Alla vigilia di una nuova milioniya, che vedrà il ritorno in piazza Tahrir di quasi tutti i gruppi e i movimenti politici, islamisti in testa, l’opinione pubblica egiziana è catturata da una nuova polemica: la visita inaspettata del mufti della Repubblica, Ali Gomaa, alla moschea di al-Aqsa di Gerusalemme.

Il mufti, infatti, ha approfittato dell’occasione fornita dall’inaugurazione di un centro di studi islamici nella città per visitare quello che è il terzo luogo sacro dell’Islam, dopo la Mecca e Medina.

Ma perché questa visita dovrebbe causare polemiche? Perché in Egitto è stata recepita come un tradimento, un’infrazione del boicottaggio che la società egiziana (non il governo) attua da anni nei confronti di Israele, rifiutando qualsiasi tipo di relazione che ne implichi il riconoscimento. Inoltre, quest’infrazione è ulteriormente aggravata dal fatto che a compierla sia stato un esponente illustre dell’Islam istituzionale. Non importa, come ho spiegato varie volte, che esista un trattato di pace tra Israele ed Egitto, perché questo è sempre stato mal digerito dalla popolazione. Anzi, il boicottaggio è anche una conseguenza delle politiche compiacenti dell’ex regime nei confronti di Israele, che hanno fatto seguito a tale trattato. Nessuno vuole la guerra, ma tutti indistintamente ritengono che questo trattato, oggi, vada radicalmente rivisto (se vi interessa, guardate questo dibattito in inglese, che illustra le diverse posizioni al riguardo).

Tornando al mufti, a nulla è valso il suo ribadire che tale visita non significa, da parte sua, una volontà di normalizzazione dei rapporti con Israele. A nulla è servito dire che è stato accompagnato da un principe giordano, cugino del re, e che dunque non è stato necessario chiedere il visto a Israele (atto che significherebbe un implicito riconoscimento della sua autorità). Ora, diversi politici – islamisti e non – chiedono che il mufti sia rimosso dal suo incarico, invocando contro di lui il tipico, micidiale boicottaggio sociale che sempre si attiva contro chi intrattiene rapporti con israeliani. Nemmeno il mufti si può salvare da questa regola non scritta.

Tuttavia, c’è anche chi è più indulgente, ricordando che è stato proprio il mufti di Gerusalemme a invitare tutti i musulmani a visitare la città santa, per dare un segnale forte in sostegno dei palestinesi e contro la de-arabizzazione in corso di Gerusalemme. Secondo quest’altra logica, il rifiuto di recarsi a Gerusalemme per non riconoscere Israele servirebbe soltanto a isolare di più i palestinesi. Intanto, però, sulla questione si è spaccata anche al-Azhar.

Ma in attesa di sapere che piega prenderà questa polemica, bisogna far notare che la storia delle “visite egiziane” a Gerusalemme non si limita al mufti. La cosa sorprenderà, ma a Gerusalemme, nei giorni scorsi, si è persino recata una delegazione di salafiti del partito al-Nour. In questo caso, però, più che infuriarsi, gli egiziani si sono fatti una grossa risata. Ma come! Proprio i salafiti? Loro che tuonano in continuazione contro l’occupazione sionista e l’imperialismo americano? Beh già, del resto il salafita Abu Ismail è l’unico (ex) candidato alla Presidenza che ha mezza famiglia americana. Come non cogliere l’ironia?

Detto questo, il boicottaggio dei viaggi a Gerusalemme non si limita ai musulmani, ma riguarda anche i cristiani copti. Uno scandalo analogo a quello del mufti egiziano è infatti accaduto all’interno della chiesa ortodossa, in occasione della Pasqua appena celebrata. Un centinaio di fedeli copti sono partiti in pellegrinaggio per Gerusalemme, infrangendo il divieto imposto decenni fa dal defunto papa Shenouda, il quale aveva giurato che i cristiani della sua chiesa non avrebbero mai più visitato la Terra Santa, se non assieme ai loro fratelli di fede musulmana, quando la Palestina fosse stata liberata. Una volta giunti sul posto, tuttavia, i pellegrini ribelli non hanno trovato vita facile, perché il prete della cappella di Gerusalemme ha rifiutato loro l’ingresso, in ottemperanza agli ordini di Shenouda. Non oso pensare come siano stati accolti una volta ritornati in patria.

Come si vede, il problema è politico, non religioso, anche se la religione gioca sempre un ruolo fondamentale nella regione, in ogni questione.

Alla vigilia di una nuova milioniya, che vedrà il ritorno in piazza Tahrir di quasi tutti i gruppi e i movimenti politici, islamisti in testa, l'opinione pubblica egiziana è catturata da una nuova polemica: la visita inaspettata del mufti della Repubblica, Ali Gomaa, alla moschea di al-Aqsa di Gerusalemme. Il mufti, infatti, ha approfittato dell'occasione fornita dall'inaugurazione di un centro di studi islamici nella città per visitare quello che è il terzo luogo sacro dell'Islam, dopo la Mecca e Medina. Ma perché questa visita dovrebbe causare polemiche? Perché in Egitto è stata recepita come un tradimento, un'infrazione del boicottaggio che la società egiziana (non il governo) attua da anni nei confronti di Israele, rifiutando qualsiasi tipo di relazione che ne implichi il riconoscimento. Inoltre, quest'infrazione è ulteriormente aggravata dal fatto che a compierla sia stato un esponente illustre dell'Islam istituzionale. Non importa, come ho spiegato varie volte, che esista un trattato di pace tra Israele ed Egitto, perché questo è sempre stato mal digerito dalla popolazione. Anzi, il boicottaggio è anche una conseguenza delle politiche compiacenti dell'ex regime nei confronti di Israele, che hanno fatto seguito a tale trattato. Nessuno vuole la guerra, ma tutti indistintamente ritengono che questo trattato, oggi, vada radicalmente rivisto (se vi interessa, guardate questo dibattito in inglese, che illustra le diverse posizioni al riguardo). Tornando al mufti, a nulla è valso il suo ribadire che tale visita non significa, da parte sua, una volontà di normalizzazione dei rapporti con Israele. A nulla è servito dire che è stato accompagnato da un principe giordano, cugino del re, e che dunque non è stato necessario chiedere il visto a Israele (atto che significherebbe un implicito riconoscimento della sua autorità). Ora, diversi politici - islamisti e non - chiedono che il mufti sia rimosso dal suo incarico, invocando contro di lui il tipico, micidiale boicottaggio sociale che sempre si attiva contro chi intrattiene rapporti con israeliani. Nemmeno il mufti si può salvare da questa regola non scritta. Tuttavia, c'è anche chi è più indulgente, ricordando che è stato proprio il mufti di Gerusalemme a invitare tutti i musulmani a visitare la città santa, per dare un segnale forte in sostegno dei palestinesi e contro la de-arabizzazione in corso di Gerusalemme. Secondo quest'altra logica, il rifiuto di recarsi a Gerusalemme per non riconoscere Israele servirebbe soltanto a isolare di più i palestinesi. Intanto, però, sulla questione si è spaccata anche al-Azhar. Ma in attesa di sapere che piega prenderà questa polemica, bisogna far notare che la storia delle "visite egiziane" a Gerusalemme non si limita al mufti. La cosa sorprenderà, ma a Gerusalemme, nei giorni scorsi, si è persino recata una delegazione di salafiti del partito al-Nour. In questo caso, però, più che infuriarsi, gli egiziani si sono fatti una grossa risata. Ma come! Proprio i salafiti? Loro che tuonano in continuazione contro l'occupazione sionista e l'imperialismo americano? Beh già, del resto il salafita Abu Ismail è l'unico (ex) candidato alla Presidenza che ha mezza famiglia americana. Come non cogliere l'ironia? Detto questo, il boicottaggio dei viaggi a Gerusalemme non si limita ai musulmani, ma riguarda anche i cristiani copti. Uno scandalo analogo a quello del mufti egiziano è infatti accaduto all'interno della chiesa ortodossa, in occasione della Pasqua appena celebrata. Un centinaio di fedeli copti sono partiti in pellegrinaggio per Gerusalemme, infrangendo il divieto imposto decenni fa dal defunto papa Shenouda, il quale aveva giurato che i cristiani della sua chiesa non avrebbero mai più visitato la Terra Santa, se non assieme ai loro fratelli di fede musulmana, quando la Palestina fosse stata liberata. Una volta giunti sul posto, tuttavia, i pellegrini ribelli non hanno trovato vita facile, perché il prete della cappella di Gerusalemme ha rifiutato loro l'ingresso, in ottemperanza agli ordini di Shenouda. Non oso pensare come siano stati accolti una volta ritornati in patria. Come si vede, il problema è politico, non religioso, anche se la religione gioca sempre un ruolo fondamentale nella regione, in ogni questione.