corte Suprema.

La campagna elettorale è entrata nel vivo, accompagnata da timori crescenti di violenze durante le votazioni. La buona notizia è che potranno votare anche gli egiziani residenti all’estero (se non sbaglio sono circa dodici  milioni). La mia viva speranza, tuttavia, è che i copti vadano a votare in massa e non cadano nella trappola dell’astensione per non legittimare gli islamisti, che vanno invece combattuti. Se i copti voteranno potranno fare la differenza.

Nel frattempo, per capire il variegato panorama politico in prossimità delle elezioni parlamentari, date un’occhiata al file qui allegato, una mappa dei partiti politici, a cura di Jacopo Carbonari, scaricata dal sito The Arabist. Vi suggerisco anche un articolo sulle elezioni che ne dà (uno dei pochi!) una lettura positiva.

Domani, intanto, valuteremo il successo o meno della nuova milioniya islamista. Tuttavia, in piazza non ci saranno soltanto gli islamisti. Domani, infatti, sarà anche il compleanno di Alaa Abdel Fattah, il noto blogger ancora detenuto in carcere (assieme a tanti altri, tra i quali Michael Nabil) per il quale si sta mobilitando l’intera comunità internazionale. Il suo compleanno sarà l’occasione, per gli attivisti, di rinnovare le proteste contro i pocessi militari ai civili.

Scarica la mappa dei partiti politici in Egitto