Siamo daccapo?
Radio Beckwith evangelica

La sensazione di déjà vu è stata forte oggi, insistente. Gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, iniziati ieri, sono ripresi in mattinata, aggravandosi. Le violenze di ieri avevano già causato due morti, uno dei quali ad Alessandria: uno dei fondatori della Corrente Egiziana, il partito che rappresenta la gioventù dei Fratelli Musulmani.

Il ragazzo che si vede nella foto è Ahmed Harara. Il 28 gennaio 2011 ha perso un occhio negli scontri con la polizia. Ieri è stato colpito all’altro occhio e oggi è stato sottoposto a un’operazione. Purtroppo non ha avuto fortuna, ha perso anche l’altro occhio e con questo la vista. Tuttavia – dice chi l’ha visitato in ospedale – non ha perso il sorriso.

Queste violenze, tuttavia, non hanno fatto altro che indurire la resistenza dei giovani, nonostante il generale Fangary abbia detto di loro che non rappresentano il popolo egiziano e che i feriti della rivoluzione picchiati dalle forze di sicurezza, in realtà, sono pagati da stranieri. Il Ministro degli Interni è invece giunto a dire che a sparare sono stati i civili, non la polizia. Da notare che il giovane di Alessandria sembra essere stato ucciso proprio da un cecchino. In piazza Tahrir, questa mattina, sono anche giunti alcuni candidati presidenziali islamisti, sebbene sia i salafiti sia i Fratelli Musulmani, pur condannando l’eccessivo uso della violenza da parte delle forze di sicurezza, abbiano mantenuto una posizione prudente e piuttosto neutrale. Déjà vu, appunto.

Nonostante ciò, piazza Tahrir non si è affatto svuotata, attirando numeri sempre maggiori di persone. La battaglia, tuttavia è inizialmente continuata nelle strade laterali, finché non vi è stata la terribile escalation delle cinque del pomeriggio. A quell’ora, le Forze di Sicurezza Centrale e l’esercito hanno sferrato un micidiale attacco congiunto per sgomberare la piazza e da quel momento siamo di nuovo al bollettino di guerra, come a gennaio. La piazza è stata inondata da gas lacrimogeni velenosi, mentre chiunque si trovasse nei paraggi è stato malmenato senza pietà. Gli ospedali da campo, che già versano in condizioni difficilissime, sono stati colpiti anch’essi dai lacrimogeni e i medici sono stati aggrediti a loro volta. Moto, biciclette e quant’altro si trovava nella piazza sono stati incendiati, tanto che, a un certo punto, l’unico commento dei giovani presenti sul posto è stato: “Tahrir brucia!”. Naturalmente sono scattati arresti di massa, forse una cinquantina di persone. Anche Buthayna Kamel, l’unica candidata donna alla Presidenza, in piazza da venerdì, è stata arrestata brevemente, quindi rilasciata (dopo una buona dose di molestie sessuali, come racconta lei stessa).

In mezzo al caos, si è cominciato – come sempre in queste occasioni – a domandarsi il perché di questo attacco. Qualcuno ha suggerito che sia stato lanciato dopo che l’esercito – raggiunto una specie di accordo con i Fratelli Musulmani sul documento dei principi sovracostituzionali, nel quale la parola “stato civile” è stata sostituita da “stato democratico” – si è assicurato che gli islamisti non si sarebbero uniti alle proteste. Altri già ipotizzano che questa violenza serva a provocare la reazione della piazza e poi abolire le elezioni. Tutte teorie che lasciano il tempo che trovano, per ora.

  

Poi, inaspettatamente, l’esercito e le FSC si sono ritirate, lasciando campo libero ai manifestanti che hanno subito riconquistato la piazza, sconvolti, ma ancora combattivi. Il numero di feriti ha di gran lunga superato il migliaio, mentre i morti ufficiali, finora, si contano sulle dita di una mano, ma i testimoni oculari dicono di averne visti molti di più. Il governo si è immediatamente riunito con il Consiglio Militare, ribadendo, con un comunicato ufficiale, che le elezioni si terranno nelle date previste e che il Ministero degli Interni gode di pieno sostegno. Anzi, il governo ha altresì lodato la polizia per la sua capacità di “trattenersi” nel reprimere le manifestazioni. Tuttavia, il Ministro della Cultura, Emad Abu Ghazi, ha dato le proprie dimissioni per protesta, mentre diversi politici e partiti hanno sospeso la propria campagna elettorale. E nello stesso momento in cui questi gravi fatti accadevano, la TV di Stato, da un altro pianeta, trasmetteva documentari sulle bellezze dell’Egitto. Ahimé, un altro déjà vu.

Ma la dura repressione delle forze di sicurezza e dei militari è servita a scoraggiare i manifestanti? Tutt’altro. In piazza Tahrir, adesso, ci sono più persone di prima, più ostinate di prima, e la situazione si è fatta pericolosa e delicata. Inoltre, la piazza sembra essersi ricompattata attorno alla richiesta che i militari – e in particolare il feldmaresciallo Tantawi – lascino immediatamente il potere a un Consiglio di Salvezza Nazionale di civili. In piazza Tahrir, e in tutte le altre piazze egiziane solidali con i ragazzi del Cairo, è tornato a risuonare un vecchio slogan:Irhal!, vattene. Slogan accompagnato da un altro, ormai divenuto un grande classico: huwa yimshi, mish hanimshi(E’ lui che se ne va, noi non ce ne andiamo). Siamo daccapo? I ragazzi di piazza Tahrir, tuttavia, per ora non hanno dalla loro parte i numeri di gennaio. Stanno rischiando grosso ma, come vado ripetendo fino allo sfinimento, gli egiziani, soprattutto i giovani, hanno superato la paura. Sono letteralmente pronti a morire per ciò in cui credono. Preghiamo che non ce ne sia bisogno.