La milioniya delle donne
Radio Beckwith evangelica

Sono giorni cupi in Egitto, le persone si chiedono dove stia andando il paese, senza sapere come uscire dalla crisi attuale. Se dovessi riassumere in poche parole la situazione, direi che il regime sta inesorabilmente rigenerando il proprio corpo, tentando di rigettare gli egiziani nella gabbia dalla quale erano appena usciti, tra l’incudine dello spauracchio islamista e il martello dello stato autoritario repressivo. Con una differenza rispetto a prima: un’indicibile sete di vendetta omicida, rivolta soprattutto verso quei giovani che hanno osato sfidarli e, in secondo luogo, verso chiunque gli sbarri la strada.

Solo così mi spiego la bestialità raggiunta utlimamente dall’esercito e dalle forze di sicurezza, che ora vanno d’amore e d’accordo. Anche questa notte, purtroppo, ci sono stati dei morti. Quattro in tutto, uno di loro quindicenne. Sui tetti di piazza Tahrir sono tornati ancora una volta i cecchini e hanno colpito.

Eppure, non è detta l’ultima parola. In tutta questa oscurità, oggi c’è stato un grande raggio di sole che ha risollevato gli animi: la marcia delle donne. Indignate per i pesanti abusi che molte manifestanti hanno subito nei giorni scorsi per mano dei militari (abusi che sono all’ordine del giorno, ma che ultimamente è diventato impossibile occultare al pubblico), migliaia di donne sono scese in piazza per urlare la propria rabbia contro Tantawi e il Consiglio Militare. Erano tra le diecimila e le ventimila, un numero immenso se si ricorda l’insuccesso di un’altra recente manifestazione di donne: quella dell’8 marzo, terminata vergognosamente con l’aggressione di centinaia di uomini che le avevano messe in fuga.

Anche questa volta c’erano gli uomini. Anzi, tantissimi uomini. Ma erano lì sia per condividere la protesta delle loro compagne, sia per proteggerle. Hanno formato due lunghi cordoni umani sui lati, tra i quali ha potuto snodarsi il corteo femminile. Chiaramente, questa non è stata una manifestazione “femminista”, nella quale si rivendicava, ad esempio, il diritto a rivestire la carica di Presidente della Repubblica o l’eguaglianza con gli uomini in varie questioni. La richiesta delle donne era molto più basilare: il rispetto della propria dignità fisica in quanto esseri umani. Questa richiesta, condivisibile dalla società intera (quella che ha una coscienza, almeno, non gli animali che si divertono a torturare la gente), ha riunito uomini e donne di ogni tipo, senza divisioni. A ciò si aggiunge la particolare sensibilità araba riguardo al corpo della donna, che è tabù in molti in sensi. Vedere il corpo nudo di una ragazza esposto ai calci degli stivaloni militari ha scioccato profondamente.

  

Dunque, le donne hanno marciato da piazza Tahrir al Sindacato dei Giornalisti e poi di nuovo a piazza Tahrir. C’erano, come sempre, donne musulmane e donne cristiane, giovani e anziane, di varie classe sociali. Hanno urlato slogan per chiedere le dimissioni immediate del Consiglio Militare, affermando che le donne egiziane non si toccano, sono una linea rossa. Infine, hanno deciso di raggiungere il “fronte”, dove si trova uno dei tanti muri contenitivi costruiti dall’esercito, per gridare gli stessi slogan guardando dritto negli occhi i soldati lì di guardia.

Questa milioniya femminile, quasi improvvisa, ha davvero avuto il potere di cambiare l’umore e l’atmosfera di questi giorni. Pur essendo nata dalla rabbia, è riuscita a strappare un grande sorriso collettivo, riportando il senno, la memoria e lo spirito delle proteste di gennaio. Un grande raggio di sole, appunto. La speranza, dunque, riparte dalle donne, almeno per un giorno. Ma in fondo gli anni sono fatti di giorni.