Una nuova fiammata rivoluzionaria
Radio Beckwith evangelica

E’ stata un’altra lunga giornata di scontri e battaglie al Cairo, ancora molto lontana, per ora, dalla normalità. Nel momento in cui scrivo, infatti, piazza Tahrir è di nuovo occupata, il numero di persone lì radunate continua a crescere e nelle zone vicine sono ancora in corso degli scontri con la polizia. Adesso non si sa dove porterà, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, questa nuova fiammata rivoluzionaria che pur era nell’aria.

Ieri sera, dopo la grande manifestazione contro il potere militare, alcuni dimostranti hanno dato vita a un sit-in. Pochissime persone, per la verità. Non più di 500. Nella mattinata di oggi, tuttavia, piazza Tahrir è stata sgomberata con la forza, come è già successo tante volte in passato, con la solita brutalità. Quel che ha colpito e indignato, però, è stato veder picchiare i feriti della rivoluzione, feriti così due volte. Questo è stato troppo per i manifestanti, che hanno cominciato a difendersi con le pietre, chiamando a raccolta altra gente. In un primo momento i dimostranti hanno avuto la meglio, riuscendo a mettere in fuga le Forze della Sicurezza Centrale, quelle stesse che erano state sonoramente sconfitte il 28 gennaio. Ironia della sorte, oggi era il primo giorno, dai tempi della rivolta di gennaio, che dirigevano in prima persona uno sgombero. Dopo la caduta di Mubarak, l’iniziativa era sempre stata lasciata nelle mani dell’esercito o della polizia militare, mentre le FSC si erano limitate a coadiuvare le operazioni.

Tuttavia, la sconfitta delle FSC è stata temporanea. Hanno aspettato i rinforzi – incluso un buon numero dibaltagheya – è hanno attaccato di nuovo, facendo un uso massiccio di gas lacrimogeni (made in USA, ancora peggiori di quelli usati a luglio, a loro volta peggiori di quelli di gennaio) e proiettili di gomma (questa volta made in Italy, è bene dirlo). Secondo uno schema visto già numerose volte, quando lo scontro si è gravemente inasprito, il numero di manifestanti ha iniziato a crescere. Altre persone, infuriate per la violenza delle odiate FSC, sono accorse in aiuto dei dimostranti già in lotta e lo scontro si è fatto sanguinoso. Le FSC hanno cominciato ha lanciare lacrimogeni e pallottole di gomma dritto in faccia ai manifestanti, causando molti feriti (per ora si parla di più di trecento, ma è probabile che saranno di più, tenendo conto di coloro che non si sono recati in ospedale per paura di essere arrestati). Un fotografo di al-Masry al-Youm e un blogger attivista sono stati feriti a un occhio. Il blogger l’ha purtroppo perso del tutto.

In sostanza, si è ripetuto lo scenario del 28 gennaio, il “giorno della collera”, soltanto con un numero inferiore di dimostranti. Per ora, almeno. Si è rivista persino la scena di una preghiera, sul ponte di Qasr al-Nil, con i fedeli musulmani protetti dai copti, tutti quanti in mezzo ai gas lacrimogeni. Nel frattempo, la TV di Stato ha fatto come sempre il suo sporco lavoro, diffamando i manifestanti ancora una volta: “Tutti baltagheya, gente che ha un piano per far saltare le elezioni, di certo non i veri rivoluzionari di gennaio!” Invece, erano proprio gli stessi di gennaio. La cosa più interessante è che i giornalisti della TV di Stato, per giustificare ogni repressione delle proteste, hanno preso ad esempio i democratici paesi occidentali e i movimenti che recentemente li hanno scossi (Occupy Wall Street, i verdi in Germania, ecc.).

A questo punto, comunque, hanno cominciato a giungere le prime dichiarazioni di solidarietà con la piazza e i primi inviti a unirsi ai manifestanti, persino da parte degli islamisti, salafiti e Fratelli Musulmani, che non avevano aderito al sit-in di ieri sera. E’ questa forse la più grande novità: gli islamisti tornano in piazza assieme agli altri, e allora se ne vedranno delle belle, forse.

Gli scontri sono durati per ore, fino a sera, finché le FSC si sono improvvisamente ritirate e i manifestanti hanno riconquistato piazza Tahrir. A quel punto, le persone presenti erano diventate 10.000. I numeri, adesso, stanno ancora crescendo. Anzi, nelle altre città egiziane (Alessandria, Sohag, Asiut, Mansoura, Suez…) sono esplose altrettante proteste in segno di solidarietà con i manifestanti di Tahrir. A Suez, in particolare, la rabbia è scoppiata con forza: tutti i poster elettorali sono stati strappati. La rivolta sembra di nuovo dilagare in Egitto, proprio a ridosso delle elezioni, che qualcuno ora dubita potranno tenersi davvero in questo clima.

Piazza Tahrir, dunque, è di nuovo unita contro il potere militare? Troppo presto per dirlo. Per ora ciò che è successo è stato piuttosto una reazione, non un piano ben preciso, ma del resto è stato un po’ così anche a gennaio. La protesta è andata gonfiandosi spontaneamente e saranno le prossime ore a determinare il corso degli eventi. Non c’è dubbio, però, che gli scontri di oggi rappresentino un crescendo non trascurabile. La solidarietà degli islamisti, inoltre, è un salto di qualità notevole. In questo momento, gira la notizia di una marcia salafita che sta convergendo su piazza Tahrir, per raggiungere i giovani attivisti che sono già là.

E su questo sfondo caotico, sono stati resi noti i risultati dell’indagine del Ministero della Giustizia sui finanziamenti stranieri alle ONG egiziane. Ebbene, i maggiori beneficiari degli aiuti stranieri sono i salafiti dell’associazione Ansar al-Sunna, che hanno ricevuto 50 milioni di dollari in un anno dal Qatar e dal Kuwait. La seconda maggiore beneficiaria è la fondazione caritatevole della moglie di Alaa Mubarak, uno dei figli dell’ex dittatore. Tale associazione è stata abbondantemente finanziata da Oman ed Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda il Movimento 6 Aprile, primo obiettivo originario dell’indagine del Ministero, si è invece scoperto che non ha incassato nulla da paesi esteri. Ora il Movimento 6 Aprile ha chiesto al Consiglio Militare scuse ufficiali per averli accusati ripetutamente di essere al soldo di finanziatori stranieri.

Preoccupa, invece, la notizia data dal vice premier e Ministro delle Finanze, Hazem al-Biblawi, che l’Egitto possa riconsiderare l’idea di accettare un prestito dal Fondo Monetario Internazionale. Il debito locale, infatti, è aumentato ulteriormente. Ma adesso bisogna tornare a seguire la nuova ondata di proteste.