Il timore di dividersi
Radio Beckwith evangelica

Come previsto, la rabbia dei giovani egiziani è esplosa un’altra volta dopo il massacro di tifosi dell’Ahly di mercoledì sera. Questa rabbia si sta sfogando da ieri pomeriggio alle quattro, quando al Cairo è partita una marcia di protesta verso il Ministero degli Interni. La protesta si è presto trasformata in scaramucce con le Forze di Sicurezza Centrale e quindi in scontri veri e propri. Sono tornati gas lacrimogeno, pallettoni e pallottole di gomma.

Il poliziotto e il soldato, voltati contro la roccia per non vedere, chiedono al baltaghy: “Finito?” E il baltaghy, che sta accoltellando la donna-Egitto, risponde: “Non ancora”

Il campo di battaglia, questa volta, è la via Mansour, non lontano dal Ministero degli Interni e da via Muhammad Mahmoud, teatro degli scontri di novembre. La rabbia, tuttavia, è esplosa anche in numerose altre città, oltre al Cairo, con esiti ancor più violenti. A Suez ci sono stati due morti, uccisi dalle pallottole della polizia, ma al Cairo ce ne sono stati altrettanti e la violenza, per ora, continua. I feriti hanno abbondantemente superato il migliaio.

Eppure, questa volta, la protesta sembra avere una dinamica interna un po’ diversa. La rabbia dei tifosi dell’Ahly, ai quali, per solidarietà, si sono uniti gli ultras del rivale Zamalek, si è saldata con quella dei partecipanti della manifestazione programmata per oggi, il “venerdì del Presidente prima”, poi rinominato, dopo il massacro di Port Said, “il venerdì del lutto”. Tutti quanti vogliono la caduta del Consiglio Militare, ma mentre gli ultras giurano vendetta al Ministero degli Interni, non esitando a scontrarsi con la polizia (e purtroppo indirizzando la propria rabbia anche verso i tifosi del Masry di Port Said), i manifestanti “politicizzati” tentano di trattenerne l’impulso violento. Pur solidali con la rabbia dei tifosi, tentano di impedire, per quanto possibile, l’escalation di violenza, assistono i feriti, invitano a tornare in piazza Tahrir… Hanno persino cercato di fare da scudo umano tra i tifosi e la polizia e hanno spento diversi incendi divampati in alcuni edifici sul luogo degli scontri (vedi una delle foto allegate).

In effetti, sembra esserci il timore diffuso, tra i giovani di Tahrir di qualunque corrente, che il Consiglio Militare non aspetti altro che un’escalation di violenza per poter reinstaurare pienamente le leggi di emergenza e un governo autoritario. Diverse persone ritengono che la previsione fatta dai generali a proposito di un presunto piano per disgregare l’Egitto sia, in realtà, proprio ciò che loro stessi stanno tentando di realizzare, per dimostrare che senza di loro il paese piomberebbe nel caos (la vecchia tesi di Mubarak, insomma). Ieri ad esempio, su Facebook, un giovane Fratello Musulmano ha affermato pari pari che il Consiglio avrebbe provato in tutti i modi a provocare la guerra egiziani di fazioni diverse: prima con il conflitto religioso (l’opzione più facile), poi con il conflitto politico (riferendosi alle tensioni dei giorni scorsi davanti al Parlamento tra islamisti e manifestanti). Ma visto che nulla di tutto questo ha funzionato, i militari avrebbero ripiegato sul conflitto sportivo. Questa è solo una delle tante espressioni del sentimento comune a molti egiziani che, ora più che mai, si debba restare uniti, per non cadere nella trappola preparata dai militari e dalle forze dell’ex regime. Forse è questo che sta spingeno molti giovani di Tahrir ad agire per contenere gli scontri in corso.

E il Parlamento che fa? Non può fare molto, oltre a parlare, visto che il controllo delle forze di sicurezza e del Ministero degli Interni è in mani altrui. In effetti, però, nella sua seduta straordinaria di ieri, il Parlamento ha ritenuto il Ministro degli Interni responsabile del massacro di Port Said, assieme al capo della sicurezza della città (per il quale il Procuratore Generale ha anche ordinato l’arresto). E’ la prima volta nella storia, forse, che il Parlamento egiziano chiama un ministro ad assumersi le sue responsabilità di fronte al paese. Il Ministro, poi, ha dato le dimissioni, ma il premier Ganzouri le ha rifutate. La politica per ora sembra impotente.

  

E’ probabile che gli scontri proseguiranno anche stanotte, purtroppo. E a chi chiede fino a quando durerà questo stato di cose, i giovani rispondono: “Fino a quando non cadrà il regime”. Molto semplice.