Cosa bolle in pentola?
Radio Beckwith evangelica
Se lo stanno chiedendo in molti, in Egitto, cosa bolle in pentola. In attesa che la Commissione Elettorale annunci i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali, il nervosismo è alle stelle. Da ieri, infatti, dopo la conferenza stampa di Ahmed Shafiq, nella quale il suddetto si è autoproclamato vincitore, esattamente come ha fatto Morsy (solo che nel caso di Morsy vi sono anche altre fonti indipendenti che confermano la sua vittoria), si è messa in moto la macchina delle dicerie incontrollate.
Alla confusione politica e legale in cui è sprofondato il paese è seguita anche quella dell’informazione, che per gli egiziani smaliziati non è altro che il preludio a qualche avvenimento sgradito all’opinione pubblica, oppure un tentativo di distrazione da una situazione potenzialmente esplosiva.
Ieri sera, mentre piazza Tahrir si riempiva di manifestanti, in maggioranza islamisti o loro simpatizzanti, sono circolate diverse notizie bomba che hanno tenuto occupati i social network e i mass media mainstream (anche internazionali) per ore, gettando tutti quanti nell’apprensione. Al momento in cui scrivo l’ondata di nuove dicerie e notizie, non provate, non si è ancora esaurita. Prima ha cominciato a girare voce che la Commissione Elettorale, giovedì, avrebbe dichiarato Shafiq vincitore con 260.000 voti in più rispetto a Morsy; poi la gente ha cominciato a ricevere avvisi da fonti non identificate con l’invito a lasciare il Cairo il prossimo week end, in previsione di un possibile bagno di sangue (e vi lascio immaginare l’angoscia che ha provocato questa diceria). Dopodiché è giunta anche la notizia che Khayrat al-Shater e Mohammed el-Beltagy, due leader eminenti della Fratellanza Musulmana, fossero stati arrestati per frode elettorale.
Il culmine, naturalmente, si è raggiunto con l’ennesima notizia della morte di Mubarak, che ha coinvolto anche la stampa internazionale. Prima si è parlato di un arresto cardiaco, poi di un embolo, quindi di morte clinica, poi ancora di stato d’incoscienza o coma non profondo, infine Mubarak sembra essere risuscitato. Intanto, però, è stato trasferito davvero all’ospedale militare di Maadi, lasciando così la prigione di Tora dov’era rinchiuso dal 2 giugno.
Benvenuti in un giorno di ordinaria dittatura, si potrebbe dire, dove si fa fatica a distinguere le informazioni vere da quelle false. Ciò che pare vero, tuttavia, è l’incredibile dispiegamento di forze di sicurezza in previsione dell’annuncio dei risultati elettorali. C’è chi dice addirittura (ma chissà se è vero, a questo punto) che l’esercito si sia dislocato alle porte del Cairo e in vari punti nevralgici del paese, come il canale di Suez ad esempio. L’annuncio dei risultati elettorali dovrebbe aver luogo domani, ma la Commissione Elettorale ha fatto sapere che potrebbe slittare, a causa del gran numero di ricorsi presentati dai due candidati. Questo, purtroppo, prolungherebbe lo stato d’incertezza che l’Egitto sta vivendo. Ormai è una guerra di nervi, con la preoccupazione della possibile reazione violenta dei sostenitori del candidato sconfitto, chiunque sia.
Nel frattempo si sono rifatti vivi gli Stati Uniti, minacciando la sospensione degli aiuti finanziari all’Egitto (o per meglio dire all’esercito egiziano) se i militari non cederanno davvero il potere ai civili. Solo parole, naturalmente. L’hanno già minacciato tante volte, per esempio in occasione del processo alle ONG straniere, ma in realtà appare chiaro a tutti che a loro non importa nulla della vera democratizzazione dell’Egitto, basta che i generali garantiscano il mantenimento della pace con Israele così com’è e la stabilità della regione, pertanto continueranno a foraggiarli abbondantemente. Che importa se stabilità è sinonimo di morte per gli egiziani. A proposito, sembra che la nuova tenuta della polizia d’assalto (vedi foto) sia stata pagata proprio con gli aiuti statunitensi.
Gli Stati Uniti, ad ogni modo, non paiono spaventati nemmeno nel caso di una vittoria dei Fratelli Musulmani e non soltanto perché il nuovo Presidente non avrà grandi poteri, grazie al recente giro di vite militare. Sono mesi, infatti, che Stati Uniti e Fratelli Musulmani si fanno la corte, nonostante la rispettiva retorica anti-islamista e anti-americana. I Fratelli Musulmani hanno fatto ben undici viaggi negli Stati Uniti, e non certo per turismo. E poi è ancora possibile che Consiglio Militare, Stati Uniti e Fratelli Musulmani pervengano a qualche accordo. Gira voce (ma, ancora una volta, chissà se è vero oppure no) che siano in corso colloqui tra alcuni esponenti della Fratellanza e alcuni generali. L’Egitto continua ad attendere nervosamente gli sviluppi successivi. Speriamo che i prossimi giorni trascorrano in pace.
Se lo stanno chiedendo in molti, in Egitto, cosa bolle in pentola. In attesa che la Commissione Elettorale annunci i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali, il nervosismo è alle stelle. Da ieri, infatti, dopo la conferenza stampa di Ahmed Shafiq, nella quale il suddetto si è autoproclamato vincitore, esattamente come ha fatto Morsy (solo che nel caso di Morsy vi sono anche altre fonti indipendenti che confermano la sua vittoria), si è messa in moto la macchina delle dicerie incontrollate.
Alla confusione politica e legale in cui è sprofondato il paese è seguita anche quella dell'informazione, che per gli egiziani smaliziati non è altro che il preludio a qualche avvenimento sgradito all'opinione pubblica, oppure un tentativo di distrazione da una situazione potenzialmente esplosiva.
Ieri sera, mentre piazza Tahrir si riempiva di manifestanti, in maggioranza islamisti o loro simpatizzanti, sono circolate diverse notizie bomba che hanno tenuto occupati i social network e i mass media mainstream (anche internazionali) per ore, gettando tutti quanti nell'apprensione. Al momento in cui scrivo l'ondata di nuove dicerie e notizie, non provate, non si è ancora esaurita. Prima ha cominciato a girare voce che la Commissione Elettorale, giovedì, avrebbe dichiarato Shafiq vincitore con 260.000 voti in più rispetto a Morsy; poi la gente ha cominciato a ricevere avvisi da fonti non identificate con l'invito a lasciare il Cairo il prossimo week end, in previsione di un possibile bagno di sangue (e vi lascio immaginare l'angoscia che ha provocato questa diceria). Dopodiché è giunta anche la notizia che Khayrat al-Shater e Mohammed el-Beltagy, due leader eminenti della Fratellanza Musulmana, fossero stati arrestati per frode elettorale.
Il culmine, naturalmente, si è raggiunto con l'ennesima notizia della morte di Mubarak, che ha coinvolto anche la stampa internazionale. Prima si è parlato di un arresto cardiaco, poi di un embolo, quindi di morte clinica, poi ancora di stato d'incoscienza o coma non profondo, infine Mubarak sembra essere risuscitato. Intanto, però, è stato trasferito davvero all'ospedale militare di Maadi, lasciando così la prigione di Tora dov'era rinchiuso dal 2 giugno.
Benvenuti in un giorno di ordinaria dittatura, si potrebbe dire, dove si fa fatica a distinguere le informazioni vere da quelle false. Ciò che pare vero, tuttavia, è l'incredibile dispiegamento di forze di sicurezza in previsione dell'annuncio dei risultati elettorali. C'è chi dice addirittura (ma chissà se è vero, a questo punto) che l'esercito si sia dislocato alle porte del Cairo e in vari punti nevralgici del paese, come il canale di Suez ad esempio. L'annuncio dei risultati elettorali dovrebbe aver luogo domani, ma la Commissione Elettorale ha fatto sapere che potrebbe slittare, a causa del gran numero di ricorsi presentati dai due candidati. Questo, purtroppo, prolungherebbe lo stato d'incertezza che l'Egitto sta vivendo. Ormai è una guerra di nervi, con la preoccupazione della possibile reazione violenta dei sostenitori del candidato sconfitto, chiunque sia.
Nel frattempo si sono rifatti vivi gli Stati Uniti, minacciando la sospensione degli aiuti finanziari all'Egitto (o per meglio dire all'esercito egiziano) se i militari non cederanno davvero il potere ai civili. Solo parole, naturalmente. L'hanno già minacciato tante volte, per esempio in occasione del processo alle ONG straniere, ma in realtà appare chiaro a tutti che a loro non importa nulla della vera democratizzazione dell'Egitto, basta che i generali garantiscano il mantenimento della pace con Israele così com'è e la stabilità della regione, pertanto continueranno a foraggiarli abbondantemente. Che importa se stabilità è sinonimo di morte per gli egiziani. A proposito, sembra che la nuova tenuta della polizia d'assalto (vedi foto) sia stata pagata proprio con gli aiuti statunitensi.
Gli Stati Uniti, ad ogni modo, non paiono spaventati nemmeno nel caso di una vittoria dei Fratelli Musulmani e non soltanto perché il nuovo Presidente non avrà grandi poteri, grazie al recente giro di vite militare. Sono mesi, infatti, che Stati Uniti e Fratelli Musulmani si fanno la corte, nonostante la rispettiva retorica anti-islamista e anti-americana. I Fratelli Musulmani hanno fatto ben undici viaggi negli Stati Uniti, e non certo per turismo. E poi è ancora possibile che Consiglio Militare, Stati Uniti e Fratelli Musulmani pervengano a qualche accordo. Gira voce (ma, ancora una volta, chissà se è vero oppure no) che siano in corso colloqui tra alcuni esponenti della Fratellanza e alcuni generali. L'Egitto continua ad attendere nervosamente gli sviluppi successivi. Speriamo che i prossimi giorni trascorrano in pace.