Tra calcio e politica
Radio Beckwith evangelica

La situazione è rimasta quasi immutata da ieri. Gli scontri nel centro del Cairo sono proseguiti anche oggi, alternandosi a brevi tregue. Diversi cortei hanno tentato di interromperli definitivamente, come la marcia delle “madri egiziane”, non molto numerosa (qualche centinaia) ma agguerrita. Una delegazione di madri è anche stata chiamata a parlamentare con alcuni deputati della Camera Bassa. Finora, però, le violenze continuano.

“Ultim’ora: l’esercito si reca a Port Said per proteggere gli edifici pubblici”. E visto che i militari non difendono gli essere umani ma gli edifici, le persone si dispongono a forma di casa. Chissà se così saranno protetti…

Questa notte è stato ferito gravemente anche Ahmed Maher, uno dei fondatori del Movimento 6 Aprile, colpito alla testa da qualcosa caduto dall’alto, dal palazzo dell’Ufficio Tasse andato in fiamme. Pare che il colpo gli abbia causato la frattura del cranio, ma non ho nuove notizie sulla sua salute. Maher era impegnato nell’ennesima trattativa per una tregua.

Nella notte e in mattinata, intanto, sono stati costruiti altri tre muri contenitivi, a protezione del Ministero degli Interni. I manifestanti avevano appena abbattutto quello in via Muhammad Mahmoud, ma il Consiglio Militare sembra davvero adorare i muri. E i Fratelli Musulmani continuano a far loro da spalla, tanto che qualcuno ormai li chiama “il braccio politico dello SCAF”. Sono sempre più criticati per aver abbandonato la rivoluzione e dedicarsi soltanto ai propri interessi. Persino alcuni dei miei conoscenti, che hanno amici nella Fratellanza, hanno perso la pazienza. Ma anche all’interno del movimento pare ci sia malumore. Ieri sera, infatti, circolava voce che un altro centinaio di giovani fosse pronto ad andarsene, poi tuttavia non ne ho più saputo niente.

Nel frattempo, ferve il dibattito sugli ultras, uno fra i tantissimi fenomeni sociali offerti da un paese popoloso e vario come l’Egitto. Analisti e opinione pubblica si chiedono: si stanno forse servendo della rivoluzione semplicemente per vendicarsi dell’arci-nemica polizia, oppure è la rivoluzione che si sta servendo di loro come forza di combattimento, contro polizia ed esercito? Esiste davvero un’anima politicizzata tra gli ultras, oppure il loro unico principio guida è il tifo calcistico?

Secondo me, qualunque sia la risposta a queste domande, gli ultras fanno comunque parte di quella nuova generazione egiziana, con un’indomabile voglia di vivere ed essere libera, che non accetta più in alcun modo il soffocamento della propria esistenza. Forse gli ultras non esprimeranno la loro rabbia e il loro desiderio di libertà in maniera altrettanto “etica” dei cosiddetti giovani di Tahrir, tuttavia fanno parte della stessa storia, e comunque va ricordato che parliamo di ragazzi tra i tredici e i vent’anni, un po’ più giovani dei ragazzi di Tahrir, quindi. Come i giovani di Tahrir, tuttavia, gli ultras non sono più disposti a tollerare la crudeltà della polizia e su questo punto i due gruppi si sono incontrati.  Insomma, gli ultras esprimono lo stesso malessere degli altri, ma meno elaborato, dunque molto più pericoloso, perché il prevalere della mentalità del branco è sempre in agguato. Alcuni ultras, ad esempio, hanno giurato vendetta nei confronti della città di Port Said, intepretando il massacro subito come parte di una lunga guerra tra bande e nulla più.

Eppure, c’è chi spera di poter incanalare la rabbia e l’innegabile energia degli ultras in attività più costruttive, magari addirittura in politica. Una di queste persone, a quanto sembra, è Ahmed Harara, il giovane che ha perso tutti e due gli occhi nella rivolta ed è diventato un simbolo. Vedremo quali saranno i risultati… Qui, intanto, c’è un video che mostra gli ultras dell’Ahly mentre cantano allo stadio, durante una recente partita.

Non sono riuscita a cogliere tutto quel che urlano, ma una parola si sente chiaramente: hurreya, libertà.

E mentre scontri e dibattiti proseguono, arriva la notizia che il Consiglio Militare avrebbe ordinato di preparare l’ospedale della prigione di Tora per accogliere Mubarak. Meglio tardi che mai, il trasferimento dell’ex dittatore in carcere era ciò che i manifestanti chiedevano mesi fa… Solo che ormai le loro richieste sono andate ben oltre e  questo contentino servito dai militari non servirà a sedarli.