La trilioniya del 25 gennaio 2012
Radio Beckwith evangelica

Trilioniya è il termine che ha usato oggi un utente di Twitter (Shady Sherif) per descrivere quello che è successo oggi in Egitto, che ha lasciato a bocca aperta persino gli attivisti più ottimisti. Milioni di egiziani hanno invaso le strade del Cairo, Alessandria, Suez, Ismailiya, Mahalla al-Kubra e si potrebbero citare tutti i nomi delle città più importanti.

 

E’ stato un vero oceano di gente, a sentire molti dei presenti, più grande di quello che c’era stato l’11 febbraio 2011, quando Mubarak aveva lasciato il potere. Una massa di gente così grande che uno dei tanti cortei della giornata (più numerosi di quelli previsti dal programma) ha impiegato 45 minuti solo per attraversare il ponte Galaa, faticando a entrare nella straripante piazza Tahrir.  C’era così tanta gente che si sono registrati centinaia di feriti a causa del sovraffollamento, per fortuna gli unici della giornata, che finora è trascorsa in pace, se si esclude il tentativo di attaccare una stazione di polizia ad Assyut.

Ma cosa è stata, infine, questa enorme manifestazione? Una protesta o una festa? A giudicare dagli slogan, è prevalsa nettamente la protesta, seppur in un clima di gioia per essere di nuovo così in tanti. Gli slogan, quasi tutti contro i militari, hanno avuto il sopravvento sulla musica e la retorica degli islamisti, i quali non sono riusciti a imporre la propria direzione degli eventi. Si sono occupati della sicurezza delle entrate della piazza (le forze di sicurezza erano assenti), hanno eretto un palco (che è crollato due volte, sotto la pressione della folla) e hanno cercato di dare un tono celebrativo all’evento. Tuttavia, la massa di chi invocava la fine del governo militare li ha quasi sommersi, come una goccia in mezzo al mare.

Durante la manifestazione, i partecipanti non hanno certo dimenticato le vittime della rivoluzione, alle quali è stato fatto un omaggio gigantesco: un obelisco di 15 metri, eretto nel bel mezzo di piazza Tahrir, con su scritti tutti i loro nomi, molti purtroppo. I loro volti, poi, erano ovunque, sulle foto che i dimostranti portavano in giro. Come sempre, in piazza c’erano proprio tutti, donne e copti compresi. Gli egiziani rimasti a guardare dalla finestra, o ai lati delle strade, hanno mostrato molta solidarietà, contrariamente al timore che la maggioranza degli egiziani fosse contro le manifestazioni. Non contro tutte le manifestazioni, evidentemente.

   

In effetti, a parer mio, è sbagliato attribuire alla famosa maggioranza silenziosa un’opinione uniforme, sfavorevole ai rivoluzionari e favorevole ai militari. Questa maggioranza silenziosa è probabilmente molto composita, sceglie quando partecipare a una manifestazione e quando no, e anche se non partecipa può essere solidale in altro modo, o critica senza essere ostile, o altro ancora. Qualche giorno fa, il governo ha rivelato i risultati di un sondaggio che ha indicato come più dell’80% degli egiziani è favorevole alla rivoluzione. Anch’io mi sono inizialmente stupita di questa alta percentuale, ma a giudicare da quel che è successo oggi, non pare un risultato sbagliato. Il problema è che gli egiziani hanno idee diverse, come è giusto che sia, su quale dovrebbe essere il corso della rivoluzione e sull’impegno di ciascuno nel compierla. Tuttavia, sia il sondaggio sia la grande manifestazione di oggi, confermano che gli egiziani non vogliono tornare indietro, né a uno stato di polizia né a uno stato militare. Vogliono il cambiamento e un sistema democratico di rappresentanza, anche se poi divergono, anche molto, sulla forma di quest’ultimo.

E l’enorme partecipazione popolare alla manifestazione di oggi conferma anche un’altra cosa, proprio all’indomani dell’insediamento del nuovo Parlamento che sembrava aver “sistemato le cose”: la verà, grande, importante novità della primavera araba è la rinascita di un’opinione pubblica forte, di una nuova coscienza politica collettiva, di una società civile che non ha più paura di nessuno, si fa sentire e non accetta di essere scavalcata da nessun governo autoritario. Mai più. Questa società si sta ancora riprendendo dallo stordimento della dittatura, sta imparando a muoversi (anzi, secondo me sta facendo miracoli) ed è ancora oggettivamente svantaggiata rispetto a realtà storiche come i Fratelli Musulmani, molto più antichi del regime che è in via di disfacimento. Questa società (che ha tutti i colori e comunque non esclude nemmeno gli islamisti) ha lanciato un bel messaggio di avvertimento oggi, anche al nuovo Parlamento, al quale nessuno – come ho sentito ripetere spesso – ha mai firmato un assegno in bianco. E’ su questa società che bisognerebbe scommettere. Chi parla di inverno arabo (sembra la moda del momento!), l’ha completamente trascurata.

Un gruppo sparuto di persone, è ciò che rimane della manifestazione in sostegno dei militari.

Naturalmente, la manifestazione non finisce qua. Alcuni movimenti hanno già annunciato l’inizio di un sit-in a oltranza, finché i militari non lasceranno il potere. Molti manifestanti, anche a causa dell’impossibilità di ammassarsi tutti in piazza Tahrir, hanno spostato la protesta altrove. Il Maspero, il palazzo della tv, è stato una scelta quasi naturale, perché lì risiedono i “portavoce del regime” e l’idea di un assedio alla sede della (mala)informazione egiziana è un’idea che frulla da tempo nella testa di molti. Speriamo, tuttavia, che le proteste procedano pacificamente.

Non c’è bisogno di dire, comunque, che la rivoluzione egiziana ha ripreso fiducia e ottimismo. Si spera che anche le altre rivolte arabe (o processi di riforma che siano) ne saranno contagiate. Gli egiziani, di certo, non le hanno dimenticate, né vogliono proseguire da soli sulla strada della democrazia. L’ha testimoniato oggi il grande spazio che piazza Tahrir ha dato alla Siria.

Trilioniya è il termine che ha usato oggi un utente di Twitter (Shady Sherif) per descrivere quello che è successo oggi in Egitto, che ha lasciato a bocca aperta persino gli attivisti più ottimisti. Milioni di egiziani hanno invaso le strade del Cairo, Alessandria, Suez, Ismailiya, Mahalla al-Kubra e si potrebbero citare tutti i nomi delle città più importanti.

  E' stato un vero oceano di gente, a sentire molti dei presenti, più grande di quello che c'era stato l'11 febbraio 2011, quando Mubarak aveva lasciato il potere. Una massa di gente così grande che uno dei tanti cortei della giornata (più numerosi di quelli previsti dal programma) ha impiegato 45 minuti solo per attraversare il ponte Galaa, faticando a entrare nella straripante piazza Tahrir.  C'era così tanta gente che si sono registrati centinaia di feriti a causa del sovraffollamento, per fortuna gli unici della giornata, che finora è trascorsa in pace, se si esclude il tentativo di attaccare una stazione di polizia ad Assyut. Ma cosa è stata, infine, questa enorme manifestazione? Una protesta o una festa? A giudicare dagli slogan, è prevalsa nettamente la protesta, seppur in un clima di gioia per essere di nuovo così in tanti. Gli slogan, quasi tutti contro i militari, hanno avuto il sopravvento sulla musica e la retorica degli islamisti, i quali non sono riusciti a imporre la propria direzione degli eventi. Si sono occupati della sicurezza delle entrate della piazza (le forze di sicurezza erano assenti), hanno eretto un palco (che è crollato due volte, sotto la pressione della folla) e hanno cercato di dare un tono celebrativo all'evento. Tuttavia, la massa di chi invocava la fine del governo militare li ha quasi sommersi, come una goccia in mezzo al mare. Durante la manifestazione, i partecipanti non hanno certo dimenticato le vittime della rivoluzione, alle quali è stato fatto un omaggio gigantesco: un obelisco di 15 metri, eretto nel bel mezzo di piazza Tahrir, con su scritti tutti i loro nomi, molti purtroppo. I loro volti, poi, erano ovunque, sulle foto che i dimostranti portavano in giro. Come sempre, in piazza c'erano proprio tutti, donne e copti compresi. Gli egiziani rimasti a guardare dalla finestra, o ai lati delle strade, hanno mostrato molta solidarietà, contrariamente al timore che la maggioranza degli egiziani fosse contro le manifestazioni. Non contro tutte le manifestazioni, evidentemente.     In effetti, a parer mio, è sbagliato attribuire alla famosa maggioranza silenziosa un'opinione uniforme, sfavorevole ai rivoluzionari e favorevole ai militari. Questa maggioranza silenziosa è probabilmente molto composita, sceglie quando partecipare a una manifestazione e quando no, e anche se non partecipa può essere solidale in altro modo, o critica senza essere ostile, o altro ancora. Qualche giorno fa, il governo ha rivelato i risultati di un sondaggio che ha indicato come più dell'80% degli egiziani è favorevole alla rivoluzione. Anch'io mi sono inizialmente stupita di questa alta percentuale, ma a giudicare da quel che è successo oggi, non pare un risultato sbagliato. Il problema è che gli egiziani hanno idee diverse, come è giusto che sia, su quale dovrebbe essere il corso della rivoluzione e sull'impegno di ciascuno nel compierla. Tuttavia, sia il sondaggio sia la grande manifestazione di oggi, confermano che gli egiziani non vogliono tornare indietro, né a uno stato di polizia né a uno stato militare. Vogliono il cambiamento e un sistema democratico di rappresentanza, anche se poi divergono, anche molto, sulla forma di quest'ultimo.

E l'enorme partecipazione popolare alla manifestazione di oggi conferma anche un'altra cosa, proprio all'indomani dell'insediamento del nuovo Parlamento che sembrava aver "sistemato le cose": la verà, grande, importante novità della primavera araba è la rinascita di un'opinione pubblica forte, di una nuova coscienza politica collettiva, di una società civile che non ha più paura di nessuno, si fa sentire e non accetta di essere scavalcata da nessun governo autoritario. Mai più. Questa società si sta ancora riprendendo dallo stordimento della dittatura, sta imparando a muoversi (anzi, secondo me sta facendo miracoli) ed è ancora oggettivamente svantaggiata rispetto a realtà storiche come i Fratelli Musulmani, molto più antichi del regime che è in via di disfacimento. Questa società (che ha tutti i colori e comunque non esclude nemmeno gli islamisti) ha lanciato un bel messaggio di avvertimento oggi, anche al nuovo Parlamento, al quale nessuno - come ho sentito ripetere spesso - ha mai firmato un assegno in bianco. E' su questa società che bisognerebbe scommettere. Chi parla di inverno arabo (sembra la moda del momento!), l'ha completamente trascurata. [caption id="attachment_1199" align="alignright" width="240"] Un gruppo sparuto di persone, è ciò che rimane della manifestazione in sostegno dei militari.[/caption]

Naturalmente, la manifestazione non finisce qua. Alcuni movimenti hanno già annunciato l'inizio di un sit-in a oltranza, finché i militari non lasceranno il potere. Molti manifestanti, anche a causa dell'impossibilità di ammassarsi tutti in piazza Tahrir, hanno spostato la protesta altrove. Il Maspero, il palazzo della tv, è stato una scelta quasi naturale, perché lì risiedono i "portavoce del regime" e l'idea di un assedio alla sede della (mala)informazione egiziana è un'idea che frulla da tempo nella testa di molti. Speriamo, tuttavia, che le proteste procedano pacificamente.

Non c'è bisogno di dire, comunque, che la rivoluzione egiziana ha ripreso fiducia e ottimismo. Si spera che anche le altre rivolte arabe (o processi di riforma che siano) ne saranno contagiate. Gli egiziani, di certo, non le hanno dimenticate, né vogliono proseguire da soli sulla strada della democrazia. L'ha testimoniato oggi il grande spazio che piazza Tahrir ha dato alla Siria.