Come si temeva, l’atteso sciopero generale di ieri, con l’appello alla disubbidienza civile, non ha avuto il successo sperato. Militari e islamisti sono letteralmente gongolanti, felici che “il popolo egiziano abbia scelto di lavorare per salvare il paese”. Anche gli organizzatori dello sciopero hanno dovuto ammettere gli scarsi risultati ottenuti, sebbene siano (e devono esserlo) molto più ottimisti. Infatti, si sono dati 40 giorni per far “lievitare” l’iniziativa, cercando di coinvolgere mano a mano operai, professionisti di vari settori, impiegati pubblici, semplici cittadini, ecc. ecc. Ma si sa che è una sfida azzardata. 
I più grandi “traditori”, ieri, pare siano stati proprio gli operai, sui quali si era concentrata la speranza. Tuttavia, alcuni potrebbero entrare in sciopero da oggi, primo giorno lavorativo della settimana, ad esempio i portuali di Ayn al-Sukhna. I lavoratori della metrapolitana, invece, pur non scioperando del tutto, hanno rallentato considerevolmente le corse dei treni, più che raddoppiando i tempi di percorrenza. Uno sciopero della velocità, insomma.

Ma i reali protagonisti dello sciopero di ieri sono stati gli studenti, che continuano a manifestare anche oggi. Sembra esserci un grande risveglio del movimento studentesco (dunque, ancora una volta, delle generazioni che costituiscono il futuro dell’Egitto) ed è piacevolmente soprendente vedere coinvolte un numero impressionante di ragazze. Persino gli studenti delle scuole cattoliche, ad esempio dei gesuiti, hanno partecipato allo sciopero di ieri. In fondo la cosa non stupisce, perché i giovani sono stati i protagonisti della rivolta fin dall’inizio e, in molti casi, quelli scesi in piazza ieri sono gli amici dei tanti martiri caduti in quest’ultimo anno. Ogni scuola e ogni università ha avuto il suo buon numero di uccisi. Questo non può essere dimenticato e alcune delle studentesse che hanno manifestato ieri, infatti, portavano con sé il proprio sudario (nel quale, secondo la tradizione islamica, si avvolgono i defunti).

Le manifestazioni di ieri sono state pacifiche, tuttavia polizia e militari non hanno perso l’occasione per reprimere ancora una volta stampa e attivisti. Questa volta è toccato a un giornalista australiano (Austin Mackell), la sua interprete (Aliya Alwi), uno studente americano (Derek Ludovici) e un leader sindacale (Kamal al-Fayyoumi). Sono stati arrestati a Mahalla (città nota per il famoso sciopero degli operai tessili del 6 aprile 2008, dal quale nacque l’omonimo movimento) con l’accusa di incitare alla disobbedienza civile e alla violenza, accusa ovviamente infondata, parte di una vera e propria campagna sistematica di silenziamento di attivisti, sindacalisti e giornalisti, portata avanti da mesi dal Consiglio Militare e alleati. Per chi conosce l’inglese, consiglio ad esempio di leggere il rapporto di Human Rights Watch.

Qui, invece, si può firmare una petizione per la liberazione dei quattro arrestati a Mahalla.

Ma c’è un altro fatto inquietante che sta lentamente emergendo agli onori della cronaca, grazie all’opera infaticabile di blogger e attivisti di ogni colore politico e religione. In un paese vicino ad Alessandria, a fine gennaio, si è assistito all’ennesimo episodio di intolleranza religiosa nei confronti dei copti. Tutto è iniziato con le accuse di qualche musulmano (salafiti, credo) ad un ragazzo cristiano, che avrebbe tenuto sul suo cellulare e computer alcune foto ritraenti una ragazza musulmana, con la quale avrebbe avuto una relazione. I dettagli della storia non sono affatto chiari, ma quel che importa è che ne sono scaturite le solite battaglie tra famiglie musulmane e copte, anche a colpi d’arma da fuoco, e né l’esercito, né la polizia hanno saputo (o voluto) fermarle. Come succede sempre in questi casi, per risolvere il conflitto si è tenuta una seduta di riconciliazione, mediata da notabili musulmani e cristiani con l’aiuto dell’intelligence. Ed è qui che è scoppiato lo scandalo. Il risultato della riconciliazione è stato l’esilio forzato dal paese di otto famiglie cristiane, le quali hanno anche dovuto abbandonare tutti i loro beni che poi sono stati messi all’asta, senza che gli ex proprietari potessero parteciparvi. Una violenza seguita da sfratto, seguito a sua volta da rapina, il tutto con la compiacenza delle autorità che dovrebbero proteggere i diritti di tutti i cittadini (ed è ciò che il Consiglio Militare dice di fare da mesi).

Come ho accennato, questo episodio sta lentamente venendo alla luce della cronaca grazie alla denuncia di molti attivisti, gli stessi che oggi sono quotidianamente sotto il tiro del Consiglio Militare. E l’accaduto, in effetti, merita una denuncia bella grossa, visto anche l’indifferenza del Parlamento “islamista” che ha completamente dimenticato la lotta per i diritti umani (quelli degli altri ovviamente).

Pensare che quando i Fratelli Musulmani erano incarcerati e torturati a migliaia nelle prigioni di Mubarak, gli attivisti lottavano per loro. Ora, invece, quegli stessi attivisti sono diventati i nemici della patria, teppisti che vogliono soltanto la dissoluzione del paese. E lasciamo perdere i salafiti, poi. L’unica battaglia che sanno portare in Parlamento è quella per la pausa-preghiera ufficiale durante le sedute del Parlamento (oltre a continuare ad alimentare l’odio verso i cristiani, naturalmente).

Per fortuna non tutti gli islamisti sono così, nemmeno tra i salafiti, ma questi di solito non si trovano in Parlamento, almeno non in maggioranza. Così come i liberali non sono tutti democratici come dicono di essere. Il punto è proprio questo: c’è chi crede davvero a democrazia e diritti umani, dunque lotta per essi senza compromessi in ogni situazione, e chi invece ci crede solo quando questi non ostacolano i propri interessi o il proprio progetto politico. La linea che separa i due gruppi, tuttavia, è trasversale e si estende ben oltre l’Egitto. La lotta tra i due gruppi che si sta svolgendo in Egitto è anche la nostra, non dimentichiamolo, perché lì si sta combattendo per affermare dei valori universali. E credo che dalla testardaggine, dal coraggio, dalla passione e dalla lucidità mentale degli egiziani (senza mai dimenticare gli altri giovani arabi che oggi sono impegnati nella stessa battaglia in altri paesi) ci sia solo da imparare, comunque andrà a finire.

Come si temeva, l'atteso sciopero generale di ieri, con l'appello alla disubbidienza civile, non ha avuto il successo sperato. Militari e islamisti sono letteralmente gongolanti, felici che "il popolo egiziano abbia scelto di lavorare per salvare il paese". Anche gli organizzatori dello sciopero hanno dovuto ammettere gli scarsi risultati ottenuti, sebbene siano (e devono esserlo) molto più ottimisti. Infatti, si sono dati 40 giorni per far "lievitare" l'iniziativa, cercando di coinvolgere mano a mano operai, professionisti di vari settori, impiegati pubblici, semplici cittadini, ecc. ecc. Ma si sa che è una sfida azzardata.  I più grandi "traditori", ieri, pare siano stati proprio gli operai, sui quali si era concentrata la speranza. Tuttavia, alcuni potrebbero entrare in sciopero da oggi, primo giorno lavorativo della settimana, ad esempio i portuali di Ayn al-Sukhna. I lavoratori della metrapolitana, invece, pur non scioperando del tutto, hanno rallentato considerevolmente le corse dei treni, più che raddoppiando i tempi di percorrenza. Uno sciopero della velocità, insomma. Ma i reali protagonisti dello sciopero di ieri sono stati gli studenti, che continuano a manifestare anche oggi. Sembra esserci un grande risveglio del movimento studentesco (dunque, ancora una volta, delle generazioni che costituiscono il futuro dell'Egitto) ed è piacevolmente soprendente vedere coinvolte un numero impressionante di ragazze. Persino gli studenti delle scuole cattoliche, ad esempio dei gesuiti, hanno partecipato allo sciopero di ieri. In fondo la cosa non stupisce, perché i giovani sono stati i protagonisti della rivolta fin dall'inizio e, in molti casi, quelli scesi in piazza ieri sono gli amici dei tanti martiri caduti in quest'ultimo anno. Ogni scuola e ogni università ha avuto il suo buon numero di uccisi. Questo non può essere dimenticato e alcune delle studentesse che hanno manifestato ieri, infatti, portavano con sé il proprio sudario (nel quale, secondo la tradizione islamica, si avvolgono i defunti).

Le manifestazioni di ieri sono state pacifiche, tuttavia polizia e militari non hanno perso l'occasione per reprimere ancora una volta stampa e attivisti. Questa volta è toccato a un giornalista australiano (Austin Mackell), la sua interprete (Aliya Alwi), uno studente americano (Derek Ludovici) e un leader sindacale (Kamal al-Fayyoumi). Sono stati arrestati a Mahalla (città nota per il famoso sciopero degli operai tessili del 6 aprile 2008, dal quale nacque l'omonimo movimento) con l'accusa di incitare alla disobbedienza civile e alla violenza, accusa ovviamente infondata, parte di una vera e propria campagna sistematica di silenziamento di attivisti, sindacalisti e giornalisti, portata avanti da mesi dal Consiglio Militare e alleati. Per chi conosce l'inglese, consiglio ad esempio di leggere il rapporto di Human Rights Watch. Qui, invece, si può firmare una petizione per la liberazione dei quattro arrestati a Mahalla. Ma c'è un altro fatto inquietante che sta lentamente emergendo agli onori della cronaca, grazie all'opera infaticabile di blogger e attivisti di ogni colore politico e religione. In un paese vicino ad Alessandria, a fine gennaio, si è assistito all'ennesimo episodio di intolleranza religiosa nei confronti dei copti. Tutto è iniziato con le accuse di qualche musulmano (salafiti, credo) ad un ragazzo cristiano, che avrebbe tenuto sul suo cellulare e computer alcune foto ritraenti una ragazza musulmana, con la quale avrebbe avuto una relazione. I dettagli della storia non sono affatto chiari, ma quel che importa è che ne sono scaturite le solite battaglie tra famiglie musulmane e copte, anche a colpi d'arma da fuoco, e né l'esercito, né la polizia hanno saputo (o voluto) fermarle. Come succede sempre in questi casi, per risolvere il conflitto si è tenuta una seduta di riconciliazione, mediata da notabili musulmani e cristiani con l'aiuto dell'intelligence. Ed è qui che è scoppiato lo scandalo. Il risultato della riconciliazione è stato l'esilio forzato dal paese di otto famiglie cristiane, le quali hanno anche dovuto abbandonare tutti i loro beni che poi sono stati messi all'asta, senza che gli ex proprietari potessero parteciparvi. Una violenza seguita da sfratto, seguito a sua volta da rapina, il tutto con la compiacenza delle autorità che dovrebbero proteggere i diritti di tutti i cittadini (ed è ciò che il Consiglio Militare dice di fare da mesi).

Come ho accennato, questo episodio sta lentamente venendo alla luce della cronaca grazie alla denuncia di molti attivisti, gli stessi che oggi sono quotidianamente sotto il tiro del Consiglio Militare. E l'accaduto, in effetti, merita una denuncia bella grossa, visto anche l'indifferenza del Parlamento "islamista" che ha completamente dimenticato la lotta per i diritti umani (quelli degli altri ovviamente).

Pensare che quando i Fratelli Musulmani erano incarcerati e torturati a migliaia nelle prigioni di Mubarak, gli attivisti lottavano per loro. Ora, invece, quegli stessi attivisti sono diventati i nemici della patria, teppisti che vogliono soltanto la dissoluzione del paese. E lasciamo perdere i salafiti, poi. L'unica battaglia che sanno portare in Parlamento è quella per la pausa-preghiera ufficiale durante le sedute del Parlamento (oltre a continuare ad alimentare l'odio verso i cristiani, naturalmente).

Per fortuna non tutti gli islamisti sono così, nemmeno tra i salafiti, ma questi di solito non si trovano in Parlamento, almeno non in maggioranza. Così come i liberali non sono tutti democratici come dicono di essere. Il punto è proprio questo: c'è chi crede davvero a democrazia e diritti umani, dunque lotta per essi senza compromessi in ogni situazione, e chi invece ci crede solo quando questi non ostacolano i propri interessi o il proprio progetto politico. La linea che separa i due gruppi, tuttavia, è trasversale e si estende ben oltre l'Egitto. La lotta tra i due gruppi che si sta svolgendo in Egitto è anche la nostra, non dimentichiamolo, perché lì si sta combattendo per affermare dei valori universali. E credo che dalla testardaggine, dal coraggio, dalla passione e dalla lucidità mentale degli egiziani (senza mai dimenticare gli altri giovani arabi che oggi sono impegnati nella stessa battaglia in altri paesi) ci sia solo da imparare, comunque andrà a finire.