I risultati delle elezioni
Radio Beckwith evangelica

Con un giorno di ritardo, i risultati ufficiali del primo turno delle elezioni per l’Assemblea del Popolo sono stati annunciati ieri sera, in una conferenza stampa alla Tv egiziana tenuta dal presidente della Commissione Suprema per le Elezioni (CSE), Abdel Moezz Ibrahim (sentiremo ancora parlare di lui).

Ovviamente non c’è stata alcuna sorpresa nei risultati, che già erano abbondantemente trapelati in maniera non ufficiale nei giorni scorsi. La percentuale dei votanti è stata del 62%, su un totale di persone aventi diritto al voto di 13,6 milioni (per confronto, la popolazione egiziana è di circa 80 milioni di abitanti). I voti nulli sono stati il 6,5% (circa mezzo milione). Libertà e Giustizia, il partito ufficiale dei Fratelli Musulmani, si è aggiudicato il 40% dei voti, seguito dal partito salafita al-Nour con il 20% e dal Blocco Egiziano (coalizione liberale guidata dal Partito degli Egiziani Liberi) con il 15%. A distanza maggiore si piazzano il Wasat (partito islamista progressista, emanazione dei Fratelli Musulmani precedente alla rivoluzione) con il 6%, il Wafd (antico partito liberale dell’era mubarakiana) con il 5% e il Partito della Giustizia (centrista) con l’1%.

Questi gli unici risultati annunciati da Abdel Moezz Ibrahim, il quale ha anche lodato la percentuale di affluenza alle urne come “la più alta dai tempi dei faraoni”. Dopodiché ha concluso dicendo: “Basta così, ho finito la benzina, se volete sapere i dettagli dei risultati, fate riferimento al materiale fornito dalla Commissione”. E tanti saluti. Con queste due affermazioni, già diventate celebri, Abdel Moezz Ibrahim è entrato a far parte dei bersagli preferiti dell’ironia dei giovani di Tahrir…

Comunque, per quanto riguarda la quota di seggi eletta con il sistema maggioritario, soltanto quattro sono stati assegnati al primo turno, tutti gli altri dovranno aspettare i ballottaggi del 5 dicembre. Tra i quattro seggi assegnati vi è anche l’unico vinto da un candidato liberale: Amr Hamzawi, noto docente di scienze politiche e candidato del quartiere di Heliopolis, al Cairo. La divertente vignetta allegata è un buon riassunto della situazione (Hamzawi è simbolizzato dall’unico omino senza barba e con capigliatura folta). Hanno perso, invece, alcuni nomi celebri, come George Ishaq (fondatore del movimento Kifaya) e Gamila Ismail (ex moglie di Ayman Nour, con una lunga storia di opposizione al regime alle spalle). Inoltre, non è stata eletta nessuna donna. Anzi, probabilmente le donne saranno sostanzialmente escluse dal prossimo parlamento, visto che le quote rosa sono state cancellate e i partiti che hanno candidato delle donne le hanno messe quasi tutte nella parte bassa della lista, con chances praticamente nulle di essere elette (la nuova legge elettorale obbliga a inserire almeno una candidata donna nelle liste dei partiti, ma non obbliga a inserirle nelle prime posizioni).

 

Non c’è da stare molto allegri, dunque, e questo non solo per la vittoria degli islamisti, ma anche per l’esclusione delle donne e di quasi tutte le forze nuove del paese emerse da piazza Tahrir, che hanno reso possibile il cambiamento. Gli islamisti sono stati ai margini della rivoluzione di gennaio (anzi, i salafiti non hanno proprio partecipato), ma ora ne godono i frutti. Non c’è da stupirsi di questo, purtroppo. Ma non c’è nemmeno da strapparsi le vesti, la partita è appena incominciata. Gli islamisti, quando avranno la maggioranza in Parlamento, non potranno concentrarsi solo sulla loro amata sharia (e anche in questo caso troveranno forti opposizioni nel paese). Dovranno innanzitutto rispondere al paese con soluzioni concrete a problemi concreti e urgenti, riguardanti in primo luogo l’economia e la giustizia sociale. I Fratelli Musulmani, in generale, prediligono un’economia liberista (che piace tanto anche agli alleati occidentali), ma che cosa faranno di fronte alle rivendicazioni e agli scioperi dei lavoratori, che vanno moltiplicandosi nel paese? In politica estera vanno predicando da anni il sostegno alla lotta palestinese e un’opposizione decisa a Israele, sfruttando a piene mani l’argomento per raggranellare consensi, ma le forze secolari li accusano di fare solo parole. Ora che persino gli Stati Uniti hanno in qualche modo accettato il coinvolgimento politico degli islamisti, dando loro legittimità, decideranno di inimicarseli di nuovo con qualche iniziativa concreta contro Israele? Tanti problemi e tante scelte attendono al varco gli islamisti.

E molti liberali, scioccati dalla vittoria islamista – come se si fossero svegliati solo ora – già si allineano dietro i militari, così come molte potenze occidentali, felici di aver trovato un nuovo (si fa per dire) baluardo laico contro l’ascesa islamista e garante della stabilità (parola troppo abusata) in Medio Oriente. Piazza Tahrir perde consensi minuto dopo minuto, perché molti ritengono che l’emergenza islamista giustifichi il serrare le fila attorno alle forze armate, unica garanzia rimasta contro l’islamizzazione del paese. Eppure, eppure… c’è qualcosa che non va. In fondo è stato il Consiglio Militare ha tracciare una tabella di marcia per la transizione democratica che ha accontentato e favorito soprattutto gli islamisti. Gli emendamenti costituzionali che sono stati sottoposti a referendum nel mese di marzo 2011 sono stati redatti da una commissione a forte connotazione islamista, che è stata nominata proprio dal Consiglio Militare. Per mesi gli islamisti e i militari sono andati a braccetto. Forse perché gli islamisti sono considerati (anche dalle potenze occidentali, sospetto io) meno pericolosi e più malleabili delle forze realmente democratiche e laiche del paese? Dunque ho qualche dubbio sui militari come protettori della laicità dello Stato. E poi, forse proteggeranno la laicità dello Stato, ma di certo non sembrano proteggere i laici, cioè le persone in carne e ossa. Abbiamo già dimenticato i 12.000 detenuti civili nelle carceri militari, molti dei quali per reati di opinione, che sono più di quanti abbia mai imprigionato Mubarak durante il suo intero “regno”? Abbiamo dimenticato le centinaia di manifestanti rimasti vittima – gli ultimi solo una decina di giorni fa – a causa della repressione brutale delle forze di sicurezza e talvolta delle stesse forze armate? Abbiamo dimenticato le accuse di tortura (vedi ad esempio i famosi “test di verginità”) rivolte ai militari da numerose organizzazioni per i diritti umani? Abbiamo dimenticato che stanno continuando scandalosi episodi di censura dell’informazione (l’ultimo caso qualche giorno fa, quando è stata censurata l’edizione inglese di al-Masry al-Youm, a causa di un articolo che criticava il Consiglio Militare), così come i rapimenti di attivisti e altre forme di intimidazione? I militari e le forze dell’ordine sono riuscite a proteggere le elezioni, cosa di cui si vantano abbondantemente anche internazionalmente, perché allora non riescono mai a difendere i propri cittadini che manifestano in piazza?

Per questo piazza Tahrir ha deciso di continuare il sit-in (almeno finché non sarà di nuovo disperso con la forza), nonostante i venti contrari che soffiano su di lei in questo momento. Ieri è stato il giorno della manifestazione in ricordo dei martiri e di coloro che nelle scorse settimane hanno perso un occhio negli scontri con le forze di sicurezza. Per non dimenticare, i giovani di Tahrir hanno fatto sfilare delle bare simboliche e coperto i muri di via Muhammad Mahmoud di graffiti (vedi foto allegate). E in questi giorni sta circolando un video, di grande successo, che ricorda le violenze subite dai manifestanti da gennaio in poi, sempre per non dimenticare. Ecco il link al video, per chi vuole dargli un’occhiata:

Le immagini sono crude, come la realtà del resto, ma consiglio di guardare il video prima di cedere troppo facilmente alla tentazione di celebrare le forze armate come il garante della democrazia in Egitto o come il nuovo fidato alleato dell’Occidente. Questo errore è già stato commesso una volta. L’Egitto si merita di meglio della scelta tra militari e islamisti.