Al cuore della questione
Radio Beckwith evangelica

La notizia è appena arrivata, il governo Sharaf si è dimesso in blocco, ma non si è ancora sicuri se il Consiglio Militare abbia rifiutato o meno le dimissioni (per ora si propende per la prima ipotesi). L’euforia – a dire il vero contenuta, perché il governo Sharaf è considerato un fantoccio dei militari – è durata poco.

Nemmeno l’altra notizia di oggi, riguardante la proposta di un disegno di legge per bandire dalla politica – finalmente! – gli ex del Partito Nazional Democratico, ha suscitato grandi entusiasmi. Ovviamente, ha un po’ sollevato il morale dei manifestanti, alla fine di una lunghissima terza giornata di scontri, pressoché ininterrotti da sabato mattina. Tuttavia, i giovani di Tahrir sono andati oltre, ormai, decisi più che mai a bandire dalla politica l’intero Consiglio Militare. Il sangue versato in questi giorni da parte delle forze di sicurezza non permette di tornare indietro facilmente.

Per tutta la giornata, infatti, sono continuate dure battaglie nei pressi di piazza Tahrir, soprattutto in via Muhammad Mahmoud, dove si trova il vecchio campus dell’Università Americana. La piazza, invece, è rimasta relativamente tranquilla, se si fa eccezione per i fumi dei lacrimogeni che sono penetrati ovunque. Lacrimogeni pericolosissimi secondo gli esperti, paragonati a vere e proprie armi chimiche. Ma dall’esperienza si impara e ora circolano istruzioni su come combatterne gli effetti (i vecchi antidoti sembrano non funzionare più con questo tipo di gas). Morti e feriti hanno continuato ad arrivare a ritmo costante negli ospedali da campo, spesso in ginocchio per mancanza di medicine, bende, attrezzi chirurgici, sangue, ecc. Si parla, in questo momento, di più di trenta morti e migliaia di feriti, tuttavia temo che siano stime piuttosto basse.

Eppure, nonostante l’enorme e concreto pericolo di perdere la vita, il numero di manifestanti ha continuato a crescere durante la giornata, sia al Cairo sia in tutte le altre province egiziane. In piazza, come a gennaio, c’è veramente ogni tipo di persona. In prima linea si distinguono i ragazzi di strada, giovanissimi, e tanti poveri. Poi ci sono blogger e attivisti, il motore originario della rivolta, affiancati da diversi salafiti che hanno disobbedito all’invito dei propri leader di tenersi lontano dalle piazze. Ci sono i Fratelli Musulmani, naturalmente, specie i giovani. E ci sono anche i cristiani ovviamente. Un esempio per tutti è stata la sorella di Mina Daniel, il militante copto ucciso durante il massacro al Maspero del 9 ottobre. In piazza Tahrir, o poco lontano, si è risentito lo slogan: “Cristiani, musulmani, una sola mano”. In effetti sembra di assistere a una rinnovata fase di solidarietà inter-religiosa contro i militari. Il blogger The Big Pharaoh, oggi, ha riportato il commento di un altro utente di Twitter che ha udito un barbuto salafita (di quelli che fanno paura!) mentre diceva a qualcuno, al telefono: “Ci sono tante ragazze senza velo, ya sheykh! Ma sono coraggiose e ci aiutano durante gli attacchi con il gas”. E a rendere l’atmosfera surreale sono arrivati gli ultras, che rispondono ai lacrimogeni della polizia con i fuochi d’artificio, come se fosse una festa.

Nella piazza, ad affrontare botte, pallottole di gomma e lacrimogeni (sono persino tornati i cecchini, ahimé) c’era anche anche Ahmed Harara, il ragazzo che ha perso entrambi gli occhi nelle proteste, il primo a gennaio e il secondo ieri l’altro. Appena uscito dall’ospedale è andato a Tahrir, incurante della morte come i tanti ragazzi che scrivono sul proprio corpo i numeri di telefono dei propri familiari, caso mai fossero uccisi e ci fosse bisogno del riconoscimento. Difficile spuntarla contro questa determinazione e questo disperato bisogno di libertà. E per finire, in piazza c’era anche Leila Soueif, la madre del blogger Alaa Abdel Fattah, ora detenuto in prigione per aver rifiutato di rispondere alla Procura Militare, della quale ha contestato l’autorità. La donna, in sciopero della fame, ha guidato una marcia di 5.000 persone in piazza Tahrir. Ma oggi ci sono state tante altre marce, ad esempio quella dei medici, che hanno portato rinforzi e medicinali agli ospedali da campo, oppure quella degli studenti. Piano piano, le poche centinaia di manifestanti rimasti accampati in piazza Tahrir dopo la milioniya di venerdì scorso ne stanno trascinando altre migliaia a protestare.

  

Come ha risposto l’esercito? Negando di aver mai dato ordini ai soldati di sgomberare piazza Tahrir con la forza. Secondo il portavoce militare, infatti, i soldati avrebbero agito di loro spontanea iniziativa. Come se nell’esercito esistesse la spontanea iniziativa… L’esercito ha quindi aggiunto di essere pronto a difendere i manifestanti, se questi lo chiedessero. Infine, il tam tam sul rifiuto o l’accettazione delle dimissioni del governo, ha confermato quanto questo sia incapace, da solo, persino di abbandonare le proprie funzioni. Nel frattempo, il silenzio degli USA si è fatto sentire per tre giorni, finché oggi è stato interrotto da una dichiarazione della Casa Bianca che ha lasciato del tutto indifferenti, generica e prudente, molto simile a quelle dell’inizio della rivolta di gennaio.

Analogamente, le forze politiche sono state criticate per la loro lentezza e debolezza nel rispondere alle violenze di Tahrir. Gradualmente, tuttavia, si è registrato uno spostamento delle loro posizioni. In particolare, Mohammed el-Baltaghy, esponente del partito Libertà e Giustizia, ha fatto sapere nel pomeriggio che sarebbe sceso in piazza anche lui, assieme ai Fratelli Musulmani (per lo meno quelli che aspettavano una direttiva della leadership), scusandosi inoltre per il ritardo. In effetti ha provato a entrare in piazza Tahrir, ma ne è stato cacciato, tra le proteste di qualche manifestante che avrebbe preferito raccogliere quanta più gente possibile, anche gli ipocriti.

Nonostante ciò, ce n’è tanta di gente in piazza Tahrir, e si sta riempiendo ancora. Domani, infatti, è stata indetta una manifestazione del milione, come ai tempi di gennaio. Sarà un test importante. Il Movimento 6 Aprile, appoggiato da tanti altri, ha dichiarato che non lascerà la piazza finché il Consiglio Militare non lascerà il potere. Déjà vu, come dicevo ieri. Le dimissioni del governo comunque non soddisfano più. La mossa della sostituzione del governo era già stata tentata da Mubarak a gennaio ed è un copione ormai classico delle rivolte arabe. Lo slogan preferito dai manifestanti ora è: “Polizia, esercito , una sporca mano”. Siamo giunti, dopo mesi di attesa, al cuore della questione. Qualunque cosa succederà domani (o stanotte, momento pericoloso), per ora l’umore è tornato alto nelle piazze egiziane. Persino il senso dell’umorismo, sparito per giorni in mezzo alle innumerevoli richieste di soccorso e ai giovani che cadevano come mosche, riemerge poco a poco. Già gira voce che Omar Suleyman annuncerà presto il passaggio di poteri del Consiglio Militare a… Mubarak.