L’alternativa
Radio Beckwith evangelica
Oggi la situazione pare calma in Egitto, sebbene l’umore generale sia tutt’altro che allegro. Lunedì, dopo l’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali, c’è stato un momento di alta tensione, del quale hanno parlato anche i mass media occidentali.
La rivoluzione tira giù dal piedistallo Mubarak, ma il regime (la ruota) tira fuori dal fango Shafiq per piazzarlo al suo posto

Migliaia di persone, infuriate, si sono riversate in strada in varie città, per chiedere che la legge sull’isolamento politico dei membri dell’ex regime, e quindi di Ahmed Shafiq, fosse approvata dalla Corte Costituzionale. Al grido di “Abbasso il governo militare, abbasso il governo della Guida Suprema dei Fratelli Musulmani”, i manifestanti hanno strappato tutti i poster elettorali di Shafiq che si trovavano sulla loro strada. Alcune sedi della campagna elettorale dell’ex primo ministro di Mubarak sono andate a fuoco. C’era davvero il rischio che le cose degenerassero.

Al Cairo, la maggior parte dei manifestanti si è radunata in piazza Tahrir, come da tradizione. Tra loro c’era anche l’ex candidato alla presidenza Khaled Ali, il candidato più a sinistra. Gli animi erano surriscaldati e alcuni invocavano una seconda rivoluzione, ma la maggior parte dei “ragazzi di Tahrir”, rimasti a casa, invece la temeva. Non così e non in quel momento. Per loro sarebbe stato un errore grave, perché Shafiq avrebbe avuto gioco facile a screditare i rivoluzionari come anarchici distruttivi, guadagnando ancora più voti. L’assalto alla sede di Shafiq, nel quartiere di Doqqi, è stato ampiamente condannato.
E questa è stata la prima prova per i due candidati da poco “eletti” a rappresentanti della rivoluzione, Hamdeen Sabbahi e Abdel Moneim Abul Fotouh. Infatti, i dimostranti che sono scesi in piazza, gridavano a gran voce il loro nome, soprattutto quello di Sabbahi. Volevano che partecipassero alle proteste anche loro, come avevano già fatto in occasione della rivolta di gennaio 2011. Ma i due non ci sono andati, sarebbe stata una trappola prendere parte a manifestazioni poco lucide, provocate da una reazione rabbiosa basata sull’istinto, piuttosto che sulla riflessione attenta sul da farsi. Gli egiziani, in questo momento, non sopportano più questo tipo di proteste, che servono soltanto a inimicarseli ancora di più, e i candidati avversari avrebbero potuto cogliere l’occasione per screditare Sabbahi e Abul Fotouh come sostenitori dei “sabotatori”. Invece, bisogna agire con accortezza. Questo sembrano pensare, ora, molti rivoluzionari non radicali.
Nella foto: Abdel Moneim Abul Fotouh e Hamdeen Sabbahi.
Sabbahi, inoltre, ha immediatamente condannato le violenze di lunedì sera, dissociandosi completamente e ribadendo che le proteste devono essere pacifiche, secondo lo spirito della rivolta del 25 gennaio. Poi, ha annunciato che avrebbe incontrato alcuni degli altri candidati alla presidenza, esclusi dal ballottaggio, per decidere la prossima mossa. E l’incontro è avvenuto ieri, con Abul Fotouh, el-Bastawisi e altri, portando finalmente a una decisione rispetto al prossimo ballottaggio: non sosterranno nessuno dei due candidati, lasciando libero ognuno di scegliere, e s’impegneranno a costruire una nuova entità politica vicina alla rivoluzione, per far pressione su chiunque diverrà Presidente. Una terza via, dunque, che dà fiducia alle nuove forze e alle nuove idee emerse dalla rivolta egiziana.
Poi, Sabbahi ha spiegato meglio la sua posizione in un’intervista televisiva. Ha detto che la sua coscienza gli impedisce di scegliere tra due mali (Shafiq e Morsy), perché è convinto che nessuno dei due creda veramente alla costruzione di uno stato civile e democratico, la principale richiesta della rivoluzione. Né crede che importi loro veramente della giustizia sociale, altra grande richiesta della rivoluzione. Inoltre, non ritiene giusto tradire la fiducia di tutti coloro che hanno votato per lui, Abul Fotouh e altri candidati vicini alla rivoluzione, scegliendo un’opzione diversa dallo stato di polizia di Shafiq e dalla strumentalizzazione religiosa di Morsy. L’indipendenza di questa grande componente della società egiziana va preservata. Pertanto, assieme agli altri candidati amici, punterà tutto sul lavoro politico nei prossimi anni, costruendo una nuova corrente che possa competere prima alle prossime elezioni amministrative, poi alle parlamentari e alle presidenziali che seguiranno. Un lavoro lunghissimo, ma necessario. L’avessero fatto prima, però. Sabbahi e Abul Fotouh (che, tra l’altro, sono amici di lunga data) ora sono pentiti di non essersi alleati, ma almeno queste elezioni hanno permesso loro di capire bene quali siano le loro rispettive forze. L’importante è che l’amara lezione s’impari.
Sabbahi, però, non si è fermato qui. Parlando dei brogli alle elezioni, ha affermato che ci sono stati, ma in maniera più soft e subdola rispetto alle frodi allargate del vecchio regime, pertanto sono più difficili da provare. Ad ogni modo, Sabbahi non ha condannato chi ha votato per Shafiq, dicendo che il tempo avrebbe mostrato loro di aver fatto la scelta sbagliata. Quel che conta è che Sabbahi ha fatto un discorso tranquillizzante, senza soffiare sul fuoco della collera degli egiziani delusi, ma cercando di stroncare sul nascere pericolose divisioni e derive violente. Ha fatto un discorso positivo, invitando ad avere speranza e a lavorare duro, senza colpevolizzare nessuno per il voto. E’ stato deciso nel dissociarsi da Shafiq e Morsy, ma non ha adottato un tono accusatorio e squalificante. Insomma, il suo è stato un discorso inclusivo, ma non ambiguo, mirato a smorzare i toni in un momento particolarmente pericoloso, in cui molti fanno previsioni catastrofiche di guerra civile. Ora, naturalmente, bisognerà mettere le parole in pratica.
La speranza della rivoluzione, dunque, sembra risiedere in questa alternativa, nata inaspettatamente dalla sconfitta.
Oggi la situazione pare calma in Egitto, sebbene l'umore generale sia tutt'altro che allegro. Lunedì, dopo l'annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali, c'è stato un momento di alta tensione, del quale hanno parlato anche i mass media occidentali.
[caption id="attachment_1608" align="alignright" width="300"] La rivoluzione tira giù dal piedistallo Mubarak, ma il regime (la ruota) tira fuori dal fango Shafiq per piazzarlo al suo posto[/caption] Migliaia di persone, infuriate, si sono riversate in strada in varie città, per chiedere che la legge sull'isolamento politico dei membri dell'ex regime, e quindi di Ahmed Shafiq, fosse approvata dalla Corte Costituzionale. Al grido di "Abbasso il governo militare, abbasso il governo della Guida Suprema dei Fratelli Musulmani", i manifestanti hanno strappato tutti i poster elettorali di Shafiq che si trovavano sulla loro strada. Alcune sedi della campagna elettorale dell'ex primo ministro di Mubarak sono andate a fuoco. C'era davvero il rischio che le cose degenerassero.
Al Cairo, la maggior parte dei manifestanti si è radunata in piazza Tahrir, come da tradizione. Tra loro c'era anche l'ex candidato alla presidenza Khaled Ali, il candidato più a sinistra. Gli animi erano surriscaldati e alcuni invocavano una seconda rivoluzione, ma la maggior parte dei "ragazzi di Tahrir", rimasti a casa, invece la temeva. Non così e non in quel momento. Per loro sarebbe stato un errore grave, perché Shafiq avrebbe avuto gioco facile a screditare i rivoluzionari come anarchici distruttivi, guadagnando ancora più voti. L'assalto alla sede di Shafiq, nel quartiere di Doqqi, è stato ampiamente condannato.
E questa è stata la prima prova per i due candidati da poco "eletti" a rappresentanti della rivoluzione, Hamdeen Sabbahi e Abdel Moneim Abul Fotouh. Infatti, i dimostranti che sono scesi in piazza, gridavano a gran voce il loro nome, soprattutto quello di Sabbahi. Volevano che partecipassero alle proteste anche loro, come avevano già fatto in occasione della rivolta di gennaio 2011. Ma i due non ci sono andati, sarebbe stata una trappola prendere parte a manifestazioni poco lucide, provocate da una reazione rabbiosa basata sull'istinto, piuttosto che sulla riflessione attenta sul da farsi. Gli egiziani, in questo momento, non sopportano più questo tipo di proteste, che servono soltanto a inimicarseli ancora di più, e i candidati avversari avrebbero potuto cogliere l'occasione per screditare Sabbahi e Abul Fotouh come sostenitori dei "sabotatori". Invece, bisogna agire con accortezza. Questo sembrano pensare, ora, molti rivoluzionari non radicali.
[caption id="attachment_1607" align="aligncenter" width="551"] Nella foto: Abdel Moneim Abul Fotouh e Hamdeen Sabbahi.[/caption]
Sabbahi, inoltre, ha immediatamente condannato le violenze di lunedì sera, dissociandosi completamente e ribadendo che le proteste devono essere pacifiche, secondo lo spirito della rivolta del 25 gennaio. Poi, ha annunciato che avrebbe incontrato alcuni degli altri candidati alla presidenza, esclusi dal ballottaggio, per decidere la prossima mossa. E l'incontro è avvenuto ieri, con Abul Fotouh, el-Bastawisi e altri, portando finalmente a una decisione rispetto al prossimo ballottaggio: non sosterranno nessuno dei due candidati, lasciando libero ognuno di scegliere, e s'impegneranno a costruire una nuova entità politica vicina alla rivoluzione, per far pressione su chiunque diverrà Presidente. Una terza via, dunque, che dà fiducia alle nuove forze e alle nuove idee emerse dalla rivolta egiziana.
Poi, Sabbahi ha spiegato meglio la sua posizione in un'intervista televisiva. Ha detto che la sua coscienza gli impedisce di scegliere tra due mali (Shafiq e Morsy), perché è convinto che nessuno dei due creda veramente alla costruzione di uno stato civile e democratico, la principale richiesta della rivoluzione. Né crede che importi loro veramente della giustizia sociale, altra grande richiesta della rivoluzione. Inoltre, non ritiene giusto tradire la fiducia di tutti coloro che hanno votato per lui, Abul Fotouh e altri candidati vicini alla rivoluzione, scegliendo un'opzione diversa dallo stato di polizia di Shafiq e dalla strumentalizzazione religiosa di Morsy. L'indipendenza di questa grande componente della società egiziana va preservata. Pertanto, assieme agli altri candidati amici, punterà tutto sul lavoro politico nei prossimi anni, costruendo una nuova corrente che possa competere prima alle prossime elezioni amministrative, poi alle parlamentari e alle presidenziali che seguiranno. Un lavoro lunghissimo, ma necessario. L'avessero fatto prima, però. Sabbahi e Abul Fotouh (che, tra l'altro, sono amici di lunga data) ora sono pentiti di non essersi alleati, ma almeno queste elezioni hanno permesso loro di capire bene quali siano le loro rispettive forze. L'importante è che l'amara lezione s'impari.
Sabbahi, però, non si è fermato qui. Parlando dei brogli alle elezioni, ha affermato che ci sono stati, ma in maniera più soft e subdola rispetto alle frodi allargate del vecchio regime, pertanto sono più difficili da provare. Ad ogni modo, Sabbahi non ha condannato chi ha votato per Shafiq, dicendo che il tempo avrebbe mostrato loro di aver fatto la scelta sbagliata. Quel che conta è che Sabbahi ha fatto un discorso tranquillizzante, senza soffiare sul fuoco della collera degli egiziani delusi, ma cercando di stroncare sul nascere pericolose divisioni e derive violente. Ha fatto un discorso positivo, invitando ad avere speranza e a lavorare duro, senza colpevolizzare nessuno per il voto. E' stato deciso nel dissociarsi da Shafiq e Morsy, ma non ha adottato un tono accusatorio e squalificante. Insomma, il suo è stato un discorso inclusivo, ma non ambiguo, mirato a smorzare i toni in un momento particolarmente pericoloso, in cui molti fanno previsioni catastrofiche di guerra civile. Ora, naturalmente, bisognerà mettere le parole in pratica.
La speranza della rivoluzione, dunque, sembra risiedere in questa alternativa, nata inaspettatamente dalla sconfitta.