Pare che gli scontri si siano finalmente calmati al Cairo, mentre gli appelli alla disubbidienza civile si moltiplicano. Le posizioni al riguardo si vanno via via definendo. Finora, in favore del boicottaggio dei militari e dello sciopero generale ci sono soprattutto universitari e operai, oltre a diversi intellettuali.

Il fronte sfavorevole al boicottaggio è invece composto dagli islamisti (e dai militari ovviamente), ma oggi si è aggiunta l’Università di al-Azhar, dichiarando che la disubbidienza civile è contro la sharia. Un colpo basso per i boicottatori, visto che al-Azhar, ultimamente, è stata piuttosto favorevole alla rivoluzione, o per lo meno a una vera transizione in senso democratico. Un segno che il vento sta girando?

In campo cristiano, invece, la chiesa copto-ortodossa appare nuovamente divisa: la gerarchia è nettamente contro il boicottaggio, mentre l’Unione dei Giovani del Maspero aderirà all’iniziativa. La chiesa cattolica resta immobile sulla sua posizione neutrale e non ho notizie della comunità evangelica, anche se posso immaginare che sia favorevole alla disubbidienza civile.

Le richieste della piazza che accompagnano il boicottaggio, tuttavia, anche se venissero accettate, potrebbero creare nuovi problemi. Ne ha parlato Tahani al-Jibali, la vice presidente della Corte Costituzionale, affermando che anticipare le elezioni del Presidente della Repubblica significherebbe doverle ripetere (assieme a quelle parlamentari) una volta scritta la nuova Costituzione, che presumibilmente cambierà la forma dello Stato. In questo caso, non ripetere le elezioni costituirebbe un fatto gravissimo dal punto di vista costituzionale. Pertanto, sia l’attuale Parlamento sia il Presidente, eventualmente eletto prima della stesura della Costituzione, sono da considerarsi temporanei (Fratelli Musulmani e salafiti inorridiranno, a questo punto). Oltretutto, la Corte di Cassazione, secondo Tahani al-Jibali, potrebbe addirittura annullare l’elezione della metà dei parlamentari. Ma allora quale legittimità avrebbe una Commissione Costituente eletta dal Parlamento? Per Tahani al-Jibali, che a suo tempo si era pronunciata contro il sì agli emendamenti costituzionali, il problema è che la tabella di marcia della transizione è stata sbagliata fin dall’inizio, risultato di una contrattazione privata tra militari e islamisti, invece che di una vasta consultazione popolare. Insomma, sarebbe tutto da rifare. Bisognava fare come la Tunisia, eleggere subito una Commissione Costituente e solo in seguito pensare al Parlamento e al Presidente.

Ciò che tuttavia ha preoccupato di più nella intervista di Tahani al-Jibaly di oggi è il racconto di una riunione per preparare la formazione del famoso Consiglio Consultivo. In tale occasione, il presidente di Libertà e Giustizia, Mohammed Morsy, avrebbe candidamente ammesso l’esistenza di un accordo con i militari. Ma forse questo, ormai, non è più stupefacente, basta considerare i fatti, passati e recenti.

E ora, il paese sembra sempre più diviso tra islamisti e militari da un lato e società civile laica dall’altro. I salafiti stanno di nuovo dando il meglio di sé in Parlamento. Uno dei loro deputati ha chiesto la censura per i mass media, mentre un altro non ha trovato di meglio che lanciare la chiamata alla preghiera dal suo scranno, nel bel mezzo di una seduta della Camera Bassa. Il presidente Saad el-Katatny (dei Fratelli Musulmani) è andato su tutte le furie, urlandogli: “C’è una moschea per questo, lei non è più musulmano di tutti noi!” Fa piacere vedere che esistono opinioni discordi tra gli islamisti, tuttavia i giovani di Tahrir non li perdonano comunque. Da tempo, ormai, li considerano traditori, solo che questa spaccatura del paese non promette nulla di buono.

Nel frattempo, le relazioni con gli Stati Uniti si stanno deteriorando in fretta, a causa dell’inchiesta sui finanziamenti stranieri delle ONG che ha colpito anche sei attivisti americani. Una delegazione egiziana si è recata a Washington per discutere la questione, ma ha lasciato la città in anticipo. E il governo egiziano annuncia che presto ci saranno nuovi raid nelle sedi di altre ONG.

Non è un momento facile per l’Egitto, tanto per cambiare.

Pare che gli scontri si siano finalmente calmati al Cairo, mentre gli appelli alla disubbidienza civile si moltiplicano. Le posizioni al riguardo si vanno via via definendo. Finora, in favore del boicottaggio dei militari e dello sciopero generale ci sono soprattutto universitari e operai, oltre a diversi intellettuali. Il fronte sfavorevole al boicottaggio è invece composto dagli islamisti (e dai militari ovviamente), ma oggi si è aggiunta l'Università di al-Azhar, dichiarando che la disubbidienza civile è contro la sharia. Un colpo basso per i boicottatori, visto che al-Azhar, ultimamente, è stata piuttosto favorevole alla rivoluzione, o per lo meno a una vera transizione in senso democratico. Un segno che il vento sta girando? In campo cristiano, invece, la chiesa copto-ortodossa appare nuovamente divisa: la gerarchia è nettamente contro il boicottaggio, mentre l'Unione dei Giovani del Maspero aderirà all'iniziativa. La chiesa cattolica resta immobile sulla sua posizione neutrale e non ho notizie della comunità evangelica, anche se posso immaginare che sia favorevole alla disubbidienza civile.

Le richieste della piazza che accompagnano il boicottaggio, tuttavia, anche se venissero accettate, potrebbero creare nuovi problemi. Ne ha parlato Tahani al-Jibali, la vice presidente della Corte Costituzionale, affermando che anticipare le elezioni del Presidente della Repubblica significherebbe doverle ripetere (assieme a quelle parlamentari) una volta scritta la nuova Costituzione, che presumibilmente cambierà la forma dello Stato. In questo caso, non ripetere le elezioni costituirebbe un fatto gravissimo dal punto di vista costituzionale. Pertanto, sia l'attuale Parlamento sia il Presidente, eventualmente eletto prima della stesura della Costituzione, sono da considerarsi temporanei (Fratelli Musulmani e salafiti inorridiranno, a questo punto). Oltretutto, la Corte di Cassazione, secondo Tahani al-Jibali, potrebbe addirittura annullare l'elezione della metà dei parlamentari. Ma allora quale legittimità avrebbe una Commissione Costituente eletta dal Parlamento? Per Tahani al-Jibali, che a suo tempo si era pronunciata contro il sì agli emendamenti costituzionali, il problema è che la tabella di marcia della transizione è stata sbagliata fin dall'inizio, risultato di una contrattazione privata tra militari e islamisti, invece che di una vasta consultazione popolare. Insomma, sarebbe tutto da rifare. Bisognava fare come la Tunisia, eleggere subito una Commissione Costituente e solo in seguito pensare al Parlamento e al Presidente. Ciò che tuttavia ha preoccupato di più nella intervista di Tahani al-Jibaly di oggi è il racconto di una riunione per preparare la formazione del famoso Consiglio Consultivo. In tale occasione, il presidente di Libertà e Giustizia, Mohammed Morsy, avrebbe candidamente ammesso l'esistenza di un accordo con i militari. Ma forse questo, ormai, non è più stupefacente, basta considerare i fatti, passati e recenti. E ora, il paese sembra sempre più diviso tra islamisti e militari da un lato e società civile laica dall'altro. I salafiti stanno di nuovo dando il meglio di sé in Parlamento. Uno dei loro deputati ha chiesto la censura per i mass media, mentre un altro non ha trovato di meglio che lanciare la chiamata alla preghiera dal suo scranno, nel bel mezzo di una seduta della Camera Bassa. Il presidente Saad el-Katatny (dei Fratelli Musulmani) è andato su tutte le furie, urlandogli: "C'è una moschea per questo, lei non è più musulmano di tutti noi!" Fa piacere vedere che esistono opinioni discordi tra gli islamisti, tuttavia i giovani di Tahrir non li perdonano comunque. Da tempo, ormai, li considerano traditori, solo che questa spaccatura del paese non promette nulla di buono.

Nel frattempo, le relazioni con gli Stati Uniti si stanno deteriorando in fretta, a causa dell'inchiesta sui finanziamenti stranieri delle ONG che ha colpito anche sei attivisti americani. Una delegazione egiziana si è recata a Washington per discutere la questione, ma ha lasciato la città in anticipo. E il governo egiziano annuncia che presto ci saranno nuovi raid nelle sedi di altre ONG. Non è un momento facile per l'Egitto, tanto per cambiare.