La fine scandalosa della crisi Egitto-Stati Uniti
Radio Beckwith evangelica

La crisi tra Egitto e Stati Uniti sembra avviata verso una felice conclusione. O forse no. La conclusione, infatti, sta già portando una nuova ventata di polemiche e rabbia (sì, anche rabbia).

Nel fumetto della vignetta si legge: “La legge sopra tutti”. Sì, ma trasportata in una bara…

Tutto è iniziato ieri, con l’annuncio dell’auto-ricusazione del giudice incaricato del processo sul finanziamento illegale a varie ONG, alcune delle quali strettamente legate all’amministrazione americana. Il giudice avrebbe deciso di ritirarsi, perché “si sente a disagio”. Poi, il divieto di lasciare il paese imposto agli imputati stranieri è stato revocato e, nella giornata di oggi, questi ultimi sono rientrati in patria, sembra in cambio del pagamento di una consistente cauzione. Gli americani sono stati scortati all’aeroporto del Cairo da non precisate “autorità supreme” (si pensa all’intelligence oppure alla Guardia Presidenziale) e trasportati a casa da un aereo militare statunitense, giunto apposta sul luogo.

Il retroscena di questa vicenda è oscuro. Secondo la Tv al-Arabiya, il giudice avrebbe subito le dirette pressioni del Consiglio Militare, affinché lasciasse andare gli stranieri. Oggi, tuttavia, il Presidente della Corte d’Appello ha dichiarato di essere stato lui a forzare il giudice, perché il figlio di questi avrebbe strette relazioni di affari con gli Stati Uniti. Dunque ci sarebbe un conflitto d’interessi? Ma allora sarebbe bastato cambiare il giudice, senza revocare il divieto di lasciare il paese per gli stranieri e comunque il giudice ha negato le illazioni sul conto del figlio.

Ad ogni modo, gli attivisti stranieri sono liberi. Tutto è bene quel che finisce bene allora? Eh no, non proprio. E gli attivisti egiziani? Li abbiamo dimenticati? Vuoi vedere che alla fine saranno solo loro, tanto per cambiare, a rimetterci? E’ questo che fa rabbia, oltre al fatto che, improvvisamente, tutta la retorica contro l’interferenza straniera della ministra mubarakiana Fayza Abul Naga si è vaporizzata sotto il peso di un’evidente e pesante ingerenza statunitense, che ha calpestato anche quel poco d’indipendenza goduto dalla magistratura egiziana. Altro che “mani nascoste”, qui le mani sono ben visibili, così come i fili che muovono.

Non sto ovviamente sostenendo che l’azione contro le ONG fosse giusta, ma se saranno gli attivisti locali, alla fine, a doverne pagare il prezzo, allora c’è di che infuriarsi per quanto è successo. Ma cosa è successo veramente? E’ stata tutta una messa in scena del Consiglio Militare, per motivi ancora non del tutto chiari, oppure una prova di forza nei confronti dell’alleato statunitense, finita con il ritorno all’ovile del fedele Egitto? Le opinioni sono discordi su questo punto. Ma se ora ci si dimenticherà degli attivisti locali, l’onta sarà completa e il dubbio che lo scopo finale dell’operazione fosse proprio questo si farà più consistente. E agli Stati Uniti che importa, in fondo, visto che possono dirsi soddisfatti: hanno avuto conferma dell’obbedienza dei militari e stanno tessendo l’alleanza con i futuri governanti del paese, cioè i Fratelli Musulmani. Perché dovrebbero mettersi nei guai per qualche arabo? Questi sono affari interni egiziani…

Il cerchio si sta chiudendo attorno alla società civile democratica egiziana? Militari, Stati Uniti e Fratelli Musulmani, i tanto temuti islamisti che spesso, in passato, sono stati così utili, perché in fondo sono sempre stati i più disponibili al compromesso con il governante di turno. E’ molto più facile fare affari con loro che con i laici, quelli che credono davvero alla democrazia. Poi, quando non servono più, il bastone del governante di turno si abbatte su di loro, rispedendoli nell’ombra, o nelle prigioni. E’ successo più volte ai Fratelli Musulmani, nella storia dell’Egitto: re Farouq, Nasser, Sadat, Mubarak… Peccato, però, che la gente continua a votarli.