Il verdetto su Mubarak
Radio Beckwith evangelica
Finalmente è arrivato il giorno della sentenza su Mubarak, così come sui suoi figli, sull’ex ministro degli interni Habib al-Adly e sui suoi uomini. Non c’erano molte speranze, visto l’aria di restaurazione che si respira di questi tempi. E infatti il verdetto ha lasciato l’amaro in bocca, per usare un eufemismo. Fuori dell’aula dove è stata letta la sentenza sono già in corso scontri tra la polizia e le famiglie dei martiri, comprensibilmente infuriati. 
Due graffiti che raffigurano alcune madri di martiri. Oggi è una giornata assai triste per loro.

In realtà, il giudice Refaat aveva iniziato bene: nella sua lunga introduzione ha lodato la rivoluzione del 25 gennaio 2011, sottolineandone il carattere pacifico e parlando del ruolo dei poveri. Al contrario, ha usato parole durissime nei confronti della dittatura di Mubarak, descrivendola come trent’anni di oscurità nerissima. L’introduzione del giudice (che dopo questo processo andrà in pensione) è stata emozionale, quasi poetica, come se volesse esprimere tutti i sentimenti che, in questo terribile momento, gli egiziani non riescono a esprimere. Refaat ha anche parlato di testimoni compromessi, che lui si è rifiutato di ascoltare, e di prove fatte sparire.

Per un attimo, un brevissimo istante, si è sperato che questa promettente introduzione preludesse a un verdetto duro e giusto, ma così non è stato. Mubarak e al-Adly hanno entrambi ricevuto la condanna all’ergastolo per esser stati responsabili dell’uccisione di centinaia di manifestanti. E fin qui la sentenza poteva essere accettabile, tranne per chi avrebbe voluto la pena capitale. La beffa è giunta dopo: i figli di Mubarak, Alaa e Gamal, sono stati scagionati dalle accuse di corruzione, perché cadute in prescrizione (anche Mubarak padre è stato scagionato da questo capo d’imputazione). Gli uomini di al-Adly, invece, noti torturatori a capo dell’ex Sicurezza di Stato, sono stati scagionati dalle accuse di aver ucciso i manifestanti. Paradossale… Sono stati riconosciuti i responsabili, Mubarak e al-Adly, ma non gli esecutori diretti degli ordini.
Per molti questa sentenza rappresenta una chiara licenza di uccidere, per gli ex capi della Sicurezza di Stato (ed è da notare che, finora, tutti i poliziotti processati per le stesse accuse sono stati scagionati; l’unica pena di morte che era stata decretata è stata poi commutata, qualche giorno fa, in cinque anni di carcere). Ci si chiede che cosa potranno fare Alaa e Gamal liberi, con l’aiuto di questi uomini in circolazione, che molti temono saranno reintegrati nel ministero degli interni, se vincerà Shafiq alle presidenziali. Alaa e Gamal, in realtà, devono far fronte a un nuovo processo per corruzione, ma finché la magistratura e la procura saranno dominate da uomini del vecchio regime c’è poco da sperare, non se ne esce. Chissà che Gamal non si presenti alle presidenziali del 2016?
Pare anche che il futuro Presidente, se vorrà, avrà la facoltà di condonare la pena a Mubarak e al-Adly (che comunque potrebbe ancora essere ribaltata in appello). Pensate un po’ cosa succederà, allora, se sarà Shafiq il prossimo Presidente, lo stesso uomo che ha dichiarato che Mubarak è il modello al quale s’ispira. Il regime si è quasi del tutto rigenerato, manca solo una nuova testa. Ottimo lavoro, cari generali.
Intanto, Mubarak è stato trasferito all’ospedale della prigione di Tora, dove probabilmente troverà ad attenderlo l’ennesima residenza di lusso. Si attende con apprensione, invece, la reazione dei Fratelli Musulmani, i primi, probabilmente, sui quali si abbatterebbe la scure del regime restaurato, se Shafiq dovesse vincere. Ma anche i giovani attivisti, ora, ben più deboli dei Fratelli Musulmani, sono ad alto rischio. Oggi, mentre veniva letta la sentenza su Mubarak, il blogger Alaa Abdel Fattah (di nuovo!) e la sorella venivano interrogati sull’incendio del quartier generale di Shafiq al Cairo. Dio protegga l’Egitto.
Finalmente è arrivato il giorno della sentenza su Mubarak, così come sui suoi figli, sull'ex ministro degli interni Habib al-Adly e sui suoi uomini. Non c'erano molte speranze, visto l'aria di restaurazione che si respira di questi tempi. E infatti il verdetto ha lasciato l'amaro in bocca, per usare un eufemismo. Fuori dell'aula dove è stata letta la sentenza sono già in corso scontri tra la polizia e le famiglie dei martiri, comprensibilmente infuriati. 
[caption id="attachment_1616" align="alignright" width="300"] Due graffiti che raffigurano alcune madri di martiri. Oggi è una giornata assai triste per loro.[/caption] In realtà, il giudice Refaat aveva iniziato bene: nella sua lunga introduzione ha lodato la rivoluzione del 25 gennaio 2011, sottolineandone il carattere pacifico e parlando del ruolo dei poveri. Al contrario, ha usato parole durissime nei confronti della dittatura di Mubarak, descrivendola come trent'anni di oscurità nerissima. L'introduzione del giudice (che dopo questo processo andrà in pensione) è stata emozionale, quasi poetica, come se volesse esprimere tutti i sentimenti che, in questo terribile momento, gli egiziani non riescono a esprimere. Refaat ha anche parlato di testimoni compromessi, che lui si è rifiutato di ascoltare, e di prove fatte sparire.
Per un attimo, un brevissimo istante, si è sperato che questa promettente introduzione preludesse a un verdetto duro e giusto, ma così non è stato. Mubarak e al-Adly hanno entrambi ricevuto la condanna all'ergastolo per esser stati responsabili dell'uccisione di centinaia di manifestanti. E fin qui la sentenza poteva essere accettabile, tranne per chi avrebbe voluto la pena capitale. La beffa è giunta dopo: i figli di Mubarak, Alaa e Gamal, sono stati scagionati dalle accuse di corruzione, perché cadute in prescrizione (anche Mubarak padre è stato scagionato da questo capo d'imputazione). Gli uomini di al-Adly, invece, noti torturatori a capo dell'ex Sicurezza di Stato, sono stati scagionati dalle accuse di aver ucciso i manifestanti. Paradossale... Sono stati riconosciuti i responsabili, Mubarak e al-Adly, ma non gli esecutori diretti degli ordini.
Per molti questa sentenza rappresenta una chiara licenza di uccidere, per gli ex capi della Sicurezza di Stato (ed è da notare che, finora, tutti i poliziotti processati per le stesse accuse sono stati scagionati; l'unica pena di morte che era stata decretata è stata poi commutata, qualche giorno fa, in cinque anni di carcere). Ci si chiede che cosa potranno fare Alaa e Gamal liberi, con l'aiuto di questi uomini in circolazione, che molti temono saranno reintegrati nel ministero degli interni, se vincerà Shafiq alle presidenziali. Alaa e Gamal, in realtà, devono far fronte a un nuovo processo per corruzione, ma finché la magistratura e la procura saranno dominate da uomini del vecchio regime c'è poco da sperare, non se ne esce. Chissà che Gamal non si presenti alle presidenziali del 2016?
Pare anche che il futuro Presidente, se vorrà, avrà la facoltà di condonare la pena a Mubarak e al-Adly (che comunque potrebbe ancora essere ribaltata in appello). Pensate un po' cosa succederà, allora, se sarà Shafiq il prossimo Presidente, lo stesso uomo che ha dichiarato che Mubarak è il modello al quale s'ispira. Il regime si è quasi del tutto rigenerato, manca solo una nuova testa. Ottimo lavoro, cari generali.
Intanto, Mubarak è stato trasferito all'ospedale della prigione di Tora, dove probabilmente troverà ad attenderlo l'ennesima residenza di lusso. Si attende con apprensione, invece, la reazione dei Fratelli Musulmani, i primi, probabilmente, sui quali si abbatterebbe la scure del regime restaurato, se Shafiq dovesse vincere. Ma anche i giovani attivisti, ora, ben più deboli dei Fratelli Musulmani, sono ad alto rischio. Oggi, mentre veniva letta la sentenza su Mubarak, il blogger Alaa Abdel Fattah (di nuovo!) e la sorella venivano interrogati sull'incendio del quartier generale di Shafiq al Cairo. Dio protegga l'Egitto.