Il massacro di salafiti
Radio Beckwith evangelica

C’è stato un altro massacro al Cairo la notte passata. Gli scontri tra i salafiti assembrati di fronte al ministero della difesa e gruppi di sconosciuti armati sono ripresi con violenza, causando già venti morti e centinaia di feriti (secondo gli ultimi dati). L’Egitto attraversa di nuovo un momento difficile, proprio quando manca poco, ormai, alle elezioni presidenziali e – si spera – alla fine del governo militare.

I nuovi scontri hanno lasciato gli egiziani sbigottiti e spaventati. Alcuni candidati alla Presidenza, come Abdel Moneim Abul Fotouh e Mohammed Mursy, hanno interrotto le loro rispettive campagne elettorali. Abul Fotouh, tra l’altro, è un medico e si è recato sul luogo degli scontri per tentare di dare un aiuto, assieme ad altri candidati, come Khaled Ali, che hanno organizzato carovane con soccorsi. Diversi politici, invece, hanno invocato una riunione straordinaria del Parlamento che, però, è ancora in sciopero (con il parere contrario di un terzo dei deputati). I partiti, a loro volta, hanno boicottato un incontro con il Consiglio Militare che prevedeva la discussione delle varie crisi attuali, a partire dal conflitto tra governo e Parlamento per finire con gli ultimi scontri di Abbaseya. In questo momento è in corso una marcia di solidarietà verso il ministero della difesa, mentre domani è prevista una conferenza stampa del Consiglio Militare.

Un gran bel subbuglio, insomma, accampagnato da uno scontro di poteri a tutti i livelli. E le cose si complicano se si cerca di capire meglio l’identità dei gruppi coinvolti nelle violenze di Abbaseya. Da una parte ci sono i salafiti, sostenitori di Hazem Salah Abu Ismail, ma tra loro, pare, ci sono anche dei non-salafiti che condividono alcune loro richieste, come l’abolizione dell’articolo 28 della dichiarazione costituzionale che stabilisce l’inappellabilità delle decisioni della Commissione Elettorale (guidata, ricordiamo, da Farouq Sultan, ritenuto responsabile delle frodi elettorali degli anni passati sotto il regime di Mubarak). Dall’altra parte ci sono sicuramente i baltagheya, ma anche dei residenti del quartiere infuriati per il sit-in o che detestano i salafiti. Poi c’è l’eterna domanda: chi ha mandato ibaltagheya?

I manifestanti puntano il dito sicuri sui militari, o comunque sugli uomini del vecchio regime, che da sempre hanno a disposizione (pagando) eserciti di teppisti da tirar fuori all’occorrenza. Quel che è certo è che nemmeno in questa occasione l’esercito e le Forze di Sicurezza Centrali sono intervenute tempestivamente. Non possono o non vogliono?

Ma la cosa più preoccupante è che questa volta, a quanto dice qualche testimone, alcuni partecipanti al sit-in avrebbero ceduto alla tentazione di usare armi cariche di munizioni vere, che avrebbero usato in mezzo alle case del quartiere, suscitando l’ira degli abitanti. E’ il blogger Alaa Abdel Fattah a denunciarlo su al-Masry al-Youm.

E i nuovi scontri hanno riattivato la paura che il Consiglio Militare possa utilizzare la carta del pericolo islamista o dell’instabilità del paese per cancellare le prossime elezioni. Per stemperare il clima, uno dei generali ha fatto sapere che il Consiglio Militare potrebbe cedere il potere già il 24 maggio, se uno dei candidati vincerà al primo turno. Ma molti non si fidano, pensando che i militari se ne andranno soltanto se riusciranno a mettere l’Egitto in mano a un Presidente che possono manipolare o che sia loro favorevole (Amr Moussa?).

Militari, islamisti e laici… La lotta tra i tre va avanti. Se soltanto gli ultimi due riuscissero a mettersi d’accordo su alcuni punti fondamentali per opporsi insieme al governo dei primi. Ma per ora l’opposizione ai generali resta polarizzata, e loro ne traggono vantaggio. Speriamo che l’Egitto superi anche questa.