Il panorama egiziano, oggi, pare molto in subbuglio. Tanto per cominciare, è finita la benzina. Al Cairo, ad Alessandria e in altri governatorati, molte pompe di benzina sono rimaste a secco, mentre il costo del carburante al mercato nero è salito. Le code per far rifornimento si allungano e spesso scoppiano tafferugli. Anche su Twitter sono numerosi i messaggi che danno informazioni su dove trovare pompe che hanno ancora della benzina.

Il governo ha negato che vi sia una crisi del petrolio, affermando che la ragione della scarsità di benzina sono state le voci, circolate nei giorni scorsi, su un imminente rincaro dei prezzi dei carburanti, cosa che ha spinto molti all’assalto delle pompe per farsi delle riserve.

E proprio quando la penuria di benzina si acuiva, è giunta al Cairo la delegazione del Fondo Monetario Internazionale, per trattare un prestito all’Egitto di 3,2 miliardi di dollari. Il prestito era già stato accordato in passato, ma all’ultimo momento era stato respinto dal Consiglio Militare. Ora si vedrà se, questa volta, il prestito ci sarà davvero e soprattutto a quali condizioni.

Per quanto riguarda la nuova Camera Bassa, sembra ormai deciso il nome del suo Presidente: sarà Mohamed el-Katatny, segretario generale del partito Libertà e Giustizia. I due vice presidenti, invece, saranno probabilmente un rappresentante del partito salafita al-Nour e uno del Wafd. Anche la presidenza delle varie commissioni parlamentari sarà equamente distribuita tra le diverse forze politiche elette in Parlamento, previo accordo tra tutti i partiti. Nulla di fatto, invece, per le tanto attese coalizioni parlamentari. Il Wafd oggi (ma cambia idea a giorni alterni) ha di nuovo negato di volesi alleare con i Fratelli Musulmani, alias Libertà e Giustizia.

E mentre proseguiva l’insediamento della nuova Camera Bassa, che dovrà riunirsi per la prima volta il 23 gennaio, il generale Fangary ha annunciato in tv ciò che già era stato anticipato settimane fa, ossia che la registrazione delle candidature per le elezioni presidenziali partirà il 15 aprile. Tuttavia, sulle prossime elezioni, sia quelle della Shura sia quelle presidenziali, incombono due spettri: il primo è la prevista ripresa delle proteste il 25 gennaio, anniversario della rivoluzione; il secondo è l’accumulo crescente di prove e testimonianze che suggeriscono vaste frodi elettorali durante le votazioni appena passate (checché ne dica Jimmy Carter), frodi sulle quali nessuno ha finora avviato un’indagine. Le frodi sarebbero avvenute al momento della stesura delle liste elettorali. Pare infatti che i nomi di molti elettori compaiano in liste elettorali diverse, di diversi governatorati, ripetuti anche una cinquantina di volte. Anche i numeri identificativi corrispondenti a ciascun nome sarebbero stati falsificati, così come molte carte d’identità, per permettere a uno stesso elettore di votare decine di volte. Queste frodi, secondo gli accusatori, avrebbero portato alla falsificazione di ben 9 milioni di voti, un numero esorbitante!

Se queste accuse fossero fondate, nelle frodi sarebbe certamente coinvolto il Ministero degli Interni, responsabile della contraffazione delle liste. Una manipolazione delle elezioni da parte delle “alte sfere”, insomma, a tutto vantaggio degli islamisti. Questo fatto aprirebbe scenari inquietanti (anche se non sorprendenti). Bisogna ovviamente essere prudenti prima di invitare all’annullamento del voto, come qualcuno sta già facendo, tuttavia un’indagine accurata sarebbe più che mai necessaria, anche perché le liste messe in dubbio saranno le stesse usate per le prossime consultazioni elettorali. Ma un’indagine, seria, obiettiva e indipendente da parte dei giudici sarebbe davvero possibile?

Nel frattempo, però, alcuni cittadini di Qena e di Sohag hanno già deciso di contestare i risultati delle elezioni a modo loro, bloccando il traffico dei treni per giorni. Poi, subbuglio si aggiunge subbuglio, perché è iniziata una nuova ondata di scioperi, che qualcuno auspica si trasformi in sciopero generale, magari il 25 gennaio. Protestano i camionisti, a causa di nuove restrizioni di guida imposte dal governo (a dire il vero, qualche bella regolata al loro modo di guidare, a volte criminale, ci vuole, ma questa è una mia opinione). Scioperano i farmacisti degli ospedali statali e gli addetti alle pulizie dei treni. C’è fermento anche tra gli aeroportuali del Cairo e sono scesi in piazza anche i pensionati. I più furibondi sono gli abitanti della zona in cui si sta costruendo un nuovo impianto nucleare: non protestano per ragioni ecologiche, ma perché il governo, per costruire la centrale, ha confiscato loro la terra.

Con queste premesse, il prossimo 25 gennaio si preannuncia vivace. Del resto, è stato persino il Grande Imam di al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb, ad affermare pubblicamente che ribellarsi alla tirannia è un diritto, purché senza armi. El-Baradei, tanto per fare un nome, ha fatto sapere che lui, il 25 gennaio, sarà in prima fila a protestare. Tuttavia, la richiesta dei dimostranti di accorciare ulteriormente la transizione democratica, anticipando le presidenziali (e dunque il passaggio di poteri ai civili), addirittura prima della scrittura delle nuova Costituzione, solleva molte perplessità: il governo militare è dannoso, ma la troppa fretta nel porre le basi del nuovo Stato è altrettanto pericolosa, secondo qualcuno.

In mezzo a tutto questo, il feldmaresciallo Tantawi è volato in Libia per discutere del coinvolgimento egiziano nella ricostruzione. Eppure, non ha trovato pace nemmeno a Tripoli. Infatti, anche lì ha trovato gente ad accoglierlo con slogan anti-militari. Non so se erano giovani egiziani o libici, ma fa poca differenza. Una volta tornato in patria, invece, lo accoglierà la denuncia di un giornalista egiziano per “blocco del traffico nel centro-città”. La denuncia si riferisce ai muri di calcestruzzo che i militari hanno eretto nelle strade attorno a piazza Tahrir, per impedire l’accesso dei rivoltosi. I muri sono ancora là, causando frequenti ingorghi di traffico. Il giornalista che ha denunciato Tantawi ha così deciso di vendicarsi dei militari e di tutti coloro che accusano i sit-in di piazza Tahrir di bloccare il traffico e fermare la “ruota della produzione”. Chi di spada ferisce…

Il panorama egiziano, oggi, pare molto in subbuglio. Tanto per cominciare, è finita la benzina. Al Cairo, ad Alessandria e in altri governatorati, molte pompe di benzina sono rimaste a secco, mentre il costo del carburante al mercato nero è salito. Le code per far rifornimento si allungano e spesso scoppiano tafferugli. Anche su Twitter sono numerosi i messaggi che danno informazioni su dove trovare pompe che hanno ancora della benzina. Il governo ha negato che vi sia una crisi del petrolio, affermando che la ragione della scarsità di benzina sono state le voci, circolate nei giorni scorsi, su un imminente rincaro dei prezzi dei carburanti, cosa che ha spinto molti all'assalto delle pompe per farsi delle riserve. E proprio quando la penuria di benzina si acuiva, è giunta al Cairo la delegazione del Fondo Monetario Internazionale, per trattare un prestito all'Egitto di 3,2 miliardi di dollari. Il prestito era già stato accordato in passato, ma all'ultimo momento era stato respinto dal Consiglio Militare. Ora si vedrà se, questa volta, il prestito ci sarà davvero e soprattutto a quali condizioni. Per quanto riguarda la nuova Camera Bassa, sembra ormai deciso il nome del suo Presidente: sarà Mohamed el-Katatny, segretario generale del partito Libertà e Giustizia. I due vice presidenti, invece, saranno probabilmente un rappresentante del partito salafita al-Nour e uno del Wafd. Anche la presidenza delle varie commissioni parlamentari sarà equamente distribuita tra le diverse forze politiche elette in Parlamento, previo accordo tra tutti i partiti. Nulla di fatto, invece, per le tanto attese coalizioni parlamentari. Il Wafd oggi (ma cambia idea a giorni alterni) ha di nuovo negato di volesi alleare con i Fratelli Musulmani, alias Libertà e Giustizia. E mentre proseguiva l'insediamento della nuova Camera Bassa, che dovrà riunirsi per la prima volta il 23 gennaio, il generale Fangary ha annunciato in tv ciò che già era stato anticipato settimane fa, ossia che la registrazione delle candidature per le elezioni presidenziali partirà il 15 aprile. Tuttavia, sulle prossime elezioni, sia quelle della Shura sia quelle presidenziali, incombono due spettri: il primo è la prevista ripresa delle proteste il 25 gennaio, anniversario della rivoluzione; il secondo è l'accumulo crescente di prove e testimonianze che suggeriscono vaste frodi elettorali durante le votazioni appena passate (checché ne dica Jimmy Carter), frodi sulle quali nessuno ha finora avviato un'indagine. Le frodi sarebbero avvenute al momento della stesura delle liste elettorali. Pare infatti che i nomi di molti elettori compaiano in liste elettorali diverse, di diversi governatorati, ripetuti anche una cinquantina di volte. Anche i numeri identificativi corrispondenti a ciascun nome sarebbero stati falsificati, così come molte carte d'identità, per permettere a uno stesso elettore di votare decine di volte. Queste frodi, secondo gli accusatori, avrebbero portato alla falsificazione di ben 9 milioni di voti, un numero esorbitante! Se queste accuse fossero fondate, nelle frodi sarebbe certamente coinvolto il Ministero degli Interni, responsabile della contraffazione delle liste. Una manipolazione delle elezioni da parte delle "alte sfere", insomma, a tutto vantaggio degli islamisti. Questo fatto aprirebbe scenari inquietanti (anche se non sorprendenti). Bisogna ovviamente essere prudenti prima di invitare all'annullamento del voto, come qualcuno sta già facendo, tuttavia un'indagine accurata sarebbe più che mai necessaria, anche perché le liste messe in dubbio saranno le stesse usate per le prossime consultazioni elettorali. Ma un'indagine, seria, obiettiva e indipendente da parte dei giudici sarebbe davvero possibile? Nel frattempo, però, alcuni cittadini di Qena e di Sohag hanno già deciso di contestare i risultati delle elezioni a modo loro, bloccando il traffico dei treni per giorni. Poi, subbuglio si aggiunge subbuglio, perché è iniziata una nuova ondata di scioperi, che qualcuno auspica si trasformi in sciopero generale, magari il 25 gennaio. Protestano i camionisti, a causa di nuove restrizioni di guida imposte dal governo (a dire il vero, qualche bella regolata al loro modo di guidare, a volte criminale, ci vuole, ma questa è una mia opinione). Scioperano i farmacisti degli ospedali statali e gli addetti alle pulizie dei treni. C'è fermento anche tra gli aeroportuali del Cairo e sono scesi in piazza anche i pensionati. I più furibondi sono gli abitanti della zona in cui si sta costruendo un nuovo impianto nucleare: non protestano per ragioni ecologiche, ma perché il governo, per costruire la centrale, ha confiscato loro la terra. Con queste premesse, il prossimo 25 gennaio si preannuncia vivace. Del resto, è stato persino il Grande Imam di al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb, ad affermare pubblicamente che ribellarsi alla tirannia è un diritto, purché senza armi. El-Baradei, tanto per fare un nome, ha fatto sapere che lui, il 25 gennaio, sarà in prima fila a protestare. Tuttavia, la richiesta dei dimostranti di accorciare ulteriormente la transizione democratica, anticipando le presidenziali (e dunque il passaggio di poteri ai civili), addirittura prima della scrittura delle nuova Costituzione, solleva molte perplessità: il governo militare è dannoso, ma la troppa fretta nel porre le basi del nuovo Stato è altrettanto pericolosa, secondo qualcuno. In mezzo a tutto questo, il feldmaresciallo Tantawi è volato in Libia per discutere del coinvolgimento egiziano nella ricostruzione. Eppure, non ha trovato pace nemmeno a Tripoli. Infatti, anche lì ha trovato gente ad accoglierlo con slogan anti-militari. Non so se erano giovani egiziani o libici, ma fa poca differenza. Una volta tornato in patria, invece, lo accoglierà la denuncia di un giornalista egiziano per "blocco del traffico nel centro-città". La denuncia si riferisce ai muri di calcestruzzo che i militari hanno eretto nelle strade attorno a piazza Tahrir, per impedire l'accesso dei rivoltosi. I muri sono ancora là, causando frequenti ingorghi di traffico. Il giornalista che ha denunciato Tantawi ha così deciso di vendicarsi dei militari e di tutti coloro che accusano i sit-in di piazza Tahrir di bloccare il traffico e fermare la "ruota della produzione". Chi di spada ferisce...