A colpi di conferenze stampa
Radio Beckwith evangelica

La risposta del Consiglio Militare alle accuse di eccessiva violenza sui manifestanti, è arrivata nella conferenza stampa di questa mattina. A parlare è stato il generale Adel Emara, di fronte a una platea di soli giornalisti egiziani, perché ai mass media internazionali è stato vietato l’accesso. Il generale Emara ha passato più di un’ora a difendere le forze armate, cominciando col dire che i soldati sono stati pesantemente provocati dai manifestanti con insulti irripetibili.

“Io avrei fatto questo? Ma no, è Photoshop!”

Probabile, ma anche se fosse, non dovrebbero essere addestrati a reagire professionalmente? Inoltre, secondo il Consiglio Militare, i manifestanti sono solo dei baltagheya. Ma anche se fosse, questo giustificherebbe un trattamento disumano nei loro confronti? E questi teppisti – ha continuato Emara – sarebbero manipolati da qualcuno che vuole distruggere lo Stato egiziano, seguendo la stessa tattica già usata al Maspero, durante la manifestazione dei copti (che sono stati schiacciati dai blindati militari), e negli scontri di via Muhammad Mahmoud. Questo complotto planetario, del quale i militari continuano a parlare, seguirebbe il seguente piano: aspettare una manifestazione pacifica, infiltrare gli agitatori e provocare i militari fino a suscitare la loro reazione, per potere poi sollevare l’opinione pubblica contro di loro e dividere il paese.

Sempre secondo il generale Emara, i manifestanti avrebbero distrutto le telecamere posizionate davanti al Parlamento per poterlo assaltare senza essere filmati. Alcuni bambini di strada, poi, sarebbero stati costretti a tirare le bombe molotov per i manifestanti. A dire la verità, le bombe molotov sono state tirate sul serio, tuttavia Emara ha sorvolato sul fatto che i soldati, nel frattempo, erano sui tetti a tirare blocchi di pietra sulla testa dei manifestanti. Neanche un accenno per tutta la conferenza stampa. Anzi, Emara ha nuovamente lodato l’incredibile self-control dei militari. “Pensate un po’ se avessero sparato sulla folla!” Già, pensate un po’. Eppure di morti e feriti d’arma da fuoco ce ne sono stati, ma naturalmente a sparare sono stati gli infiltrati. Per fortuna, Emara afferma almeno di essere dispiaciuto per la morte di qualche egiziano, persino per i baltagheya.

E sapete qual è la prova che i manifestanti intendevano scatenare una guerra? Il fatto che indossassero degli elmetti. Anche Mohamed Hashem, direttore della famosa casa editrice Merit, è colpevole di incitamento alla violenza, secondo Emara, perché è stato sorpreso mentre distribuiva questi elmetti ai manifestanti (cosa che lui ha confermato con orgoglio). Al generale proprio non passa per la mente che gli elmetti potessero servire a proteggersi dalle pietre che i suoi soldati tiravano dai tetti sulle teste delle persone?

Poi, Emara fa una gaffe, domandando: “Quale musulmano…” – (pausa) – “Quale egiziano accetterebbe mai di veder distruggere il Ministero degli Interni?”. Pertanto, la reazione un po’ eccessiva dei militari va compresa, considerando anche lo stress emotivo del momento (e in guerra che cosa farebbero allora? No, non voglio sapere). La novità, nel discorso di Emara, è l’accusa rivolta alla tv egiziana di aver fatto cattiva informazione, contribuendo ad alimentare le violenze, ad esempio annunciando che l’Accademia Scientifica era in fiamme prima ancora che fosse incendiata. Strana affermazione. Comunque, a questo punto, Emara commette anche un errore di arabo, secondo la giornalista Mona Anis, chiamando l’Accademia mogammaa (che è il centro amministrativo di piazza Tahrir), invece che con il nome corretto magmaa. Va beh, dopotutto Emara è un uomo d’armi, non di lettere.

I giornalisti presenti fanno domande tenere, senza infierire. A un certo punto, però, una di loro mostra un giornale straniero con la foto della donna spogliata dai militari mentre la picchiavano. Emara non si scompone, ammettendo a malincuore che la cosa è effettivamente accaduta, ma bisogna considerare le circostanze… Un’altra giornalista interrompe il generale con una domanda. Emara, allora, si arrabbia per tale impudenza e la minaccia di sbatterla fuori. E quando un’altra ancora chiede che l’esercito si scusi formalmente con tutte le donne per le diffuse molestie sessuali perpetrate dai soldati su di loro… colpo di scena! Arriva una comunicazione dell’intelligence che Emara legge in diretta, tra gli sguardi attoniti: “Esiste un piano per bruciare il Parlamento questo pomeriggio!”. E poi passa a mostrare video…

Emara mostra il video del comunicato n. 90, già diffuso ieri, integrato con altre immagini. Poi ne mostra un altro dove si vedono dei bambini per strada che accusano i manifestanti di essere tutti baltagheya, e via così… Intanto, nella notte, l’ennesimo tentativo di sgombero di piazza Tahrir (fallito) ha fatto altri tre morti.

La ciliegina sulla torta, tuttavia, è stata ieri, quando un certo generale Kato, di fronte ai manifestanti radunati sotto il palazzo del governo, ha proclamato convinto che “meriterebbero tutti di bruciare nei forni di Hitler”, parole poi riportate anche sul giornale al-Shorouk. Ecco, ora il panorama è completo.

Ma al fuoco mediatico del Consiglio Militare, i giovani manifestanti rispondono con le stesse munizioni, rincarando la dose. Il Movimento 6 Aprile indice una sua conferenza stampa per ribattere alle accuse di Emara immagine per immagine. Altri giovani lanciano una campagna di “interventi telefonici”, in tutte le trasmissioni radio e tv che discutono degli scontri in corso, per ribattere alle affermazioni di Emara parola per parola. I nuovi membri del Parlamento che avevano tentato di negoziare una tregua annunciano un sit-in finché i militari non cesseranno le violenze e si parla già di due milioniye: una venerdì prossimo, “per ristabilire l’onore della nazione”, e un’altra domani – della quale tuttavia ho letto la notizia solo fugacemente – di sole donne, infuriate per il comportamento dei militari nei loro confronti.

La battaglia continua, dunque.