Mohammed Morsy, il nuovo Presidente
Radio Beckwith evangelica
Dopo lunghe traversie, l’Egitto ha finalmente un nuovo Presidente. E’ Mohammed Morsy, candidato dei Fratelli Musulmani, un ingegnere nato nel Delta che ha studiato e insegnato alla University of South California (si dice abbia anche lavorato per la NASA, a un certo punto della sua carriera), poi è ritornato in patria dove è diventato docente di scienze dei materiali all’Università di Zagazig.
E’ il primo Presidente egiziano (più o meno) democraticamente eletto, il primo che non proviene dall’ambiente militare ed anche il primo Presidente islamista democraticamente eletto del mondo arabo. Nonostante le grandi incognite che questa elezione si porta dietro, non v’è dubbio che segni l’inizio di una nuova epoca, sia per l’Egitto sia per la regione araba.
L’annuncio della vittoria di Morsy, ieri, ha stemperato un clima di tensione che aveva ormai raggiunto livelli insopportabili. Due piazze stracolme si confrontavano minacciose: piazza Tahrir, riempita di sostenitori di Morsy, e Nasr City, dove si erano radunati i sostenitori di Shafiq. Ovunque erano dislocati i militari e le forze di sicurezza. All’ora prevista dell’annuncio le strade erano deserte. Molta gente era sinceramente convinta che la guerra civile potesse scoppiare da un momento all’altro, specie se avesse vinto Shafiq, contro ogni aspettativa basata sul conteggio ufficioso dei voti eseguito da più fonti. Sarebbe stata la chiara indicazione di una eclatante frode elettorale.
Invece, la Commissione Elettorale ha confermato tutti i risultati ufficiosi: Morsy ha vinto con il 52%, mentre Shafiq ha ottenuto il 48%. Alla notizia, attesa in piazza Tahrir da una folla immensa immersa in preghiera, è scoppiata la festa in tutto il paese, eccetto ovviamente tra i sostenitori di Shafiq. In realtà, in questo momento ci sono, suppergiù, un terzo dell’Egitto che festeggia, un terzo che si mantiene neutrale, diffidente o cautamente ottimista, e un altro terzo che è decisamente furioso, spaventato e preoccupato. Nulla di male in questo, è sempre così nei paesi dove si tengono regolari elezioni democratiche. Ciò che conta è la reazione dei perdenti e, per ora, non ci sono stati problemi. Persino Shafiq ha riconosciuto la vittoria di Morsy, al quale ha anche telefonato per congratularsi (e per offrire il suo aiuto e la sua esperienza!).
  
La vittoria di Morsy, pertanto, presenta diversi punti positivi. Il primo, l’ho già menzionato, è che i militari non hanno voluto (o potuto) truccare il risultato delle elezioni in favore di Shafiq, come molti si aspettavano (o speravano, addirittura). Una frode elettorale palese e sistematica non è più possibile in Egitto, dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011. Ciò dimostra che la pressione popolare c’è, funziona e chiunque governerà l’Egitto, d’ora in poi, dovrà tenerne conto. La gente ha imparato a non tacere, a non essere indifferente, a interessarsi alla politica, e questo mi sembra un risultato non da poco, soprattutto ora, perché Morsy avrà senz’altro bisogno di un forte contrappeso affinché la sua politica non si sbilanci troppo in direzione “islamizzante” (e la maggioranza del paese non è islamista). L’elezione di Morsy, inoltre, rappresenta un’ulteriore rottura con il passato, dimostrando che i nostalgici del vecchio regime sono una minoranza, mentre la stragrande maggioranza degli egiziani vuole davvero il cambiamento, anche se c’è discordia sulle sue modalità, come del resto è giusto che sia. Pur non essendo Morsy il vero candidato della rivoluzione, non è nemmeno il candidato dell’establishment militare e questa piccola “infiltrazione” potrebbe costituire la prima crepa nell’edificio dello stato militar-poliziesco egiziano, purché però non ne nasca invece una pericolosa simbiosi. Infine, simbolicamente, era fondamentale (anche per gli altri paesi arabi in rivolta) che Shafiq non vincesse, perché sarebbe stato come annullare un anno di lotta, sogni e aspirazioni. La rivoluzione non si sarebbe certo fermata, ma il colpo assestatole sarebbe stato più duro di quello di una vittoria islamista. Questo, almeno, è ciò che si spera.
Tuttavia, l’elezione di Morsy a Presidente presenta anche numerosi lati oscuri. Innanzitutto ci si chiede se la sua vittoria sia stata realmente determinata dalla volontà popolare. Prima dell’annuncio dei risultati sono circolate voci insistenti su presunte contrattazioni tra il Consiglio Militare e i Fratelli Musulmani. Un giornale saudita, e anche il quotidiano al-Ahram, hanno persino fornito alcuni dettagli su queste trattative dietro le quinte. I militari avrebbero concesso la vittoria a Morsy (cosa che permetterebbe di dimostrare la loro democraticità agli occhi del mondo e del proprio paese) in cambio del mantenimento di tutti i loro privilegi e dei ministeri più cruciali: difesa, interni e giustizia. Inoltre, durante le trattative si sarebbe discusso anche del futuro della famiglia Mubarak. Insomma, un patto che darebbe la Presidenza ai Fratelli Musulmani (forse anche il Parlamento?) con poteri limitatissimi, lasciando le redini del paese saldamente in mano all’esercito, esattamente come stipula la nuova dichiarazione costituzionale. E a questo punto torno a preoccuparmi della possibilità che i militari, tutt’altro che vero baluardo contro gli islamisti, siano disposti a chiudere un occhio sull’islamizzazione del paese e su una (ulteriore) restrizione delle libertà individuali, in cambio del mantenimento del controllo su economia, sicurezza interna e politica estera. In ogni caso, sono sempre loro, per adesso, i veri padroni dell’Egitto, assistiti da polizia e intelligence. Ma qualcosa sta cambiando. Anche questa presunta trattativa segreta non sarebbe mai potuta avvenire senza il voto e la pressione popolare. I militari hanno dovuto comunque scendere a patti, e questa è una novità.
  
Soltanto i prossimi giorni e mesi, però, ci diranno che tipo di relazione s’instaurerà tra militari e islamisti. Nel frattempo, Morsy ha tenuto il suo primo discorso alla nazione dalle telecamere della tv di stato. A proposito, quest’ultima – dicono – ha già iniziato a virare di 180 gradi per predisporsi ad adulare il nuovo Presidente. Buffo, perché solo fino a poco tempo fa non faceva nemmeno il nome della Fratellanza Musulmana, chiamandola invece  “l’organizzazione proibita”. Comunque sia, il discorso di Morsy (poco carismatico e, a detta di molti, anche abbastanza noioso) è stato conciliatore. Prima ha lungamente ricordato i martiri, quindi ha ringraziato esercito, polizia, intelligence e giudici. Poi si è rivolto a tutti gli egiziani, menzionando una per una tutte le province. Ha esplicitamente citato anche la Nubia, il Sinai e le oasi, regioni neglette dal regime precedente. Infine è passato ha citare diverse professioni, incluso i guidatori di tuk tuk (gli ape-taxi caratteristici delle periferie delle città o dei paesi). Morsy si è dichiarato Presidente di tutti loro, a “uguale distanza” da ogni categoria. Ha affermato di non avere diritti, ma solo doveri (chissà se stava pensando ai poteri limitati che gli ha concesso il Consiglio Militare?), dopodiché ha fatto appello all’unità di tutti gli egiziani. Ha esplicitamente menzionato l’importanza di preservare i diritti umani, delle donne, della famiglia e dei bambini, senza discriminazioni. Più volte ha citato cristiani e musulmani insieme. Ha ribadito il rispetto di tutti i trattati internazionali, rifiutando tuttavia ogni interferenza straniera. Non c’è dubbio che questo discorso sia stato molto diverso da quelli di Mubarak, se non altro nello stile.
Morsy ha già dato le dimissioni dall’Ufficio della Guida e dalla presidenza del partito Libertà e Giustizia per sottolineare la sua indipendenza, come deve fare chi si dichiara Presidente di tutti gli egiziani. Ora restano i grandi interrogativi, tutti riassumibili nell’unica domanda: Morsy manterrà le sue promesse? Tanto per cominciare, formerà davvero un governo di unità nazionale non dominato dai Fratelli Musulmani? Farà riprocessare Mubarak e i responsabili della morte di centinaia di manifestanti? Ma soprattutto: rispetterà sul serio il carattere secolare dello stato? Sarà il Morsy che garantisce i diritti e le libertà di tutti oppure quello che promette più sharia che pane, a seconda del pubblico che si trova davanti?
Il recente passato, con le tante vane promesse della Fratellanza, è contro di lui purtroppo, ma bisogna restare ottimisti, perché comunque sia c’è un paese laico forte che resiste. Io ritengo che, per poter procedere sulla strada di un reale cambiamento, piaccia o non piaccia, sia inevitabile e necessario passare per la fase islamista. Reprimerla porterebbe soltanto alla sua recrudescenza e al suo rafforzamento, mentre affrontarla, ponendola di fronte alle sfide del governo e della realtà, potrà portare a una evoluzione degli islamisti in senso moderato e infine, forse, potrà anche essere superata. La pustola deve scoppiare per guarire. Nessuno può prevedere cosa succederà, ma io credo che l’Egitto sia il paese arabo che ha gli strumenti migliori per affrontare l’avanzata islamista, sia dal punto di vista culturale e politico, sia dal punto di vista del forte senso di unità che lo caratterizza, il quale potrà aiutarlo a superare il pericolo di profonde divisioni. La speranza è che l’Egitto s’incammini su una strada di riforme che eviterà lo scontro violento tra democratici e antidemocratici, pur non evitando il conflitto civile, anche molto duro, tra queste due anime del paese (che poi esistono in tutto il mondo). Come ho ripetuto molte volte, il fattore essenziale sarà la pressione popolare.
Dopo lunghe traversie, l'Egitto ha finalmente un nuovo Presidente. E' Mohammed Morsy, candidato dei Fratelli Musulmani, un ingegnere nato nel Delta che ha studiato e insegnato alla University of South California (si dice abbia anche lavorato per la NASA, a un certo punto della sua carriera), poi è ritornato in patria dove è diventato docente di scienze dei materiali all'Università di Zagazig.
E' il primo Presidente egiziano (più o meno) democraticamente eletto, il primo che non proviene dall'ambiente militare ed anche il primo Presidente islamista democraticamente eletto del mondo arabo. Nonostante le grandi incognite che questa elezione si porta dietro, non v'è dubbio che segni l'inizio di una nuova epoca, sia per l'Egitto sia per la regione araba.
L'annuncio della vittoria di Morsy, ieri, ha stemperato un clima di tensione che aveva ormai raggiunto livelli insopportabili. Due piazze stracolme si confrontavano minacciose: piazza Tahrir, riempita di sostenitori di Morsy, e Nasr City, dove si erano radunati i sostenitori di Shafiq. Ovunque erano dislocati i militari e le forze di sicurezza. All'ora prevista dell'annuncio le strade erano deserte. Molta gente era sinceramente convinta che la guerra civile potesse scoppiare da un momento all'altro, specie se avesse vinto Shafiq, contro ogni aspettativa basata sul conteggio ufficioso dei voti eseguito da più fonti. Sarebbe stata la chiara indicazione di una eclatante frode elettorale.
Invece, la Commissione Elettorale ha confermato tutti i risultati ufficiosi: Morsy ha vinto con il 52%, mentre Shafiq ha ottenuto il 48%. Alla notizia, attesa in piazza Tahrir da una folla immensa immersa in preghiera, è scoppiata la festa in tutto il paese, eccetto ovviamente tra i sostenitori di Shafiq. In realtà, in questo momento ci sono, suppergiù, un terzo dell'Egitto che festeggia, un terzo che si mantiene neutrale, diffidente o cautamente ottimista, e un altro terzo che è decisamente furioso, spaventato e preoccupato. Nulla di male in questo, è sempre così nei paesi dove si tengono regolari elezioni democratiche. Ciò che conta è la reazione dei perdenti e, per ora, non ci sono stati problemi. Persino Shafiq ha riconosciuto la vittoria di Morsy, al quale ha anche telefonato per congratularsi (e per offrire il suo aiuto e la sua esperienza!).
  
La vittoria di Morsy, pertanto, presenta diversi punti positivi. Il primo, l'ho già menzionato, è che i militari non hanno voluto (o potuto) truccare il risultato delle elezioni in favore di Shafiq, come molti si aspettavano (o speravano, addirittura). Una frode elettorale palese e sistematica non è più possibile in Egitto, dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011. Ciò dimostra che la pressione popolare c'è, funziona e chiunque governerà l'Egitto, d'ora in poi, dovrà tenerne conto. La gente ha imparato a non tacere, a non essere indifferente, a interessarsi alla politica, e questo mi sembra un risultato non da poco, soprattutto ora, perché Morsy avrà senz'altro bisogno di un forte contrappeso affinché la sua politica non si sbilanci troppo in direzione "islamizzante" (e la maggioranza del paese non è islamista). L'elezione di Morsy, inoltre, rappresenta un'ulteriore rottura con il passato, dimostrando che i nostalgici del vecchio regime sono una minoranza, mentre la stragrande maggioranza degli egiziani vuole davvero il cambiamento, anche se c'è discordia sulle sue modalità, come del resto è giusto che sia. Pur non essendo Morsy il vero candidato della rivoluzione, non è nemmeno il candidato dell'establishment militare e questa piccola "infiltrazione" potrebbe costituire la prima crepa nell'edificio dello stato militar-poliziesco egiziano, purché però non ne nasca invece una pericolosa simbiosi. Infine, simbolicamente, era fondamentale (anche per gli altri paesi arabi in rivolta) che Shafiq non vincesse, perché sarebbe stato come annullare un anno di lotta, sogni e aspirazioni. La rivoluzione non si sarebbe certo fermata, ma il colpo assestatole sarebbe stato più duro di quello di una vittoria islamista. Questo, almeno, è ciò che si spera.
Tuttavia, l'elezione di Morsy a Presidente presenta anche numerosi lati oscuri. Innanzitutto ci si chiede se la sua vittoria sia stata realmente determinata dalla volontà popolare. Prima dell'annuncio dei risultati sono circolate voci insistenti su presunte contrattazioni tra il Consiglio Militare e i Fratelli Musulmani. Un giornale saudita, e anche il quotidiano al-Ahram, hanno persino fornito alcuni dettagli su queste trattative dietro le quinte. I militari avrebbero concesso la vittoria a Morsy (cosa che permetterebbe di dimostrare la loro democraticità agli occhi del mondo e del proprio paese) in cambio del mantenimento di tutti i loro privilegi e dei ministeri più cruciali: difesa, interni e giustizia. Inoltre, durante le trattative si sarebbe discusso anche del futuro della famiglia Mubarak. Insomma, un patto che darebbe la Presidenza ai Fratelli Musulmani (forse anche il Parlamento?) con poteri limitatissimi, lasciando le redini del paese saldamente in mano all'esercito, esattamente come stipula la nuova dichiarazione costituzionale. E a questo punto torno a preoccuparmi della possibilità che i militari, tutt'altro che vero baluardo contro gli islamisti, siano disposti a chiudere un occhio sull'islamizzazione del paese e su una (ulteriore) restrizione delle libertà individuali, in cambio del mantenimento del controllo su economia, sicurezza interna e politica estera. In ogni caso, sono sempre loro, per adesso, i veri padroni dell'Egitto, assistiti da polizia e intelligence. Ma qualcosa sta cambiando. Anche questa presunta trattativa segreta non sarebbe mai potuta avvenire senza il voto e la pressione popolare. I militari hanno dovuto comunque scendere a patti, e questa è una novità.
  
Soltanto i prossimi giorni e mesi, però, ci diranno che tipo di relazione s'instaurerà tra militari e islamisti. Nel frattempo, Morsy ha tenuto il suo primo discorso alla nazione dalle telecamere della tv di stato. A proposito, quest'ultima - dicono - ha già iniziato a virare di 180 gradi per predisporsi ad adulare il nuovo Presidente. Buffo, perché solo fino a poco tempo fa non faceva nemmeno il nome della Fratellanza Musulmana, chiamandola invece  "l'organizzazione proibita". Comunque sia, il discorso di Morsy (poco carismatico e, a detta di molti, anche abbastanza noioso) è stato conciliatore. Prima ha lungamente ricordato i martiri, quindi ha ringraziato esercito, polizia, intelligence e giudici. Poi si è rivolto a tutti gli egiziani, menzionando una per una tutte le province. Ha esplicitamente citato anche la Nubia, il Sinai e le oasi, regioni neglette dal regime precedente. Infine è passato ha citare diverse professioni, incluso i guidatori di tuk tuk (gli ape-taxi caratteristici delle periferie delle città o dei paesi). Morsy si è dichiarato Presidente di tutti loro, a "uguale distanza" da ogni categoria. Ha affermato di non avere diritti, ma solo doveri (chissà se stava pensando ai poteri limitati che gli ha concesso il Consiglio Militare?), dopodiché ha fatto appello all'unità di tutti gli egiziani. Ha esplicitamente menzionato l'importanza di preservare i diritti umani, delle donne, della famiglia e dei bambini, senza discriminazioni. Più volte ha citato cristiani e musulmani insieme. Ha ribadito il rispetto di tutti i trattati internazionali, rifiutando tuttavia ogni interferenza straniera. Non c'è dubbio che questo discorso sia stato molto diverso da quelli di Mubarak, se non altro nello stile.
Morsy ha già dato le dimissioni dall'Ufficio della Guida e dalla presidenza del partito Libertà e Giustizia per sottolineare la sua indipendenza, come deve fare chi si dichiara Presidente di tutti gli egiziani. Ora restano i grandi interrogativi, tutti riassumibili nell'unica domanda: Morsy manterrà le sue promesse? Tanto per cominciare, formerà davvero un governo di unità nazionale non dominato dai Fratelli Musulmani? Farà riprocessare Mubarak e i responsabili della morte di centinaia di manifestanti? Ma soprattutto: rispetterà sul serio il carattere secolare dello stato? Sarà il Morsy che garantisce i diritti e le libertà di tutti oppure quello che promette più sharia che pane, a seconda del pubblico che si trova davanti?
Il recente passato, con le tante vane promesse della Fratellanza, è contro di lui purtroppo, ma bisogna restare ottimisti, perché comunque sia c'è un paese laico forte che resiste. Io ritengo che, per poter procedere sulla strada di un reale cambiamento, piaccia o non piaccia, sia inevitabile e necessario passare per la fase islamista. Reprimerla porterebbe soltanto alla sua recrudescenza e al suo rafforzamento, mentre affrontarla, ponendola di fronte alle sfide del governo e della realtà, potrà portare a una evoluzione degli islamisti in senso moderato e infine, forse, potrà anche essere superata. La pustola deve scoppiare per guarire. Nessuno può prevedere cosa succederà, ma io credo che l'Egitto sia il paese arabo che ha gli strumenti migliori per affrontare l'avanzata islamista, sia dal punto di vista culturale e politico, sia dal punto di vista del forte senso di unità che lo caratterizza, il quale potrà aiutarlo a superare il pericolo di profonde divisioni. La speranza è che l'Egitto s'incammini su una strada di riforme che eviterà lo scontro violento tra democratici e antidemocratici, pur non evitando il conflitto civile, anche molto duro, tra queste due anime del paese (che poi esistono in tutto il mondo). Come ho ripetuto molte volte, il fattore essenziale sarà la pressione popolare.