Mai nome fu più funesto: il Venerdì Finale, così è stata chiamata la milioniya di venerdì 4 maggio, indetta dai Fratelli Musulmani ma sostenuta anche dai salafiti e da alcuni gruppi di attivisti. La protesta era ovviamente rivolta contro il Consiglio Militare, specie dopo la strage di salafiti di mercoledì scorso, quando il loro sit-in davanti al ministero della difesa, nel quartiere di Abbaseya, era stato attaccato da sconosciuti armati.

Giovedì 3 maggio, in conferenza stampa, a commento degli scontri di Abbaseya, i generali avevano assicurato che le elezioni non sarebbero state ritardate e anche che era stato permesso a quaranta ONG internazionali di assistere alle procedure di votazione come osservatori. Poi i generali avevano lanciato un avvertimento ai partecipanti della manifestazione prevista per venerdì: guai a voi se vi avvicinerete al ministero della difesa.

Naturalmente l’avvertimento è rimasto inascoltato. Venerdì pomeriggio i manifestanti hanno organizzato alcune marce convergenti proprio sul ministero della difesa e, una volta là, si sono trovati di fronte a una spessa barriera di filo spinato. Dall’altra parte li aspettavano i militari. Per un po’ il confronto è stato pacifico, con i manifestanti che urlavano slogan contro il feldmaresciallo Tantawi. A un certo punto, però, qualche manifestante ha tentato di scavalcare il filo spinato, mentre altri cercavano di trattenerli. I soldati li hanno catturati e trascinati via dalla loro parte. Gli animi, a questo punto, si sono scaldati. Nonostante molti dimostranti invitassero al pacifismo urlando “silmiyya, silmiyya”, la situazione è degenerata, ma l’esatta dinamica di come sono andate le cose è, ancora una volta, assai oscura. La polizia militare è intervenuta con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, scatenando il pandemonio. Nella gran confusione, sono circolate voci di spari sui manifestanti e sui soldati.

 

Chi spara? Non è chiaro. A differenza di altri episodi simili del passato, quel che preoccupa è la maggior presenza di armi tra i civili. E chi sono questi civili? I soliti baltagheya, pagati dall’ex regime e dai generali, come mostra ad esempio questo video, dove si vedono i teppisti che giungono a dar man forte ai militari trasportati su delle camionette?

 

 

Oppure sono i residenti di Abbaseya, esasperati dal sit-in durato diversi giorni? Oppure ci sono dei jihadisti infiltrati tra i salafiti? Nei giorni scorsi si parlava dell’inquietante presenza del fratello di Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda. Ma ci sono anche tanti militanti dell’estrema sinistra che hanno spesso avuto la tentazione di cedere al richiamo della difesa armata, contrariamente allo spirito della rivolta del 25 gennaio. I cyberattivisti, come il blogger Alaa Abdel Fattah, sono stati i primi a denunciare questo pericolo, che finora è stato scongiurato. E il fatto che finora sia stato scongiurato fa ben sperare nel buon senso e nel desiderio di pace degli egiziani, perché in Egitto non sarebbe difficile procurarsi armi oggi, facendo precipitare le cose.

I nuovi scontri di Abbaseya di venerdì, tra manifestanti e militari, hanno presentato un conto salato. Sicuramente sono morti un soldato e due dimostranti, tutti per ferite d’arma da fuoco, e i feriti ufficiali sono 296. Agli scontri hanno fatto seguito i soliti arresti casuali, con il deferimento alla Procura Militare di centinaia e centinaia di persone, incluso un gruppo di quattordici donne, in seguito rilasciate. I giornalisti e i fotografi hanno subito le solite pesanti aggressioni. Gli arresti sono stati fatti persino negli ospedali. Infine è stato imposto il coprifuoco notturno nella zona di Abbaseya. Le proteste, nella notte di venerdì, si sono quindi estese ad altri governatorati.

 

Il giorno successivo, cioè sabato, si è tenuto l’interrogatorio degli arrestati. Contemporaneamente vi sono state nuove proteste per la repressione del giorno prima. La polizia militare ha nuovamente attaccato e picchiato i dimostranti. I Fratelli Musulmani, che venerdì se ne sono stati rinchiusi in piazza Tahrir, hanno negato ogni responsabilità per quanto accaduto, sempre impegnati nel loro conflitto con il governo. Hazem Salah Abu Ismail, invece, l’origine di questa nuova ondata di proteste, è sostanzialmente sparito. Pare che dal giorno che è stato escluso dalle elezioni presidenziali se ne sia stato rintanato nel letto per motivi di salute, su consiglio del medico. Adesso qualcuno suggerisce con forza che dovrebbe essere indagato in qualità di responsabile morale delle ultime violenze, così come altri sheykh salafiti che, secondo il partito islamista al-Wasat, avrebbero incitato alla ribellione.

 

Il dilemma dell’Egitto in questi giorni è il seguente: da un lato non si può accettare in nessun modo che i salafiti innalzino la bandiera saudita, inneggino a Bin Laden e invitino al jihad contro la propria nazione e bisogna prendere serissimi provvedimenti (perché, però, non lo si è mai fatto prima? Forse perché i salafiti servivano?); dall’altro non si può nemmeno legittimare la repressione dei generali che fa uso di baltagheya e sottopone i civili ai tribunali militari, anche perché ormai è chiaro a tutti che i militari non sono affatto dei garanti democratici, ma cercano solo di conservare poteri e privilegi. E in mezzo a tutto ciò bisogna mantenere i nervi saldi, senza cedere alla rabbia cieca, alla quale sempre si accompagna la violenza cieca, le cui conseguenze sarebbero pericolosissime. Bisogna stringere i denti, senza cadere nel gioco di tutte queste forze antidemocratiche. Ma non sarà facile.

Tra l’altro, venerdì 4 maggio era anche il compleanno di Mubarak (come ricorda la vignetta allegata). I più superstiziosi hanno attribuito a questo il nuovo scoppio di violenza, oppure l’hanno considerato un piccolo regalo al Presidente destituito.

Mai nome fu più funesto: il Venerdì Finale, così è stata chiamata la milioniya di venerdì 4 maggio, indetta dai Fratelli Musulmani ma sostenuta anche dai salafiti e da alcuni gruppi di attivisti. La protesta era ovviamente rivolta contro il Consiglio Militare, specie dopo la strage di salafiti di mercoledì scorso, quando il loro sit-in davanti al ministero della difesa, nel quartiere di Abbaseya, era stato attaccato da sconosciuti armati. Giovedì 3 maggio, in conferenza stampa, a commento degli scontri di Abbaseya, i generali avevano assicurato che le elezioni non sarebbero state ritardate e anche che era stato permesso a quaranta ONG internazionali di assistere alle procedure di votazione come osservatori. Poi i generali avevano lanciato un avvertimento ai partecipanti della manifestazione prevista per venerdì: guai a voi se vi avvicinerete al ministero della difesa. Naturalmente l'avvertimento è rimasto inascoltato. Venerdì pomeriggio i manifestanti hanno organizzato alcune marce convergenti proprio sul ministero della difesa e, una volta là, si sono trovati di fronte a una spessa barriera di filo spinato. Dall'altra parte li aspettavano i militari. Per un po' il confronto è stato pacifico, con i manifestanti che urlavano slogan contro il feldmaresciallo Tantawi. A un certo punto, però, qualche manifestante ha tentato di scavalcare il filo spinato, mentre altri cercavano di trattenerli. I soldati li hanno catturati e trascinati via dalla loro parte. Gli animi, a questo punto, si sono scaldati. Nonostante molti dimostranti invitassero al pacifismo urlando "silmiyya, silmiyya", la situazione è degenerata, ma l'esatta dinamica di come sono andate le cose è, ancora una volta, assai oscura. La polizia militare è intervenuta con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, scatenando il pandemonio. Nella gran confusione, sono circolate voci di spari sui manifestanti e sui soldati.   Chi spara? Non è chiaro. A differenza di altri episodi simili del passato, quel che preoccupa è la maggior presenza di armi tra i civili. E chi sono questi civili? I soliti baltagheya, pagati dall'ex regime e dai generali, come mostra ad esempio questo video, dove si vedono i teppisti che giungono a dar man forte ai militari trasportati su delle camionette?   [youtube]http://www.youtube.com/watch?v=CYF09VYJGcI[/youtube]   Oppure sono i residenti di Abbaseya, esasperati dal sit-in durato diversi giorni? Oppure ci sono dei jihadisti infiltrati tra i salafiti? Nei giorni scorsi si parlava dell'inquietante presenza del fratello di Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda. Ma ci sono anche tanti militanti dell'estrema sinistra che hanno spesso avuto la tentazione di cedere al richiamo della difesa armata, contrariamente allo spirito della rivolta del 25 gennaio. I cyberattivisti, come il blogger Alaa Abdel Fattah, sono stati i primi a denunciare questo pericolo, che finora è stato scongiurato. E il fatto che finora sia stato scongiurato fa ben sperare nel buon senso e nel desiderio di pace degli egiziani, perché in Egitto non sarebbe difficile procurarsi armi oggi, facendo precipitare le cose. I nuovi scontri di Abbaseya di venerdì, tra manifestanti e militari, hanno presentato un conto salato. Sicuramente sono morti un soldato e due dimostranti, tutti per ferite d'arma da fuoco, e i feriti ufficiali sono 296. Agli scontri hanno fatto seguito i soliti arresti casuali, con il deferimento alla Procura Militare di centinaia e centinaia di persone, incluso un gruppo di quattordici donne, in seguito rilasciate. I giornalisti e i fotografi hanno subito le solite pesanti aggressioni. Gli arresti sono stati fatti persino negli ospedali. Infine è stato imposto il coprifuoco notturno nella zona di Abbaseya. Le proteste, nella notte di venerdì, si sono quindi estese ad altri governatorati.   Il giorno successivo, cioè sabato, si è tenuto l'interrogatorio degli arrestati. Contemporaneamente vi sono state nuove proteste per la repressione del giorno prima. La polizia militare ha nuovamente attaccato e picchiato i dimostranti. I Fratelli Musulmani, che venerdì se ne sono stati rinchiusi in piazza Tahrir, hanno negato ogni responsabilità per quanto accaduto, sempre impegnati nel loro conflitto con il governo. Hazem Salah Abu Ismail, invece, l'origine di questa nuova ondata di proteste, è sostanzialmente sparito. Pare che dal giorno che è stato escluso dalle elezioni presidenziali se ne sia stato rintanato nel letto per motivi di salute, su consiglio del medico. Adesso qualcuno suggerisce con forza che dovrebbe essere indagato in qualità di responsabile morale delle ultime violenze, così come altri sheykh salafiti che, secondo il partito islamista al-Wasat, avrebbero incitato alla ribellione.  

Il dilemma dell'Egitto in questi giorni è il seguente: da un lato non si può accettare in nessun modo che i salafiti innalzino la bandiera saudita, inneggino a Bin Laden e invitino al jihad contro la propria nazione e bisogna prendere serissimi provvedimenti (perché, però, non lo si è mai fatto prima? Forse perché i salafiti servivano?); dall'altro non si può nemmeno legittimare la repressione dei generali che fa uso di baltagheya e sottopone i civili ai tribunali militari, anche perché ormai è chiaro a tutti che i militari non sono affatto dei garanti democratici, ma cercano solo di conservare poteri e privilegi. E in mezzo a tutto ciò bisogna mantenere i nervi saldi, senza cedere alla rabbia cieca, alla quale sempre si accompagna la violenza cieca, le cui conseguenze sarebbero pericolosissime. Bisogna stringere i denti, senza cadere nel gioco di tutte queste forze antidemocratiche. Ma non sarà facile. Tra l'altro, venerdì 4 maggio era anche il compleanno di Mubarak (come ricorda la vignetta allegata). I più superstiziosi hanno attribuito a questo il nuovo scoppio di violenza, oppure l'hanno considerato un piccolo regalo al Presidente destituito.