Un colpo di scena dietro l’altro
Radio Beckwith evangelica

Durante l’interruzione pasquale della newsletter vi sono stati numerosi importanti sviluppi in Egitto, soprattutto riguardanti la scena politica. Le candidature alle presidenziali (la cui registrazione si è conclusa l’8 aprile) sono ancora uno dei principali argomenti di discussione.

Il salafita Hazem Abu Ismail è sempre in lotta per far accettare la sua candidatura, dopo che la Commissione Elettorale ha rivelato di essere in possesso di un passaporto americano appartenente a sua madre. Se questa avesse davvero la cittadinanza americana (o qualsiasi altra cittadinanza straniera), la legge lo escluderebbe automaticamente dalla gara elettorale. Ministero degli Interni, Ministero degli Esteri e Stati Uniti confermano che la donna ha acquisito la cittadinanza americana prima di morire. Esisterebbe anche un documento che proverebbe che la donna avrebbe votato per Obama, alle ultime presidenziali americane.

Abu Ismail, però, continua a negare. Lui e i suoi sostenitori sono convinti che sia un complotto degli americani e dell’ex regime egiziano contro di lui. Chi sostiene questa tesi (e non sono solo fanatici) non si fida affatto della magistratura e del giudice a capo della Commissione Elettorale, noto già in passato per aver “convalidato” i brogli elettorali di regime. E di esempi di corruzione di magistrati se ne trovano tanti. Pertanto, Abu Ismail ha fatto ricorso al tribunale contro il Ministero degli Interni e degli Esteri e, nel frattempo, si sono mobilitati i suoi sostenitori. Venerdì scorso hanno organizzato una manifestazione in piazza Tahrir, durante la quale ci sono stati anche degli scontri con i manifestanti che invece protestavano contro l’Assemblea Costituente. C’è da dire, tuttavia, che Abu Ismail non ha ricevuto solidarietà soltanto dai suoi fans, ma anche da persone che non condividono le sue idee, in parte per il sospetto che pesa sui magistrati e sull’ex regime, in parte per quella che è ritenuta essere una legge elettorale ingiusta fin dall’inizio. L’ironia, infatti, è che la clausola che esclude candidati con coniugi e genitori aventi una seconda cittadinanza non egiziana era stata fortemente combattuta dai liberali e sostenuta soprattutto dagli islamisti. E ora, questa clausola potrebbe mettere fuori gioco proprio il candidato salafita.

Ad ogni modo, ieri sera il tribunale si è pronunciato in favore di Abu Ismail, affermando che non ci sono prove sufficienti per dire che la madre abbia davvero acquisito la cittadinanza americana. In effetti, perché gli USA non risolvono la questione fornendo il certificato di naturalizzazione della donna o il video del suo giuramento, il giorno in cui è diventata ufficialmente cittadina degli Stati Uniti? La questione non finisce qui, dunque. Per parte mia, la soluzione migliore per l’Egitto sarebbe che Abu Ismail non venisse escluso dalle elezioni (evitando così la furia dei sostenitori), ma venisse pesantemente sconfitto al momento del voto. Utopia forse…

Nel frattempo, però, vi è stato un nuovo sinistro sviluppo riguardo alle presidenziali. Dopo un lungo alternarsi di conferme e smentite, finalmente Omar Suleyman ha deciso di candidarsi alla Presidenza. Apriti cielo! Per la maggioranza degli egiziani, questo è stato vissuto come un vero e proprio schiaffo in faccia alla rivoluzione. Suleyman, infatti, è stato il vice di Mubarak durante i diciotto giorni della rivolta del 25 gennaio ma, soprattutto, è stato a capo dell’intelligence militare dal 1993 al 2011. Uomo fidato di Mubarak, gli ha salvato la pelle più volte da vari attentati. Era, inoltre, l’uomo di riferimento del rendition program della CIA, ossia quel programma secondo il quale gli Stati Uniti inviavano i sospettati di terrorismo in alcuni paesi, per essere interrogati per procura. Sarebbe meglio dire “torturati per procura”, perché gli USA, pur richiedendo a tali paesi di trattare umanamente i prigionieri, sapevano benissimo (e anzi faceva loro comodo) che in realtà venivano torturati spietatamente. Ci sono testimoni che affermano che Omar Suleyman si sia premurato di torturare personalmente alcuni prigionieri, estorcendo loro confessioni (false) che poi sono servite all’amministrazione Bush come scusa per attaccare l’Iraq. Per questo oltre al nomignolo di “spione capo”, gli è stato dato anche quello di “torturatore capo”.

C’è altro su Suleyman? Altroché. Era anche l’uomo che teneva nelle sue mani le relazioni tra Egitto e Israele (il quale ha sempre guardato a lui con molto favore). In base a questo bel curriculum, potete immaginare la reazione degli egiziani. E’ difficile che lo eleggano, a meno che non trucchino le elezioni. Però già si sa che molti poliziotti e impiegati del Ministero degli Interni, con relative famiglie, sono stati costretti a firmare velocemente per la sua candidatura. L’ironia egiziana, intanto, l’ha già colpito al cuore, facendo circolare il presunto slogan della sua campagna elettorale (vedere la vignetta allegata): “Siete tutti Khaled Said”. Il riferimento, naturalmente, è al giovane Khaled Said, massacrato a morte da alcuni poliziotti di Alessandria, attorno al cui caso è nata la pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Said”, una delle promotrici della rivoluzione del 25 gennaio, amministrata da Wael Ghonim.

La candidatura di Omar Suleyman, per molti, è stata la prova che il conflitto tra militari e Fratelli Musulmani è reale, perché l’ex spione è un noto cacciatore di islamisti. Così, i Fratelli Musulmani hanno risposto con due mosse: la prima è stata la presentazione di un candidato di riserva (Mohamed Mursy, presidente del partito Libertà e Giustizia), nel caso in cui Khairat al-Shater fosse squalificato a causa della sua fedina penale (non è ancora chiaro se sia stata cancellata oppure no, ma intanto Ayman Nour, che aveva un problema analogo, è stato escluso dalla competizione elettorale); la seconda mossa è stata di portare in Parlamento la discussione di una legge per bandire dalla politica tutti gli uomini dell’ex partito di governo, il Partito Nazional Democratico che, se passasse, potrebbe escludere Suleyman dalle elezioni.

A dire il vero, non è così chiaro se Omar Suleyman sia o no il candidato del Consiglio Militare (e degli Stati Uniti e di Israele, aggiunge qualcuno). C’è chi sostiene che sia invece proprio Khairat al-Shater, dei Fratelli Musulmani. Il gioco “indovina qual è il candidato dei militari” è diventato molto diffuso in Egitto. Un’altra ipotesi, però, è che gli stessi generali siano divisi su quale candidato appoggiare. Voci dicono che sia già iniziata una durissima lotta per la successione di Tantawi, all’interno del Consiglio Militare, riflessa anche nelle opinioni discordi su quale debba essere il nuovo Presidente egiziano. La questione è fondamentale per i militari, perché il nuovo Presidente avrà probabilmente molto da dire sul futuro dell’esercito, specie se non sarà un uomo uscito dall’esercito.

L’altro fondamentale argomento di dibattito, però, è sempre la questione dell’Assemblea Costituente, ormai “epurata” di tutti gli elementi non islamisti. Ebbene, il 10 aprile un tribunale amministrativo ha congelato i lavori dell’Assemblea, dichiarandola illegittima. E ora? Intanto vedremo se gli islamisti rispetteranno il verdetto, poi vedremo anche se il Consiglio Militare accoglierà la richiesta del Consiglio Consultivo (eh sì, esiste ancora) di emanare una dichiarazione costituzionale complementare, con i criteri precisi della formazione della Costituente. Sembra ormai probabile, tuttavia, che il nuovo Presidente sarà eletto prima che una nuova Costituzione ne definisca (e soprattutto ne limiti) i poteri.

No, non ci si annoia affatto in Egitto di questi tempi. Si è passati dalla stagnazione completa, sotto Mubarak, allo tsunami quasi quotidiano. C’è chi ha detto, su Twitter, che la sceneggiatura degli eventi egiziani è scritta da David Lynch. Può darsi…

Durante l'interruzione pasquale della newsletter vi sono stati numerosi importanti sviluppi in Egitto, soprattutto riguardanti la scena politica. Le candidature alle presidenziali (la cui registrazione si è conclusa l'8 aprile) sono ancora uno dei principali argomenti di discussione. Il salafita Hazem Abu Ismail è sempre in lotta per far accettare la sua candidatura, dopo che la Commissione Elettorale ha rivelato di essere in possesso di un passaporto americano appartenente a sua madre. Se questa avesse davvero la cittadinanza americana (o qualsiasi altra cittadinanza straniera), la legge lo escluderebbe automaticamente dalla gara elettorale. Ministero degli Interni, Ministero degli Esteri e Stati Uniti confermano che la donna ha acquisito la cittadinanza americana prima di morire. Esisterebbe anche un documento che proverebbe che la donna avrebbe votato per Obama, alle ultime presidenziali americane. Abu Ismail, però, continua a negare. Lui e i suoi sostenitori sono convinti che sia un complotto degli americani e dell'ex regime egiziano contro di lui. Chi sostiene questa tesi (e non sono solo fanatici) non si fida affatto della magistratura e del giudice a capo della Commissione Elettorale, noto già in passato per aver "convalidato" i brogli elettorali di regime. E di esempi di corruzione di magistrati se ne trovano tanti. Pertanto, Abu Ismail ha fatto ricorso al tribunale contro il Ministero degli Interni e degli Esteri e, nel frattempo, si sono mobilitati i suoi sostenitori. Venerdì scorso hanno organizzato una manifestazione in piazza Tahrir, durante la quale ci sono stati anche degli scontri con i manifestanti che invece protestavano contro l'Assemblea Costituente. C'è da dire, tuttavia, che Abu Ismail non ha ricevuto solidarietà soltanto dai suoi fans, ma anche da persone che non condividono le sue idee, in parte per il sospetto che pesa sui magistrati e sull'ex regime, in parte per quella che è ritenuta essere una legge elettorale ingiusta fin dall'inizio. L'ironia, infatti, è che la clausola che esclude candidati con coniugi e genitori aventi una seconda cittadinanza non egiziana era stata fortemente combattuta dai liberali e sostenuta soprattutto dagli islamisti. E ora, questa clausola potrebbe mettere fuori gioco proprio il candidato salafita. Ad ogni modo, ieri sera il tribunale si è pronunciato in favore di Abu Ismail, affermando che non ci sono prove sufficienti per dire che la madre abbia davvero acquisito la cittadinanza americana. In effetti, perché gli USA non risolvono la questione fornendo il certificato di naturalizzazione della donna o il video del suo giuramento, il giorno in cui è diventata ufficialmente cittadina degli Stati Uniti? La questione non finisce qui, dunque. Per parte mia, la soluzione migliore per l'Egitto sarebbe che Abu Ismail non venisse escluso dalle elezioni (evitando così la furia dei sostenitori), ma venisse pesantemente sconfitto al momento del voto. Utopia forse... Nel frattempo, però, vi è stato un nuovo sinistro sviluppo riguardo alle presidenziali. Dopo un lungo alternarsi di conferme e smentite, finalmente Omar Suleyman ha deciso di candidarsi alla Presidenza. Apriti cielo! Per la maggioranza degli egiziani, questo è stato vissuto come un vero e proprio schiaffo in faccia alla rivoluzione. Suleyman, infatti, è stato il vice di Mubarak durante i diciotto giorni della rivolta del 25 gennaio ma, soprattutto, è stato a capo dell'intelligence militare dal 1993 al 2011. Uomo fidato di Mubarak, gli ha salvato la pelle più volte da vari attentati. Era, inoltre, l'uomo di riferimento del rendition program della CIA, ossia quel programma secondo il quale gli Stati Uniti inviavano i sospettati di terrorismo in alcuni paesi, per essere interrogati per procura. Sarebbe meglio dire "torturati per procura", perché gli USA, pur richiedendo a tali paesi di trattare umanamente i prigionieri, sapevano benissimo (e anzi faceva loro comodo) che in realtà venivano torturati spietatamente. Ci sono testimoni che affermano che Omar Suleyman si sia premurato di torturare personalmente alcuni prigionieri, estorcendo loro confessioni (false) che poi sono servite all'amministrazione Bush come scusa per attaccare l'Iraq. Per questo oltre al nomignolo di "spione capo", gli è stato dato anche quello di "torturatore capo". C'è altro su Suleyman? Altroché. Era anche l'uomo che teneva nelle sue mani le relazioni tra Egitto e Israele (il quale ha sempre guardato a lui con molto favore). In base a questo bel curriculum, potete immaginare la reazione degli egiziani. E' difficile che lo eleggano, a meno che non trucchino le elezioni. Però già si sa che molti poliziotti e impiegati del Ministero degli Interni, con relative famiglie, sono stati costretti a firmare velocemente per la sua candidatura. L'ironia egiziana, intanto, l'ha già colpito al cuore, facendo circolare il presunto slogan della sua campagna elettorale (vedere la vignetta allegata): "Siete tutti Khaled Said". Il riferimento, naturalmente, è al giovane Khaled Said, massacrato a morte da alcuni poliziotti di Alessandria, attorno al cui caso è nata la pagina Facebook "Siamo tutti Khaled Said", una delle promotrici della rivoluzione del 25 gennaio, amministrata da Wael Ghonim. La candidatura di Omar Suleyman, per molti, è stata la prova che il conflitto tra militari e Fratelli Musulmani è reale, perché l'ex spione è un noto cacciatore di islamisti. Così, i Fratelli Musulmani hanno risposto con due mosse: la prima è stata la presentazione di un candidato di riserva (Mohamed Mursy, presidente del partito Libertà e Giustizia), nel caso in cui Khairat al-Shater fosse squalificato a causa della sua fedina penale (non è ancora chiaro se sia stata cancellata oppure no, ma intanto Ayman Nour, che aveva un problema analogo, è stato escluso dalla competizione elettorale); la seconda mossa è stata di portare in Parlamento la discussione di una legge per bandire dalla politica tutti gli uomini dell'ex partito di governo, il Partito Nazional Democratico che, se passasse, potrebbe escludere Suleyman dalle elezioni. A dire il vero, non è così chiaro se Omar Suleyman sia o no il candidato del Consiglio Militare (e degli Stati Uniti e di Israele, aggiunge qualcuno). C'è chi sostiene che sia invece proprio Khairat al-Shater, dei Fratelli Musulmani. Il gioco "indovina qual è il candidato dei militari" è diventato molto diffuso in Egitto. Un'altra ipotesi, però, è che gli stessi generali siano divisi su quale candidato appoggiare. Voci dicono che sia già iniziata una durissima lotta per la successione di Tantawi, all'interno del Consiglio Militare, riflessa anche nelle opinioni discordi su quale debba essere il nuovo Presidente egiziano. La questione è fondamentale per i militari, perché il nuovo Presidente avrà probabilmente molto da dire sul futuro dell'esercito, specie se non sarà un uomo uscito dall'esercito. L'altro fondamentale argomento di dibattito, però, è sempre la questione dell'Assemblea Costituente, ormai "epurata" di tutti gli elementi non islamisti. Ebbene, il 10 aprile un tribunale amministrativo ha congelato i lavori dell'Assemblea, dichiarandola illegittima. E ora? Intanto vedremo se gli islamisti rispetteranno il verdetto, poi vedremo anche se il Consiglio Militare accoglierà la richiesta del Consiglio Consultivo (eh sì, esiste ancora) di emanare una dichiarazione costituzionale complementare, con i criteri precisi della formazione della Costituente. Sembra ormai probabile, tuttavia, che il nuovo Presidente sarà eletto prima che una nuova Costituzione ne definisca (e soprattutto ne limiti) i poteri. No, non ci si annoia affatto in Egitto di questi tempi. Si è passati dalla stagnazione completa, sotto Mubarak, allo tsunami quasi quotidiano. C'è chi ha detto, su Twitter, che la sceneggiatura degli eventi egiziani è scritta da David Lynch. Può darsi...