I risultati ufficiali non sono ancora stati annunciati, ma l’esito delle elezioni presidenziali è già noto. Purtroppo si è realizzato lo scenario più temuto dalle forze rivoluzionarie: saranno Mohammed Morsy e Ahmed Shafiq a contendersi la Presidenza della Repubblica nel prossimo ballottaggio, il 16 e 17 giugno. Dunque, hanno vinto i candidati delle forze più antidemocratiche e antirivoluzionarie del paese.
Morsy, leader dei Fratelli Musulmani e segretario del partito Libertà e Giustizia, appartiene all’anima più reazionaria del movimento, mentre Shafiq, generale che è stato per anni ministro dell’aviazione civile e poi, durante la rivolta di gennaio 2011, anche primo ministro, è uomo fedele a Mubarak. Un incubo, insomma. Manca solo che Mubarak sia dichiarato innocente.
Ho intenzione di dedicare presto un articolo all’analisi approfondita di questo voto e della lunga fase di transizione che l’ha preceduto, ma ora mi limiterò a fornire i dati e alcune prime osservazioni. Benché Morsy e Shafiq si siano aggiudicati i primi due posti, il voto degli egiziani appare piuttosto distribuito: Morsy (25%), Shafiq (24%), Sabbahi (21%), Abul Fotouh (18%), Moussa (11%). Sono cifre che potranno ancora variare un poco, ma è già possibile trarre alcune conclusioni.
Tanto per cominciare, i sondaggi hanno sbagliato in pieno le previsioni, perché i due candidati favoriti (Abul Fotouh e Moussa) sono arrivati ultimi nella classifica dei top five. Inoltre, se sommiamo i voti laici (principalmente Shafiq, Sabbahi e Moussa), otteniamo almeno il 56% dei voti. La maggioranza dei votanti, pertanto, non è affatto islamista, come molti commentatori paventavano. C’è una buona maggioranza di laici che sicuramente si opporrà strenuamente al tentativo di islamizzazione del paese, se Morsy dovesse vincere il ballottaggio e provasse a imporre l’applicazione stretta della sharia. A ciò si aggiunge un effettivo calo dei consensi per i Fratelli Musulmani, che tuttavia non è stato sufficiente a cancellare il loro primato nel paese.
L’altro dato positivo è dato dalla somma dei voti considerati rivoluzionari (Sabbahi e Abul Fotouh), che si aggira attorno al 39-40%. Insieme avrebbero potuto vincere. Purtroppo, però, questo voto è rimasto diviso tra due contendenti che non hanno voluto allearsi (e ora, forse, se ne pentono). Certo, non è detto che, alleandosi, avrebbero ottenuto la somma dei voti che hanno ricevuto singolarmente, ma sicuramente sarebbero riusciti a conquistare il primo posto, o almeno il ballottaggio. Le forze rivoluzionarie, ancora immature, devono agire più strategicamente e questa sconfitta è la prima amara lezione da imparare.
Un altro segno di speranza è la “sorpresa Sabbahi”: in pochissime settimane, infatti, e senza le risorse organizzative e finanziarie di Morsy (con alle spalle la Fratellanza) e Shafiq (con alle spalle la macchina politica dell’ex partito di governo), il candidato nasseriano è riuscito a radunare attorno a sé milioni di sostenitori, raggiungendo il terzo posto. Anzi, per ore si è sperato che riuscisse ad accedere al ballottaggio. Questo inaspettato successo l’ha di certo rafforzato, garantendogli un ruolo importante nella prossima fase politica. Qualcuno dice persino che è nato un nuovo leader, che forse potrà catalizzare le forze sparpagliate della rivoluzione. Sicuramente, questo “voto rivoluzionario” costituisce un grosso capitale da spendere bene per la rivoluzione. Se non altro, il successo di Sabbahi dimostra che, con il giusto impegno e il lavoro duro nella società, i rivoluzionari possono farcela.
Ciò che preoccupa considerevolmente, invece, è il voto dei cristiani. Pare che la maggioranza abbia scelto Shafiq, come le previsioni avevano anticipato. Questo, senza usare mezzi termini, è un vero disastro, prima di tutto per gli stessi cristiani. Ora sì che il paese rischia di dividersi su linee settarie, ma non per motivi religiosi, bensì perché i cristiani hanno scelto di mettersi in una posizione estremamente difficile, presentandosi come sostenitori del regime di Mubarak. I giovani musulmani laici, ieri, erano senza parole. La delusione, e a volte la profonda irritazione, per il comportamento dei loro fratelli cristiani era palpabile. La tensione si avvertiva a pelle. Ce n’erano altri, di candidati laici da votare, per esempio Sabbahi e Moussa. Perché allora scegliere Shafiq, l’uomo che più incarna la brutalità e la perversione della dittatura di Mubarak? Per di più, durante tale dittatura, la discriminazione dei cristiani non ha fatto altro che peggiorare. Altro che protezione, con questo voto la situazione dei copti non potrà che aggravarsi ulteriormente, specie se perderanno l’appoggio (o la fiducia) dei musulmani laici che li hanno sempre difesi, tentando di coinvolgerli di più in politica.
Onestamente, anch’io faccio fatica a comprendere il ragionamento di molti copti. E adesso sono già partite raffiche di accuse contro di loro, visti come servi del regime. La cosa peggiore del risultato delle elezioni è proprio questa: la polarizzazione del paese che si è sempre cercato di evitare. Al ballottaggio, chiaramente, gli islamisti di qualsiasi tipo voteranno per Morsy, mentre i cristiani voteranno per Shafiq, ed ecco che l’Egitto rischia di ricadere nel mito della lotta tra gli oppositori islamisti (i buoni) e il regime di Mubarak (i cattivi, che purtroppo includono anche i cristiani), proprio quello che piazza Tahrir aveva cercato di cancellare offrendo una terza via.
Detto questo, però, sarebbe ingiusto addossare ai cristiani tutta la colpa della vittoria di Shafiq. Il loro voto non basta a spiegare il suo successo. Il generale è stato certamente sostenuto anche da molti musulmani: i fedeli dell’ex regime, i liberali che si schierano con i militari, molti sufi (secondo qualche analista). Inoltre, assieme a Morsy, Shafiq è stato il candidato che più ha utilizzato la compravendita dei voti e l’intimidazione violenta degli elettori più deboli, poveri e analfabeti.
Gli egiziani, ora, sono profondamente tristi e scioccati, trovandosi di fronte a una scelta impossibile per il ballottaggio: è meglio votare per un “fascista islamista” o per un “fascista laico militare”? Chi teme di più gli islamisti voterà per Shafiq, mentre chi teme di più la dittatura militare voterà per Morsy. C’è anche chi boicotterà, oppure chi sceglierà in base a un altro criterio, cioè chiedendosi quale dei due candidati sarà più facile da combattere, una volta eletto alla Presidenza, perché comunque è sicuro che la piazza non tacerà, unica garanzia, a queso punto, contro una nuova svolta autoritaria. Infine, c’è chi spera nella squalifica di Shafiq all’ultimo minuto, poiché la Corte Costituzionale potrebbe approvare la legge che esclude dalla politica gli uomini del vecchio regime. Oppure potrebbero essere provate le accuse di corruzione contro di lui. In ogni caso, tuttavia, l’instabilità del paese è assicurata ancora per molto tempo.
Il clima, in Egitto, è di sgomento e tristezza, ma c’è anche tantissima rabbia. Speriamo, però, che questa rabbia venga espressa in maniera costruttiva. Poteva andar bene tutto, ma non Shafiq. Morsy, intanto, già cerca alleanze tra gli altri candidati. Ha già intascato il sostegno di Abul Fotouh, della Gamaa Islamiya e dei salafiti. Sabbahi, invece, non si è ancora pronunciato. Non c’è dubbio che saranno tre settimane lunghissime, prima del ballottaggio.
I risultati ufficiali non sono ancora stati annunciati, ma l'esito delle elezioni presidenziali è già noto. Purtroppo si è realizzato lo scenario più temuto dalle forze rivoluzionarie: saranno Mohammed Morsy e Ahmed Shafiq a contendersi la Presidenza della Repubblica nel prossimo ballottaggio, il 16 e 17 giugno. Dunque, hanno vinto i candidati delle forze più antidemocratiche e antirivoluzionarie del paese.
Morsy, leader dei Fratelli Musulmani e segretario del partito Libertà e Giustizia, appartiene all'anima più reazionaria del movimento, mentre Shafiq, generale che è stato per anni ministro dell'aviazione civile e poi, durante la rivolta di gennaio 2011, anche primo ministro, è uomo fedele a Mubarak. Un incubo, insomma. Manca solo che Mubarak sia dichiarato innocente.
Ho intenzione di dedicare presto un articolo all'analisi approfondita di questo voto e della lunga fase di transizione che l'ha preceduto, ma ora mi limiterò a fornire i dati e alcune prime osservazioni. Benché Morsy e Shafiq si siano aggiudicati i primi due posti, il voto degli egiziani appare piuttosto distribuito: Morsy (25%), Shafiq (24%), Sabbahi (21%), Abul Fotouh (18%), Moussa (11%). Sono cifre che potranno ancora variare un poco, ma è già possibile trarre alcune conclusioni.
Tanto per cominciare, i sondaggi hanno sbagliato in pieno le previsioni, perché i due candidati favoriti (Abul Fotouh e Moussa) sono arrivati ultimi nella classifica dei top five. Inoltre, se sommiamo i voti laici (principalmente Shafiq, Sabbahi e Moussa), otteniamo almeno il 56% dei voti. La maggioranza dei votanti, pertanto, non è affatto islamista, come molti commentatori paventavano. C'è una buona maggioranza di laici che sicuramente si opporrà strenuamente al tentativo di islamizzazione del paese, se Morsy dovesse vincere il ballottaggio e provasse a imporre l'applicazione stretta della sharia. A ciò si aggiunge un effettivo calo dei consensi per i Fratelli Musulmani, che tuttavia non è stato sufficiente a cancellare il loro primato nel paese.
L'altro dato positivo è dato dalla somma dei voti considerati rivoluzionari (Sabbahi e Abul Fotouh), che si aggira attorno al 39-40%. Insieme avrebbero potuto vincere. Purtroppo, però, questo voto è rimasto diviso tra due contendenti che non hanno voluto allearsi (e ora, forse, se ne pentono). Certo, non è detto che, alleandosi, avrebbero ottenuto la somma dei voti che hanno ricevuto singolarmente, ma sicuramente sarebbero riusciti a conquistare il primo posto, o almeno il ballottaggio. Le forze rivoluzionarie, ancora immature, devono agire più strategicamente e questa sconfitta è la prima amara lezione da imparare.
Un altro segno di speranza è la "sorpresa Sabbahi": in pochissime settimane, infatti, e senza le risorse organizzative e finanziarie di Morsy (con alle spalle la Fratellanza) e Shafiq (con alle spalle la macchina politica dell'ex partito di governo), il candidato nasseriano è riuscito a radunare attorno a sé milioni di sostenitori, raggiungendo il terzo posto. Anzi, per ore si è sperato che riuscisse ad accedere al ballottaggio. Questo inaspettato successo l'ha di certo rafforzato, garantendogli un ruolo importante nella prossima fase politica. Qualcuno dice persino che è nato un nuovo leader, che forse potrà catalizzare le forze sparpagliate della rivoluzione. Sicuramente, questo "voto rivoluzionario" costituisce un grosso capitale da spendere bene per la rivoluzione. Se non altro, il successo di Sabbahi dimostra che, con il giusto impegno e il lavoro duro nella società, i rivoluzionari possono farcela.
Ciò che preoccupa considerevolmente, invece, è il voto dei cristiani. Pare che la maggioranza abbia scelto Shafiq, come le previsioni avevano anticipato. Questo, senza usare mezzi termini, è un vero disastro, prima di tutto per gli stessi cristiani. Ora sì che il paese rischia di dividersi su linee settarie, ma non per motivi religiosi, bensì perché i cristiani hanno scelto di mettersi in una posizione estremamente difficile, presentandosi come sostenitori del regime di Mubarak. I giovani musulmani laici, ieri, erano senza parole. La delusione, e a volte la profonda irritazione, per il comportamento dei loro fratelli cristiani era palpabile. La tensione si avvertiva a pelle. Ce n'erano altri, di candidati laici da votare, per esempio Sabbahi e Moussa. Perché allora scegliere Shafiq, l'uomo che più incarna la brutalità e la perversione della dittatura di Mubarak? Per di più, durante tale dittatura, la discriminazione dei cristiani non ha fatto altro che peggiorare. Altro che protezione, con questo voto la situazione dei copti non potrà che aggravarsi ulteriormente, specie se perderanno l'appoggio (o la fiducia) dei musulmani laici che li hanno sempre difesi, tentando di coinvolgerli di più in politica.
Onestamente, anch'io faccio fatica a comprendere il ragionamento di molti copti. E adesso sono già partite raffiche di accuse contro di loro, visti come servi del regime. La cosa peggiore del risultato delle elezioni è proprio questa: la polarizzazione del paese che si è sempre cercato di evitare. Al ballottaggio, chiaramente, gli islamisti di qualsiasi tipo voteranno per Morsy, mentre i cristiani voteranno per Shafiq, ed ecco che l'Egitto rischia di ricadere nel mito della lotta tra gli oppositori islamisti (i buoni) e il regime di Mubarak (i cattivi, che purtroppo includono anche i cristiani), proprio quello che piazza Tahrir aveva cercato di cancellare offrendo una terza via.
Detto questo, però, sarebbe ingiusto addossare ai cristiani tutta la colpa della vittoria di Shafiq. Il loro voto non basta a spiegare il suo successo. Il generale è stato certamente sostenuto anche da molti musulmani: i fedeli dell'ex regime, i liberali che si schierano con i militari, molti sufi (secondo qualche analista). Inoltre, assieme a Morsy, Shafiq è stato il candidato che più ha utilizzato la compravendita dei voti e l'intimidazione violenta degli elettori più deboli, poveri e analfabeti.
Gli egiziani, ora, sono profondamente tristi e scioccati, trovandosi di fronte a una scelta impossibile per il ballottaggio: è meglio votare per un "fascista islamista" o per un "fascista laico militare"? Chi teme di più gli islamisti voterà per Shafiq, mentre chi teme di più la dittatura militare voterà per Morsy. C'è anche chi boicotterà, oppure chi sceglierà in base a un altro criterio, cioè chiedendosi quale dei due candidati sarà più facile da combattere, una volta eletto alla Presidenza, perché comunque è sicuro che la piazza non tacerà, unica garanzia, a queso punto, contro una nuova svolta autoritaria. Infine, c'è chi spera nella squalifica di Shafiq all'ultimo minuto, poiché la Corte Costituzionale potrebbe approvare la legge che esclude dalla politica gli uomini del vecchio regime. Oppure potrebbero essere provate le accuse di corruzione contro di lui. In ogni caso, tuttavia, l'instabilità del paese è assicurata ancora per molto tempo.
Il clima, in Egitto, è di sgomento e tristezza, ma c'è anche tantissima rabbia. Speriamo, però, che questa rabbia venga espressa in maniera costruttiva. Poteva andar bene tutto, ma non Shafiq. Morsy, intanto, già cerca alleanze tra gli altri candidati. Ha già intascato il sostegno di Abul Fotouh, della Gamaa Islamiya e dei salafiti. Sabbahi, invece, non si è ancora pronunciato. Non c'è dubbio che saranno tre settimane lunghissime, prima del ballottaggio.