Oggi è un giorno di lutto per l’Egitto, dopo l’ennesimo massacro di giovani che ha sconvolto gli egiziani (la media degli ultimi tempi sembra essere di un massacro al mese). Questa volta è toccato ai tifosi dell’Ahly, la squadra di calcio cairota tra le più forti in Egitto. Ieri sera, a Port Said, l’Ahly ha giocato contro il Masry, la squadra locale, perdendo 3 a 1. Risultato straordinario per il Masry. Tuttavia, alla fine della partita, senza un apparente motivo, i tifosi del Masry hanno invaso il campo e attacato i rivali dell’Ahly, giocatori compresi.

Mubarak dice: “O io o il caos”, mentre il generale dice: “Io sono il caos”

Molto velocemente, ne è risultata una strage, con 74 vittime accertate, tutte giovanissime (attorno ai vent’anni). Neanche dopo il massacro del Maspero si era raggiunto un numero così alto di uccisi. Una tragedia.

La dinamica dell’accaduto è ancora del tutto da chiarire, tuttavia è opinione diffusa che si sia trattato di un piano della polizia e del Ministero degli Interni per vendicarsi degli ultras dell’Ahly, da tempo fortemente coinvolti nella rivoluzione (assieme agli ultras del rivale Zamalek e di altre squadre) a fianco dei giovani di Tahrir. Al di là delle polemiche sulle reali motivazioni che li hanno spinti a confrontarsi più volte con la polizia, che per qualcuno non hanno nulla di idealistico, nondimeno gli ultras hanno spesso svolto un ruolo cruciale nel difendere i manifestanti, grazie anche alla loro lunga esperienza di scontri con le forze di sicurezza. Sono molto rispettati tra i giovani di Tahrir. La loro presenza è sempre stata un conforto nei momenti più bui e sanguinosi della rivolta (anche se a volte, a dire il vero, ci si è chiesto se non fossero stati proprio loro la causa di tanti scontri con la polizia). Quel che è certo, è che gli ultras, durante quest’ultimo anno, hanno inferto un’offesa mortale, sia fisica che morale, alle forze di polizia e ultimamente si erano distinti per gli slogan feroci contro il Consiglio Militare. Tutte ragioni, secondo i giovani rivoluzionari, che giustificherebbero la presunta vendetta della polizia, pianificata e messa in atto ieri sera nello stadio di Port Said.

Ci sono, in effetti, alcuni elementi che non tornano in quanto successo a Port Said: l’invasione di campo sembra essere stata facilitata dalle forze dell’ordine, che avrebbero aperto i cancelli subito dopo la partita; non si capisce perché i tifosi del Masry, dopo la vittoria della loro squadra, avrebbero dovuto lasciar esplodere la propria rabbia contro quelli dell’Ahly; testimoni raccontano che la sicurezza ha lasciato entrare allo stadio, gratuitamente, gente poco raccomandabile, dotata di coltelli e bastoni; molte persone sono morte calpestate o soffocate, ma molte altre sono morte colpite al volto o – dice addirittura qualcuno – pugnalate; le luci dello stadio sono state spente nel bel mezzo degli scontri; il capo della polizia e il governatore di Port Said, per la prima volta nella storia, non hanno assistito alla partita, lasciando lo stadio dopo una breve apparizione per salutare, prima dell’inizio; ma soprattutto, la polizia non ha mosso un dito per fermare gli scontri, come confermano i tanti video in circolazione.

A essere sinceri, c’è stato anche qualcuno, tra i giovani di Tahrir, che si è mostrato più prudente prima di trarre conclusioni. Alcuni sostengono che la polizia non è intervenuta, perché probabilmente, qualunque cosa avesse fatto, sarebbe poi stata accusata dall’opinione pubblica per il proprio comportamento. Altri fanno notare che la tragedia è stata causata anche da una buona dose di “disumanità” e cattivo comportamento delle persone coinvolte. Altri ancora affermano che nel mondo esistono precedenti illustri di massacri allo stadio, senza bisogno di chiamare in causa complotti del Ministero degli Interni egiziano.

Tuttavia, su una cosa sembra esistere un consenso quasi unanime: la responsabilità di quanto è successo ricade comunque sulle spalle del governo e soprattutto del Consiglio Militare. Il punto è chiaro. Perché, vista la ben nota rivalità tra l’Ahly e il Masry, le forze di sicurezza dispiegate a protezione del match e dei suoi spettatori erano, a detta di tutti, così sparute? Perché il Consiglio Militare è stato perfettamente in grado di proteggere lo svolgimento delle elezioni, alle quali hanno partecipato 27 milioni di elettori, ma non una partita di calcio? Perché il Consiglio Militare ha letteralmente fortificato il processo di Mubarak, ma ha lasciato sguarnito lo stadio, dov’era probabile che avvenissero degli scontri? Ma ci sono domande ancora più fastidiose… Perché quando si tratta di picchiare i manifestanti la polizia torna a fare il suo lavoro con grande zelo e dispiegamento di forze, mentre resta a guardare quando due gruppi di tifosi si uccidono a vicenda? Perché non c’è abbastanza polizia per impedire la diffusione del crimine spicciolo, delle rapine a mano armata delle banche (che si stanno moltiplicando), dei rapimenti a scopo di riscatto, eccetera, eccetera, mentre per proteggere Mubarak, la sua prole e il suo ex Ministro degli Interni sotto processo c’è sempre abbondanza di truppe? Perché, in un anno, il Consiglio Militare non ha mai avviato una riforma della polizia e del Ministero degli Interni? Perché? Si vuole forse mantenere apposta un clima di violenza e di caos? Sempre più persone, ogni giorno che passa, si convincono che la gestione della fase di transizione da parte del Consiglio Militare è quanto meno fallimentare, se non proprio mirata al mantenimento del potere indefinitamente.

E adesso, l’Egitto è di nuovo sotto shock. La situazione è molto tesa, si teme la reazione degli ultras. Oltretutto, oggi è l’anniversario della “battaglia del cammello”, considerata la più sanguinosa della rivoluzione, ma che paradossalmente ha causato meno vittime degli scontri di Port Said. Ieri sera, decine di migliaia di persone si sono recate alla stazione del Cairo per attendere i tifosi (e i feriti) di ritorno da Port Said. Lo slogan più gridato è stato: “Il popolo vuole l’esecuzione del feldmaresciallo”. Oggi alle 16 è invece prevista una marcia dei tifosi dell’Ahly e quanti vorranno sostenerli. Chiaramente, si teme che la situazione possa degenerare. Nel frattempo, il Parlamento si è riunito in sessione straordinaria, la prima da quarant’anni a questa parte. La discussione è stata molto accesa. Il deputato di Port Said ha chiesto le dimissioni del governo. Questa è la prima dura prova del nuovo Parlamento, dunque soprattutto dei Fratelli Musulmani. La Camera Bassa farà valere la propria autorità nei confronti dei militari?

   

Tantawi, intanto, continua a invitare alla guerra civile, chiedendosi in tv come mai gli egiziani tacciono e non si oppongono ai facinorosi (leggi: attivisti). Anche gli islamisti, del resto, accusano da mesi gli attivisti di essere degli anarchici che vogliono soltanto la distruzione dello Stato, e questo non contribuisce di certo ad alleggerire il clima.

Ma ora, purtroppo, è il momento del lutto, sperando che non preceda ulteriori episodi violenti. Il dolore degli egiziani, ieri sera, era straziante. Mi è rimasto impresso un tweet che si chiedeva: “Ma perché non possiamo essere felici?”

Oggi è un giorno di lutto per l'Egitto, dopo l'ennesimo massacro di giovani che ha sconvolto gli egiziani (la media degli ultimi tempi sembra essere di un massacro al mese). Questa volta è toccato ai tifosi dell'Ahly, la squadra di calcio cairota tra le più forti in Egitto. Ieri sera, a Port Said, l'Ahly ha giocato contro il Masry, la squadra locale, perdendo 3 a 1. Risultato straordinario per il Masry. Tuttavia, alla fine della partita, senza un apparente motivo, i tifosi del Masry hanno invaso il campo e attacato i rivali dell'Ahly, giocatori compresi. [caption id="attachment_1228" align="alignright" width="210"] Mubarak dice: "O io o il caos", mentre il generale dice: "Io sono il caos"[/caption] Molto velocemente, ne è risultata una strage, con 74 vittime accertate, tutte giovanissime (attorno ai vent'anni). Neanche dopo il massacro del Maspero si era raggiunto un numero così alto di uccisi. Una tragedia. La dinamica dell'accaduto è ancora del tutto da chiarire, tuttavia è opinione diffusa che si sia trattato di un piano della polizia e del Ministero degli Interni per vendicarsi degli ultras dell'Ahly, da tempo fortemente coinvolti nella rivoluzione (assieme agli ultras del rivale Zamalek e di altre squadre) a fianco dei giovani di Tahrir. Al di là delle polemiche sulle reali motivazioni che li hanno spinti a confrontarsi più volte con la polizia, che per qualcuno non hanno nulla di idealistico, nondimeno gli ultras hanno spesso svolto un ruolo cruciale nel difendere i manifestanti, grazie anche alla loro lunga esperienza di scontri con le forze di sicurezza. Sono molto rispettati tra i giovani di Tahrir. La loro presenza è sempre stata un conforto nei momenti più bui e sanguinosi della rivolta (anche se a volte, a dire il vero, ci si è chiesto se non fossero stati proprio loro la causa di tanti scontri con la polizia). Quel che è certo, è che gli ultras, durante quest'ultimo anno, hanno inferto un'offesa mortale, sia fisica che morale, alle forze di polizia e ultimamente si erano distinti per gli slogan feroci contro il Consiglio Militare. Tutte ragioni, secondo i giovani rivoluzionari, che giustificherebbero la presunta vendetta della polizia, pianificata e messa in atto ieri sera nello stadio di Port Said. Ci sono, in effetti, alcuni elementi che non tornano in quanto successo a Port Said: l'invasione di campo sembra essere stata facilitata dalle forze dell'ordine, che avrebbero aperto i cancelli subito dopo la partita; non si capisce perché i tifosi del Masry, dopo la vittoria della loro squadra, avrebbero dovuto lasciar esplodere la propria rabbia contro quelli dell'Ahly; testimoni raccontano che la sicurezza ha lasciato entrare allo stadio, gratuitamente, gente poco raccomandabile, dotata di coltelli e bastoni; molte persone sono morte calpestate o soffocate, ma molte altre sono morte colpite al volto o - dice addirittura qualcuno - pugnalate; le luci dello stadio sono state spente nel bel mezzo degli scontri; il capo della polizia e il governatore di Port Said, per la prima volta nella storia, non hanno assistito alla partita, lasciando lo stadio dopo una breve apparizione per salutare, prima dell'inizio; ma soprattutto, la polizia non ha mosso un dito per fermare gli scontri, come confermano i tanti video in circolazione. A essere sinceri, c'è stato anche qualcuno, tra i giovani di Tahrir, che si è mostrato più prudente prima di trarre conclusioni. Alcuni sostengono che la polizia non è intervenuta, perché probabilmente, qualunque cosa avesse fatto, sarebbe poi stata accusata dall'opinione pubblica per il proprio comportamento. Altri fanno notare che la tragedia è stata causata anche da una buona dose di "disumanità" e cattivo comportamento delle persone coinvolte. Altri ancora affermano che nel mondo esistono precedenti illustri di massacri allo stadio, senza bisogno di chiamare in causa complotti del Ministero degli Interni egiziano. Tuttavia, su una cosa sembra esistere un consenso quasi unanime: la responsabilità di quanto è successo ricade comunque sulle spalle del governo e soprattutto del Consiglio Militare. Il punto è chiaro. Perché, vista la ben nota rivalità tra l'Ahly e il Masry, le forze di sicurezza dispiegate a protezione del match e dei suoi spettatori erano, a detta di tutti, così sparute? Perché il Consiglio Militare è stato perfettamente in grado di proteggere lo svolgimento delle elezioni, alle quali hanno partecipato 27 milioni di elettori, ma non una partita di calcio? Perché il Consiglio Militare ha letteralmente fortificato il processo di Mubarak, ma ha lasciato sguarnito lo stadio, dov'era probabile che avvenissero degli scontri? Ma ci sono domande ancora più fastidiose... Perché quando si tratta di picchiare i manifestanti la polizia torna a fare il suo lavoro con grande zelo e dispiegamento di forze, mentre resta a guardare quando due gruppi di tifosi si uccidono a vicenda? Perché non c'è abbastanza polizia per impedire la diffusione del crimine spicciolo, delle rapine a mano armata delle banche (che si stanno moltiplicando), dei rapimenti a scopo di riscatto, eccetera, eccetera, mentre per proteggere Mubarak, la sua prole e il suo ex Ministro degli Interni sotto processo c'è sempre abbondanza di truppe? Perché, in un anno, il Consiglio Militare non ha mai avviato una riforma della polizia e del Ministero degli Interni? Perché? Si vuole forse mantenere apposta un clima di violenza e di caos? Sempre più persone, ogni giorno che passa, si convincono che la gestione della fase di transizione da parte del Consiglio Militare è quanto meno fallimentare, se non proprio mirata al mantenimento del potere indefinitamente. E adesso, l'Egitto è di nuovo sotto shock. La situazione è molto tesa, si teme la reazione degli ultras. Oltretutto, oggi è l'anniversario della "battaglia del cammello", considerata la più sanguinosa della rivoluzione, ma che paradossalmente ha causato meno vittime degli scontri di Port Said. Ieri sera, decine di migliaia di persone si sono recate alla stazione del Cairo per attendere i tifosi (e i feriti) di ritorno da Port Said. Lo slogan più gridato è stato: "Il popolo vuole l'esecuzione del feldmaresciallo". Oggi alle 16 è invece prevista una marcia dei tifosi dell'Ahly e quanti vorranno sostenerli. Chiaramente, si teme che la situazione possa degenerare. Nel frattempo, il Parlamento si è riunito in sessione straordinaria, la prima da quarant'anni a questa parte. La discussione è stata molto accesa. Il deputato di Port Said ha chiesto le dimissioni del governo. Questa è la prima dura prova del nuovo Parlamento, dunque soprattutto dei Fratelli Musulmani. La Camera Bassa farà valere la propria autorità nei confronti dei militari?     Tantawi, intanto, continua a invitare alla guerra civile, chiedendosi in tv come mai gli egiziani tacciono e non si oppongono ai facinorosi (leggi: attivisti). Anche gli islamisti, del resto, accusano da mesi gli attivisti di essere degli anarchici che vogliono soltanto la distruzione dello Stato, e questo non contribuisce di certo ad alleggerire il clima. Ma ora, purtroppo, è il momento del lutto, sperando che non preceda ulteriori episodi violenti. Il dolore degli egiziani, ieri sera, era straziante. Mi è rimasto impresso un tweet che si chiedeva: "Ma perché non possiamo essere felici?"