Il turno degli islamisti
Radio Beckwith evangelica

Lo spoglio delle schede elettorali sta procedendo a pieno ritmo. Anche se i risultati ufficiali saranno annunciati solo domani, è già chiaro che si profila una netta vittoria islamista, come da programma. Ricordo che si tratta del primo turno delle elezioni parlamentari per l’Assemblea del Popolo, che sarà seguito da altri due turni, l’ultimo dei quali a gennaio. Questa tornata (che prevede i ballottaggi il 5 dicembre) ha coinvolto nove governatorati: il Cairo, Alessandria, Damietta, Kafr el-Sheykh, Fayyoum, Port Said, Assiut, Luxor, Mar Rosso. 

Il cartello dice: “I militari si rifiutano di ascoltare la mia voce da una grande piazza, come potranno ascoltarla dalle urne?”

Tenuto conto che il Cairo e Alessandria messe insieme contano più di venticinque milioni di abitanti, su un totale di circa ottanta milioni, questa prima tornata elettorale è un bel test. Le grandi megalopoli, inoltre, erano quelle con più chances per i liberali. Ma non c’è bisogno di aspettare i risultati finali per sapere che gli islamisti hanno vinto, anche se con varie sfumature a seconda dei distretti (che sarà interessante analizzare nei prossimi giorni). In molte zone la vera battaglia è stata tra Fratelli Musulmani e salafiti, mentre i liberali (sostanzialmente la coalizione del Blocco Egiziano) è rimasta indietro. La Rivoluzione Continua, cioè la coalizione più espressiva dei giovani del 25 gennaio, risulta essere la più penalizzata. Anche questo come da programma.

Ora, assodata la vittoria islamista al primo turno (ed escludendo un recupero miracoloso dei liberali ai prossimi turni), cominciano a delinearsi alcuni scenari degni di attenzione, che probabilmente domineranno la scena politica nei prossimi mesi. Ne vedremo delle belle, credo. Il primo scenario è quello di un braccio di ferro – già iniziato, per la verità – tra Fratelli Musulmani e Consiglio Militare sulla formazione del prossimo governo. Entrambi rivendicano il diritto di nominarlo, i primi perché legittimati dalla vittoria elettorale, i secondi perché rivestono le funzioni di Presidente della Repubblica (e l’Egitto, fino a prova contraria, è ancora una repubblica presidenziale). Il secondo scenario è quello che vede i Fratelli Musulmani svolgere il ruolo del “centro moderato” nel prossimo Parlamento: a destra i salafiti e a sinistra i liberali/secolari. Come ha fatto notare Issandr al-Amrani nel suo blog, l’entità della vittoria salafita sarà tra i dati più interessanti di queste elezioni, perché determinerà fortemente la politica dei Fratelli Musulmani, con i quali condividono l’elettorato. Più i salafiti saranno forti, più è probabile che i Fratelli Musulmani si sposteranno su posizioni estremiste. Viceversa, se i salafiti saranno più deboli, i Fratelli Musulmani saranno più propensi ad adottare una politica moderata, seppur conservatrice.

E mentre i Fratelli Musulmani, in particolare, si godono questo momento storico, dopo decenni di persecuzioni, i liberali esprimono sgomento, anche se c’era da aspettarselo. Oggi, sui social networks, la preoccupazione si è espressa soprattutto attraverso lo scherzo e il sarcasmo (“Tiriamo fuori i cammelli!”). Ma c’è stato anche chi ha ridimensionato la sconfitta come un fatto inevitabile, perché gli islamisti hanno lavorato duro, in questi anni, per prepararsi a questo istante di gloria. I liberali, invece – anche questo viene loro ricordato – non hanno fatto nulla per restare in contatto con la “strada”, persi nelle loro discussioni infinite sulla laicità dello stato, argomento poco sentito (e per nulla compreso) dalla stragrande maggioranza degli egiziani, impegnati piuttosto a raccattare qualcosa da mangiare ogni giorno.

I meno preoccupati per la vittoria islamista sembrano proprio i boicottatori delle elezioni. Infatti, molti ritengono che questo Parlamento non avrà autorità alcuna, perché sottoposto ai militari, oppure che lasciare agire gli islamisti sia la via più breve per toglierseli di torno, nella convinzione che la loro ipocrisia e il loro opportunismo politico saranno presto svelati pubblicamente a tutti, con un fallimento clamoroso del loro governo. Ma ci sono anche altre opinioni, come quella della candidata Gamila Ismail, che ha scritto su Twitter: “Non è importante chi vince, ma come si vince”. Ovverosia, non importa chi è il vincitore, ma che il sistema che lo ha portato alla vittoria sia una reale competizione democratica. Su questo punto, tuttavia, esistono numerosi dubbi. Un tweet di @NNegma, ad esempio, ha inquadrato la situazione con poche parole: “Un governo dimissionario sovrintende a delle elezioni illegittime di un parlamento provvisorio senza alcuna autorità, elezioni nelle quali la gente vota in favore di coloro che affermano che la democrazia è haram“. Il dibattito continuerà e senza dubbio si infiammerà ancora di più nei prossimi giorni.

E piazza Tahrir? Sempre meno affollata, nei giorni scorsi è rimasta a guardare. Il sit-in continua, ma appare indebolito. Il plauso per le forze armate e la polizia, che solo qualche giorno fa erano fortemente sotto accusa, è stato generale, avendo gestito le elezioni pacificamente e tutto sommato correttamente. Eppure ieri sera, appena chiusi i seggi, piazza Tahrir è stata attaccata violentemente dai baltagheya. Come previsto del resto, perché è uno schema ripetuto. Appena i numeri calano, la piazza si inquina e iniziano gli attacchi, che spesso precedono uno sgombero violento. Non se ne è parlato molto in mezzo al fermento elettorale, tuttavia i feriti degli scontri di ieri sera sono stati 108. Certo non pochi. Tahrir, allora, prova a rispondere, chiamando a una nuova manifestazione, per venerdì prossimo, in onore dei martiri della settimana passata.

Nel paese si sta profilando un confronto tra Consiglio Militare e Parlamento (il che equivarrà, molto probabilmente, a uno scontro militari-islamisti), ma nessuno dimentichi il terzo incomodo, cioè proprio piazza Tahrir, perché la piazza è il vero elemento di novità che la cosiddetta Primavera Araba ha portato alla luce. E i liberali che ruolo avranno in tutto questo? Beh, avranno molto da lavorare e su cui riflettere… Intanto è il turno degli islamisti. Poi, forse, se questi falliranno, toccherà a loro.