Giovani proteste e vecchia politica
Radio Beckwith evangelica

L’irrompere della politica sulla scena egiziana, con il nuovo Parlamento e le imminenti elezioni presidenziali, non ha soffocato le proteste, soprattutto giovanili. L’epicentro, tuttavia, non è più piazza Tahrir, dove rimane solo un piccolo sit-in di ultraresistenti. Oggi, anniversario triste dello scoppio della rivoluzione siriana, sono di nuovo scesi in strada gli ultras, sia dell’Ahly sia dello Zamalek, in passato acerrimi nemici e ora alleati nella richiesta di giustizia, in seguito al massacro dello stadio di Port Said.  Gli ultras – qualche centinaio secondo giornali – hanno marciato verso l’ufficio del Procuratore Generale, ricordando le vittime del massacro. Per il massacro sono stati per ora rinviati a giudizio 75 imputati, tra i quali vi sono nove ufficiali di polizia. 

Un murale di Alaa Awad

E continua da tre settimane anche il sit-in degli studenti della German University, che protestano per la sospensione di alcuni loro compagni, colpevoli di aver attaccato il Consiglio Militare. Questi studenti sono molto arrabbiati e stanno diventando un nuovo nucleo di ribellione che attrae attorno a sé altri dissensi, come quello degli altri studenti universitari (che chiedono di indire le elezioni dei propri organi rappresentativi, rimandate da novembre) e quello di vari attivisti e movimenti che vogliono la fine del governo militare.

Queste proteste mostrano un’altra polarizzazione del paese, oltre a quella tra laici e islamisti. E’ la polarizzazione tra i giovani che riempiono le piazze e i “vecchi” che occupano i posti di comando e della politica. Gira già la battuta, ad esempio, che il primo segno della senescenza sia il desiderio di candidarsi alla Presidenza. In effetti, la maggioranza dei candidati (quelli seri) è ultrasessantenne, mentre più del 50% della popolazione è al di sotto dei 25 anni. I giovani dovrebbero contare di più.

La marcia degli ultras

Tornano, però, anche le proteste dei lavoratori. Siamo lontani dallo sciopero generale che si auspicava sarebbe scattato l’11 febbraio scorso, ma di certo si sta assistendo a una nuova ondata di scioperi. I lavoratori delle poste stanno scioperano da giorni e persino nelle fabbriche dei militari ci sono proteste. Ogni settore, tuttavia, ha domande sue, indipendenti da quelle di altri lavoratori in sciopero.

Fratelli Musulmani e salafiti, invece, stanno studiando una legge per amnistiare tutti i reati politici dagli anni ottanta in poi. L’idea è di far scarcerare i militanti islamisti ancora in prigione, ma la proposta ha al contrario suscitato la preoccupazione che l’amnistia possa applicarsi anche a Mubarak e famiglia, con conseguente crocifissione mediatica degli islamisti. Chi, invece, spera in una tale amnistia è Ayman Nour, il quale vorrebbe tanto candidarsi alla Presidenza (uno dei pochi sotto i sessant’anni!). Lui era stato il primo a provarci nel 2005: aveva sfidato lo stesso Mubarak ed era ovviamente finito in carcere poco dopo, con l’accusa di aver falsificato le firme necessarie a candidarsi. La condanna gli è stata recentemente confermata e questo gli impedisce di ricandidarsi.

Intanto, sul fronte delle relazioni internazionali sembra pace fatta tra Egitto e Stati Uniti. Oggi è giunta al Cairo Nancy Pelosi, che tra l’altro ha incontrato Saad el-Katatny, il presidente della Camera Bassa. Tutto bene, parole di riconciliazione e amicizia a volontà. L’incidente delle ONG, dunque, pare dimenticato. Ma qualcuno mi dice che ne sarà degli attivisti egiziani che non hanno potuto scappare e dell’americano che ha scelto di restare?

L'irrompere della politica sulla scena egiziana, con il nuovo Parlamento e le imminenti elezioni presidenziali, non ha soffocato le proteste, soprattutto giovanili. L'epicentro, tuttavia, non è più piazza Tahrir, dove rimane solo un piccolo sit-in di ultraresistenti. Oggi, anniversario triste dello scoppio della rivoluzione siriana, sono di nuovo scesi in strada gli ultras, sia dell'Ahly sia dello Zamalek, in passato acerrimi nemici e ora alleati nella richiesta di giustizia, in seguito al massacro dello stadio di Port Said.  Gli ultras - qualche centinaio secondo giornali - hanno marciato verso l'ufficio del Procuratore Generale, ricordando le vittime del massacro. Per il massacro sono stati per ora rinviati a giudizio 75 imputati, tra i quali vi sono nove ufficiali di polizia.  [caption id="attachment_1380" align="alignright" width="300"] Un murale di Alaa Awad[/caption] E continua da tre settimane anche il sit-in degli studenti della German University, che protestano per la sospensione di alcuni loro compagni, colpevoli di aver attaccato il Consiglio Militare. Questi studenti sono molto arrabbiati e stanno diventando un nuovo nucleo di ribellione che attrae attorno a sé altri dissensi, come quello degli altri studenti universitari (che chiedono di indire le elezioni dei propri organi rappresentativi, rimandate da novembre) e quello di vari attivisti e movimenti che vogliono la fine del governo militare. Queste proteste mostrano un'altra polarizzazione del paese, oltre a quella tra laici e islamisti. E' la polarizzazione tra i giovani che riempiono le piazze e i "vecchi" che occupano i posti di comando e della politica. Gira già la battuta, ad esempio, che il primo segno della senescenza sia il desiderio di candidarsi alla Presidenza. In effetti, la maggioranza dei candidati (quelli seri) è ultrasessantenne, mentre più del 50% della popolazione è al di sotto dei 25 anni. I giovani dovrebbero contare di più. [caption id="attachment_1385" align="aligncenter" width="603"] La marcia degli ultras[/caption] Tornano, però, anche le proteste dei lavoratori. Siamo lontani dallo sciopero generale che si auspicava sarebbe scattato l'11 febbraio scorso, ma di certo si sta assistendo a una nuova ondata di scioperi. I lavoratori delle poste stanno scioperano da giorni e persino nelle fabbriche dei militari ci sono proteste. Ogni settore, tuttavia, ha domande sue, indipendenti da quelle di altri lavoratori in sciopero. Fratelli Musulmani e salafiti, invece, stanno studiando una legge per amnistiare tutti i reati politici dagli anni ottanta in poi. L'idea è di far scarcerare i militanti islamisti ancora in prigione, ma la proposta ha al contrario suscitato la preoccupazione che l'amnistia possa applicarsi anche a Mubarak e famiglia, con conseguente crocifissione mediatica degli islamisti. Chi, invece, spera in una tale amnistia è Ayman Nour, il quale vorrebbe tanto candidarsi alla Presidenza (uno dei pochi sotto i sessant'anni!). Lui era stato il primo a provarci nel 2005: aveva sfidato lo stesso Mubarak ed era ovviamente finito in carcere poco dopo, con l'accusa di aver falsificato le firme necessarie a candidarsi. La condanna gli è stata recentemente confermata e questo gli impedisce di ricandidarsi. Intanto, sul fronte delle relazioni internazionali sembra pace fatta tra Egitto e Stati Uniti. Oggi è giunta al Cairo Nancy Pelosi, che tra l'altro ha incontrato Saad el-Katatny, il presidente della Camera Bassa. Tutto bene, parole di riconciliazione e amicizia a volontà. L'incidente delle ONG, dunque, pare dimenticato. Ma qualcuno mi dice che ne sarà degli attivisti egiziani che non hanno potuto scappare e dell'americano che ha scelto di restare?