Un’unica richiesta: la fine del governo militare
Radio Beckwith evangelica

Un altro venerdì di piazza oggi, che ha inaugurato – a detta di alcuni – la terza ripresa della rivoluzione egiziana (la seconda era stata l’8 luglio con il sit-in delle forze secolari). Il “venerdì dell’unica richiesta”, i cui leader sono stati senza dubbio gli islamisti, non è stato tuttavia una riedizione della milioniya salafita del 29 luglio scorso.

Le cose, questa volta, non sono così semplici. Alla manifestazione di oggi, infatti, hanno partecipato anche molti “secolari”, tra i quali il Movimento 6 Aprile, la pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Said”, il movimento Kefaya, Ayman Nour e il Ghad, il Partito Laburista Democratico e il Partito dell’Alleanza Popolare Socialista. Tra gli islamisti, poi, i salafiti sono stati solo una parte, anche se si sono fatti notare per i consueti slogan in favore della sharia, all’insegna de “Il Corano è la nostra Costituzione”. Tuttavia, erano presenti anche gli islamisti progressisti, come Abdel Moneim Abul Futuh e il partito Wasat.

Ad accomunare tutti questi manifestanti è stata, come dice il titolo stesso della giornata, un’unica richiesta: il passaggio di poteri dal Consiglio Militare a un governo civile entro il prossimo aprile. A tale richiesta gli islamisti hanno naturalmente aggiunto l’abolizione del documento sui principi costituzionali, ma fondamentalmente la piazza si è ritrovata unita soprattutto nel domandare la fine del governo militare. “Abbasso, abbasso il governo militare!” e “Uno, due, tre… Il passaggio di poteri dov’è?” sono stati gli slogan più scanditi, assieme al grande ritorno di altri due slogan, diventati famosi durante la rivolta di gennaio: “Il popolo vuole la caduta del regime” e “Pane, libertà e giustizia sociale”. Alcuni salafiti hanno persino dichiarato l’intenzione di dare il via a un sit-in, che ora non considerano più – guarda caso – un’azione haram, come al tempo del sit-in dei liberali.

Per carità, la diffidenza provata dai “secolari” nei confronti degli islamisti che, fino all’altro ieri e per motivi del tutto opportunistici, sottoscrivevano ogni decisione del Consiglio Militare, non si è affatto spenta. Tuttavia, mi ha sorpreso constatare la loro sostanziale tolleranza e apertura verso i “rivali”. Non si è avvertito un clima di scontro, ma piuttosto un desiderio di collaborare di nuovo, come ai primi tempi di piazza Tahrir, su proposte basilari concrete. Una specie di timida tregua, insomma. Il perdente, in tutto questo, sembra dunque essere il Consiglio Militare, che ormai si è alienato le forze liberali, i copti e infine gli islamisti, non si capisce se agendo in malafede o per pura incapacità politica. Pare chiaro, tuttavia, che il paese, prima ancora di preferire un governo secolare o islamico, ne ha più che abbastanza del regime militare.

Il successo della manifestazione, comunque, è stato innegabile, con centinaia di migliaia di persone. Gli islamisti, approfittando come sempre della loro capillare organizzazione, sono accorsi in massa da ogni regione dell’Egitto a bordo di numerosi bus. Diversi palchi sono stati montati, in diversi punti della piazza. La sicurezza, anche questa volta, è stata lasciata in mano ai manifestanti, mentre le forze di polizia e i militari sono state ritirate. C’è stato anche spazio per la solidarietà con la Siria, la cui bandiera, a un certo punto, si è snodata per decine di metri nella piazza. Alle sei di sera, poi, è iniziata la celebrazione del compleanno di Alaa Abdel Fattah, il blogger imprigionato a Tora. Adesso, invece, è ora di scoprire chi deciderà di rimanere nella piazza per il sit-in e chi sceglierà di tornare a casa. I numeri stanno comunque diminuendo drasticamente.

  

Intanto, un gruppo di intellettuali ritenta la sorte e propone una nuova tabella di marcia da sottoporre ai militari, approfittando del successo della manifestazione di oggi. Le tappe del nuovo programma prevedono: la cancellazione delle elezioni parlamentari, seguita dalla creazione di un consiglio di salvezza nazionale; l’elezione di un’Assemblea Costituente (come in Tunisia) che scriva la nuova Costituzione; le elezioni presidenziali e il pieno passaggio di poteri a un governo civile; infine le elezioni parlamentari. In sostanza, si propone di fare tabula rasa e ricominciare da zero… Tra i promotori di questa nuova tabella di marcia ci sono Mohammed el-Baradei e Alaa al-Aswani. Ma come risponderà il Consiglio Militare nei prossimi giorni?