Verso la disubbidienza civile?
Radio Beckwith evangelica

Purtroppo la situazione non si è affatto calmata in Egitto, le violenze nel centro del Cairo non si sono attenuate e la tensione è sempre alta. Per tutto il giorno, giovani attivisti, deputati del Parlamento, religiosi e tanti altri hanno tentato di fermare gli scontri, anche collaborando con la polizia e l’esercito, ma a parte una breve tregua di poche ore, la battaglia è ripresa ed è ancora in corso mentre sto scrivendo. I morti ormai sono saliti a una dozzina, che si vanno ad aggiungere a quelli del massacro di Port Said, età media sedici anni.

Il giornalista chiede: “Che ha? Influenza suina?”. E il dottore risponde: “No, libertà d’espressione”

L’intervento del Parlamento, invece, non ha fatto altro che far infuriare ancora di più manifestanti e non. La Commissione per la Sicurezza Nazionale, infatti, interessata solo alla protezione del Ministero degli Interni e non ai giovani che muoiono in centro città, ha chiesto la costruzione di un muro davanti all’edificio, con il permesso di sparare a vista contro chiunque si avvicini.

Inutile dire che l’umore degli egiziani, in questi giorni, è cupo, stanco e preoccupato. Questo clima è dovuto dalla sensazione che il caos si stia impossessando del paese, soprattutto lontano dai principali centri cittadini. Oggi sono state attaccate diverse stazioni di polizia e pare che siano di nuovo evasi dei prigionieri. Ieri due turiste americane sono state rapite in Sinai tra il monastero di S. Caterina e Sharm el-Sheykh, poi, per fortuna, sono state rilasciate, grazie a un intervento della polizia (che quando vuole lavora). Alcuni mi dicono che la gente ha molto più paura, adesso, a uscire per strada la sera, perché la criminalità spicciola è cresciuta. E quel che sta succedendo in Siria appesantisce ancora di più i cuori. Ieri, tra l’altro, i siriani del Cairo hanno assaltato la loro ambasciata, visto che l’Egitto non ha voluto cacciare l’ambasciatore. Il blogger Sandmonkey ha scritto oggi che quel che sta succedendo “è una replica dei giorni di gennaio-febbraio 2011, solo che il regista ha aggiunto un tocco di crudo realismo, perché la prima versione del film era troppo romantica”.

E’ questo tocco di realismo in più che mi preoccupa. Anche per me, dalla mia comoda poltrona, sta diventando difficile seguire, di tanto in tanto, le vicende di arresti e uccisioni di conoscenti. M’immagino cosa significhi per gli egiziani, in Egitto o all’estero, fare lo stesso tutti i giorni, con la preoccupazione costante per sé e per i propri amici e familiari. Tutto questo mentre l’attenzione internazionale ha quasi voltato la testa dall’altra parte.

Eppure, nonostante tutto, gli egiziani insistono, perché non hanno scelta. Lentamente, si fa strada l’idea di uno sciopero generale l’11 febbraio, anniversario delle dimissioni di Mubarak, accompagnato dalla disubbidienza civile: niente lavoro, niente scuola, niente uso di apparati elettrici, niente negozi aperti, nessuna attività di nessun genere, tutti in strada a manifestare. Ma soprattutto, si propone il boicottaggio di tutti i prodotti e le attività commerciali dei militari, per colpirli nei loro (vasti) interessi economici. I promotori di questa iniziativa sono gli studenti di diciotto università, tuttavia ci sono molti altri sostenitori, anche se non si ha idea di quanto possa avere successo un’azione del genere. Ma se non resta alternativa…

Intanto, il deputato Mostafa al-Naggar ha fatto sapere su Twitter che l’apertura delle candidature alle presidenziali potrebbe avvenire già il 23 febbraio. Forse qualcosa si muove, allora, ma per ora sono solo ipotesi. E non è detto che quel che si muove sia sufficiente a fermare la collera dei manifestanti. Speriamo che possa passare anche questa crisi.