Sugli ultimi avvenimenti e sui Fratelli Musulmani
Radio Beckwith evangelica

Interrompo solo per un giorno la pausa per fare il punto della situazione in Egitto, in parte perché sono successe tante cose importanti e in parte perché desidero fare alcune osservazioni sull’operato dei Fratelli Musulmani. Mi scuso in anticipo per la lunghezza dell’articolo. Ma veniamo innanzitutto agli ultimi avvenimenti. Ci eravamo lasciati alla vigilia dell’insediamento ufficiale di Morsy alla Presidenza, che si è svolto in quattro atti.

Il primo di questi è stato in piazza Tahrir, il 29 giugno, dove Morsy ha letto il giuramento alla Costituzione (che non c’è ancora) in mezzo a una folla festante. Il secondo è stato il 30 giugno, davanti alla Corte Costituzionale, dove Morsy ha riletto il giuramento e tenuto un breve discorso. Il terzo, lo stesso giorno, ha avuto luogo all’Università del Cairo, di fronte ai generali più illustri, ai deputati parlamentari, a politici, giudici, accademici e personalità pubbliche, come Mohammed el-Baradei e Ahmed Zuweyl (premio Nobel per la chimica). Anche questa volta Morsy ha letto il giuramento alla Costituzione e tenuto un discorso. Il quarto e ultimo atto, sempre il 30 giugno, è stata la cerimonia ufficiale dei militari presso il loro quartier generale.
Nei suoi vari discorsi d’insediamento, tenuti a pubblici diversi, Morsy ha lanciato messaggi un po’ a tutti. Ha pronunciato lodi sperticate per i militari, ringraziato polizia e intelligence, affermato il proprio profondo rispetto per la magistratura, rassicurato che avrebbe rispettato i trattati internazionali e che l’Egitto non avrebbe esportato la rivoluzione (messaggio per i paesi del Golfo), confermato l’intenzione di volere uno stato civile, promesso di rafforzare l’esercito, di impegnarsi per la liberazione dello sheykh Omar Abdel Rahman (detenuto negli Stati Uniti per l’attentato al World Trade Center del 1993) e per riprendersi tutti i poteri che il Consiglio Militare ha tolto alla Presidenza. I sostenitori di Morsy hanno considerato questi discorsi come una mossa illuminata per riconciliare il paese, i detrattori vi hanno soltanto visto l’ennesima manovra opportunistica, mentre i critici più equilibrati stanno aspettando di giudicare le azioni, non le parole.
E tra le prime azioni di Morsy c’è stata quella di sfidare la Corte Costituzionale, solo pochi giorni dopo aver personalmente premiato il presidente Farouq Sultan (ora in pensione) e altri vertici della magistratura, con medaglie del più alto grado. Morsy, infatti, ha deciso di annullare il decreto di scioglimento del Parlamento, emanato dal Consiglio Militare, in applicazione della sentenza d’incostituzionalità della legge elettorale, pronunciata dalla Corte Costituzionale. Cercando di evitare lo scontro con i giudici, Morsy e il suo staff hanno sostenuto che il nuovo decreto presidenziale annullava solo il decreto attuativo del Consiglio Militare, non la sentenza della Corte Costituzionale. Tuttavia, quest’ultima ha ribadito in fretta la propria sentenza precedente, annullando a sua volta il decreto presidenziale di annullamento. Morsy ha infine piegato la testa, ma il risultato della sua mossa poco accorta è stato l’aggravarsi del conflitto istituzionale nel paese e della spaccatura della popolazione. Sì, perché il decreto presidenziale ha ulteriormente polarizzato il paese in “ultras” di Morsy (che sta guadagnando sostenitori anche tra persone insospettabili, per il classico “effetto magnete” del vincitore) e “ultras” del Consiglio Militare, ora considerato alleato dei giudici (spaccati pure loro). Ho assistito sgomenta a questa progressiva polarizzazione anche tra i miei conoscenti. Sono rimasti in pochi quelli che ragionano e riflettono senza schierarsi, che pur non sostenendo affatto i militari, mantengono un senso altamente critico (a ragion veduta) nei confronti di Morsy e della Fratellanza Musulmana.
Morsy, nel frattempo, ha anche iniziato un giro di visite e incontri internazionali. Il primo viaggio è stato in Arabia Saudita, paese con il quale i Fratelli Musulmani non hanno mai avuto felici relazioni, ma il cui aiuto finanziario è fondamentale per l’Egitto. Ma a parte tentare di ripristinare il Parlamento a maggioranza islamista e tessere relazioni internazionali, ha fatto qualcos’altro Morsy? Il primo giorno della sua Presidenza sono iniziate una lunga serie di proteste davanti al palazzo presidenziale: operai, copti, famiglie dei martiri, attivisti… Tutti chiedevano qualcosa, soprattutto giustizia e miglioramento delle proprie condizioni di vita, tanto che Morsy ha dovuto istituire un “ufficio reclami” apposito, dove i cittadini possono depositare le proprie rimostranze, alle quali Morsy ha promesso di rispondere, un giorno. La buona notizia, almeno, è che le guardie presidenziali non hanno sparato sui manifestanti come al tempo di Mubarak. Eppure, perché Morsy, a due settimane dalla sua investitura, non ha ancora formato il governo, né nominato i propri vice (dovevano esserci un copto e una donna, secondo le sue promesse)? Sembrava fosse già tutto pronto, ma finora non si è visto nulla. Inoltre – e qui la richiesta di molti attivisti e associazioni per i diritti umani si fa insistente – perché Morsy non utilizza il suo potere di amnistiare i detenuti per scarcerare le migliaia di persone arrestate dai militari durante le proteste passate, incluso quei militari che si erano uniti ai manifestanti? Visto che si è cercato di far passare Morsy per un rivoluzionario, questo semplice atto lo confermerebbe. Invece, pare che lui si sia limitato a chiedere notizia di questi detenuti ai generali che, candidi candidi, gli hanno risposto di tenere in carcere solo delinquenti. Morsy, allora, ha istituito l’ennesima commissione d’indagine, che ovviamente non farà un bel nulla.
Ma c’è un’altra bella gatta da pelare in arrivo per Morsy, seppur ampiamente attesa: le proteste dei lavoratori. E’ iniziata un’altra ondata di scioperi in diverse fabbriche, come quelle tessili di Mahalla, luogo che alcuni ritengono sia stato la vera culla della rivoluzione negli anni 2006 e 2008. Gli operai protestano, tra tante altre cose, per il salario minimo, questione che Morsy e gli islamisti in Parlamento si sono guardati bene da affrontare. E chissà come saranno contenti gli operai, se sarà confermata la notizia che Morsy intende nominare primo ministro un banchiere o un nome dell’alta finanza. Già si sentono slogan contro Morsy in mezzo al clamore di alcune proteste operaie.
Intanto proseguono i lavori della Costituente, in attesa di sapere, domani 17 luglio, se sarà sciolta anche questa. La Costituente, infatti, è stata ancora una volta monopolizzata dagli islamisti. Se sarà di nuovo sciolta, però, saranno i militari a formarne una nuova. Non si sa cosa sia meglio. L’articolo 1 della nuova carta costituzionale, comunque, è già pronto. La Repubblica Araba d’Egitto, non più socialista, è ora uno stato democratico, basato sulla consultazione (cioè la Shura), costituzionale e moderno (qualunque cosa ciò voglia dire). Sull’articolo 2, invece, quello che afferma che l’islam è la religione di stato e i principi della sharia sono la fonte principale delle leggi, c’è stata grande battaglia. I salafiti volevano a tutti i costi togliere la parola “principi”, finché non è intervenuta al-Azhar, sostenendo che l’articolo doveva restare inalterato, con la sola aggiunta di una postilla per le altre Religioni del Libro, ebraismo e cristianesimo, le quali devono e possono far riferimento alle proprie leggi celesti per tutto ciò che riguarda materia di fede, diritto familiare e matrimoniale, ecc. Non sono riuscita a capire, però, se la facoltà di definire quali sono questi principi della sharia resterà in mano alla Corte Costituzionale o passerà ad al-Azhar, come richiesto dai salafiti. Comunque sia, per accontentare i salafiti, in cambio della rinuncia a eliminare la parola “principi”, è stato inserito il riferimento alla Shura nell’articolo 1, ossia a quell’organo consultivo dei primi tempi dell’islam, nel quale molti islamisti vedono una sorta di democrazia ante litteram. Adesso, invece, la battaglia si è spostata sull’articolo 3, il quale deve stabilire a chi spetta la sovranità. Al popolo, secondo il testo precedente (articolo largamente disatteso, ovviamente). Solo a Dio, secondo i salafiti.
Ci si può chiedere, tuttavia, cosa stanno facendo tutti quei candidati a Presidente e quelle forze rivoluzionarie che volevano dar vita a una “terza via”, in alternativa sia agli islamisti sia ai militari. In effetti stanno lavorando molto alla costruzione di nuovi partiti. Di “terze vie” ce ne sono già almeno tre: il Partito della Costituzione di el-Baradei, il partito dell’Egitto Forte di Abdel Moneim Abul Fotouh e il partito ancora senza nome di Sabbahi, Khaled Ali e Amr Moussa. Riusciranno mai a superare i propri ego smisurati e unirsi in una vera opposizione? E a ciò si aggiunge un altro nuovo partito, il Partito della Umma, del salafita Hazem Salah Abu Ismail (quello che era stato squalificato alle elezioni perché aveva la madre americana).
Ciò che però mi preoccupa di più, in tutto questo, è constatare come molti mass media internazionali, specialmente statunitensi, siano rapidamente passati, nel corso dell’ultimo anno, dal demonizzare i Fratelli Musulmani come terroristi, all’esaltarli come la nuova democrazia islamica. Io ritengo che si debba usare estrema cautela nel sostenere i Fratelli Musulmani (senza demonizzarli), perché non mi pare proprio che siano una forza democratica. Coloro che, al loro interno, rappresentavano l’anima più progressista e democratica del gruppo se ne sono già andati, oppure si sono piegati all’obbedienza per preservare la coesione del movimento, ma non sono loro che sono andati al potere in Egitto. Al potere c’è Morsy, grigio funzionario della leadership del movimento che più esprime l’ala affaristica e reazionaria della Fratellanza, ben incarnata in Khayrat al-Shater e nella Guida Suprema Mohammed Badie. La struttura della Fratellanza stessa è tutt’altro che democratica: gerarchica, familistica, votata all’obbedienza della Guida Suprema (con un esplicito giuramento che si chiama bai’a) e opaca (c’è per esempio chi s’interroga seriamente sulla provenienza e sulla gestione dei finanziamenti al movimento). Se tutto ciò prima si poteva spiegare, in qualche modo, con la necessità di far fronte alla dura repressione del regime, alla caduta di Mubarak si sperava (soprattutto la gioventù della Fratellanza lo sperava) in una maggiore apertura del movimento, ma non mi pare che ciò sia avvenuto, purtroppo. Dunque, che speranze ci sono che una tale Fratellanza (perché non ci sono dubbi che a governare sia la Fratellanza e non Morsy da solo) proceda davvero alla riforma dello stato in senso democratico? Sono in tanti a temere che, sebbene Morsy abbia effettivamente pochi poteri, la Fratellanza approfitterà comunque dell’occasione per occupare tutti gli spazi disponibili nelle istituzioni (la Costituente è solo l’esempio più visibile e clamoroso). E’ una questione di potere, insomma, non di democrazia. E i segnali preoccupanti sono tanti. Del comportamento opportunistico dei Fratelli Musulmani durante la fase di transizione abbiamo già parlato molte volte, ma di recente si riscontra anche una crescente difficoltà a criticare i Fratelli Musulmani. Chiunque ci prova, non importa se abbia o meno un passato di opposizione al regime di Mubarak, è subito tacciato di essere un feloul ed è preso di mira dagli squadroni elettronici della Fratellanza, che scatenano contro di lui una campagna mediatica di diffamazione su internet e sui propri giornali. E’ vero, anche i Fratelli Musulmani sono spesso soggetto di queste campagne di diffamazione, ma ultimamente ci sono state addirittura denunce di aggressioni fisiche, durante varie manifestazioni, ad attivisti e ad esponenti politici che si sono espressi contro il decreto di Morsy, e gli accusati di queste aggressioni sono giovani o militanti islamisti. Inoltre, l’elezione di Morsy a Presidente ha fatto sì che certi islamisti estremisti si siano sentiti legittimati ad agire come “polizia morale”: un giovane è stato assassinato perché passeggiava con la sua fidanzata, donne senza velo sono state aggredite verbalmente e non solo, ecc. Certo, i leader islamisti hanno dichiarato di non aver nulla a che fare con queste persone (e io ci credo), ma la cosa preoccupante è che, nonostante ciò, non ho sentito nessuna severa e definitiva condanna di questi atti da parte loro. E in piazza Tahrir, ormai in mano islamista, non c’è più nessuna donna, sono state tutte scacciate via a suon di aggressioni sessuali. Ci sarà anche lo zampino dei baltagheya pagati dall’ex regime, ma certo la piazza non ha saputo (o voluto) far sì che questi episodi non accadessero, e anche in questo caso non ho sentito nessuna condanna da parte degli islamisti, solo commenti del tipo: “Perché non se ne stanno a casa, le donne?”. E potrei continuare con un lungo elenco di segnali premonitori che dovrebbero invitare tutti quanti all’estrema prudenza, prima di accodarsi ad esaltare i Fratelli Musulmani come la nuova democrazia islamica o come rivoluzionari della prima ora, trasformandoli in quel che non sono. Il minimo che si possa chiedere è una grande vigilanza accompagnata da grande senso critico, senza cadere tuttavia negli eccessi di qualche liberale egiziano, che ha persino invocato il colpo di stato dei militari per sbarazzarsi dei Fratelli Musulmani. Ci vogliono equilibrio e occhi aperti. Anzi, spalancati.

Interrompo solo per un giorno la pausa per fare il punto della situazione in Egitto, in parte perché sono successe tante cose importanti e in parte perché desidero fare alcune osservazioni sull'operato dei Fratelli Musulmani. Mi scuso in anticipo per la lunghezza dell'articolo. Ma veniamo innanzitutto agli ultimi avvenimenti. Ci eravamo lasciati alla vigilia dell'insediamento ufficiale di Morsy alla Presidenza, che si è svolto in quattro atti. Il primo di questi è stato in piazza Tahrir, il 29 giugno, dove Morsy ha letto il giuramento alla Costituzione (che non c'è ancora) in mezzo a una folla festante. Il secondo è stato il 30 giugno, davanti alla Corte Costituzionale, dove Morsy ha riletto il giuramento e tenuto un breve discorso. Il terzo, lo stesso giorno, ha avuto luogo all'Università del Cairo, di fronte ai generali più illustri, ai deputati parlamentari, a politici, giudici, accademici e personalità pubbliche, come Mohammed el-Baradei e Ahmed Zuweyl (premio Nobel per la chimica). Anche questa volta Morsy ha letto il giuramento alla Costituzione e tenuto un discorso. Il quarto e ultimo atto, sempre il 30 giugno, è stata la cerimonia ufficiale dei militari presso il loro quartier generale. Nei suoi vari discorsi d'insediamento, tenuti a pubblici diversi, Morsy ha lanciato messaggi un po' a tutti. Ha pronunciato lodi sperticate per i militari, ringraziato polizia e intelligence, affermato il proprio profondo rispetto per la magistratura, rassicurato che avrebbe rispettato i trattati internazionali e che l'Egitto non avrebbe esportato la rivoluzione (messaggio per i paesi del Golfo), confermato l'intenzione di volere uno stato civile, promesso di rafforzare l'esercito, di impegnarsi per la liberazione dello sheykh Omar Abdel Rahman (detenuto negli Stati Uniti per l'attentato al World Trade Center del 1993) e per riprendersi tutti i poteri che il Consiglio Militare ha tolto alla Presidenza. I sostenitori di Morsy hanno considerato questi discorsi come una mossa illuminata per riconciliare il paese, i detrattori vi hanno soltanto visto l'ennesima manovra opportunistica, mentre i critici più equilibrati stanno aspettando di giudicare le azioni, non le parole. E tra le prime azioni di Morsy c'è stata quella di sfidare la Corte Costituzionale, solo pochi giorni dopo aver personalmente premiato il presidente Farouq Sultan (ora in pensione) e altri vertici della magistratura, con medaglie del più alto grado. Morsy, infatti, ha deciso di annullare il decreto di scioglimento del Parlamento, emanato dal Consiglio Militare, in applicazione della sentenza d'incostituzionalità della legge elettorale, pronunciata dalla Corte Costituzionale. Cercando di evitare lo scontro con i giudici, Morsy e il suo staff hanno sostenuto che il nuovo decreto presidenziale annullava solo il decreto attuativo del Consiglio Militare, non la sentenza della Corte Costituzionale. Tuttavia, quest'ultima ha ribadito in fretta la propria sentenza precedente, annullando a sua volta il decreto presidenziale di annullamento. Morsy ha infine piegato la testa, ma il risultato della sua mossa poco accorta è stato l'aggravarsi del conflitto istituzionale nel paese e della spaccatura della popolazione. Sì, perché il decreto presidenziale ha ulteriormente polarizzato il paese in "ultras" di Morsy (che sta guadagnando sostenitori anche tra persone insospettabili, per il classico "effetto magnete" del vincitore) e "ultras" del Consiglio Militare, ora considerato alleato dei giudici (spaccati pure loro). Ho assistito sgomenta a questa progressiva polarizzazione anche tra i miei conoscenti. Sono rimasti in pochi quelli che ragionano e riflettono senza schierarsi, che pur non sostenendo affatto i militari, mantengono un senso altamente critico (a ragion veduta) nei confronti di Morsy e della Fratellanza Musulmana. Morsy, nel frattempo, ha anche iniziato un giro di visite e incontri internazionali. Il primo viaggio è stato in Arabia Saudita, paese con il quale i Fratelli Musulmani non hanno mai avuto felici relazioni, ma il cui aiuto finanziario è fondamentale per l'Egitto. Ma a parte tentare di ripristinare il Parlamento a maggioranza islamista e tessere relazioni internazionali, ha fatto qualcos'altro Morsy? Il primo giorno della sua Presidenza sono iniziate una lunga serie di proteste davanti al palazzo presidenziale: operai, copti, famiglie dei martiri, attivisti... Tutti chiedevano qualcosa, soprattutto giustizia e miglioramento delle proprie condizioni di vita, tanto che Morsy ha dovuto istituire un "ufficio reclami" apposito, dove i cittadini possono depositare le proprie rimostranze, alle quali Morsy ha promesso di rispondere, un giorno. La buona notizia, almeno, è che le guardie presidenziali non hanno sparato sui manifestanti come al tempo di Mubarak. Eppure, perché Morsy, a due settimane dalla sua investitura, non ha ancora formato il governo, né nominato i propri vice (dovevano esserci un copto e una donna, secondo le sue promesse)? Sembrava fosse già tutto pronto, ma finora non si è visto nulla. Inoltre - e qui la richiesta di molti attivisti e associazioni per i diritti umani si fa insistente - perché Morsy non utilizza il suo potere di amnistiare i detenuti per scarcerare le migliaia di persone arrestate dai militari durante le proteste passate, incluso quei militari che si erano uniti ai manifestanti? Visto che si è cercato di far passare Morsy per un rivoluzionario, questo semplice atto lo confermerebbe. Invece, pare che lui si sia limitato a chiedere notizia di questi detenuti ai generali che, candidi candidi, gli hanno risposto di tenere in carcere solo delinquenti. Morsy, allora, ha istituito l'ennesima commissione d'indagine, che ovviamente non farà un bel nulla. Ma c'è un'altra bella gatta da pelare in arrivo per Morsy, seppur ampiamente attesa: le proteste dei lavoratori. E' iniziata un'altra ondata di scioperi in diverse fabbriche, come quelle tessili di Mahalla, luogo che alcuni ritengono sia stato la vera culla della rivoluzione negli anni 2006 e 2008. Gli operai protestano, tra tante altre cose, per il salario minimo, questione che Morsy e gli islamisti in Parlamento si sono guardati bene da affrontare. E chissà come saranno contenti gli operai, se sarà confermata la notizia che Morsy intende nominare primo ministro un banchiere o un nome dell'alta finanza. Già si sentono slogan contro Morsy in mezzo al clamore di alcune proteste operaie. Intanto proseguono i lavori della Costituente, in attesa di sapere, domani 17 luglio, se sarà sciolta anche questa. La Costituente, infatti, è stata ancora una volta monopolizzata dagli islamisti. Se sarà di nuovo sciolta, però, saranno i militari a formarne una nuova. Non si sa cosa sia meglio. L'articolo 1 della nuova carta costituzionale, comunque, è già pronto. La Repubblica Araba d'Egitto, non più socialista, è ora uno stato democratico, basato sulla consultazione (cioè la Shura), costituzionale e moderno (qualunque cosa ciò voglia dire). Sull'articolo 2, invece, quello che afferma che l'islam è la religione di stato e i principi della sharia sono la fonte principale delle leggi, c'è stata grande battaglia. I salafiti volevano a tutti i costi togliere la parola "principi", finché non è intervenuta al-Azhar, sostenendo che l'articolo doveva restare inalterato, con la sola aggiunta di una postilla per le altre Religioni del Libro, ebraismo e cristianesimo, le quali devono e possono far riferimento alle proprie leggi celesti per tutto ciò che riguarda materia di fede, diritto familiare e matrimoniale, ecc. Non sono riuscita a capire, però, se la facoltà di definire quali sono questi principi della sharia resterà in mano alla Corte Costituzionale o passerà ad al-Azhar, come richiesto dai salafiti. Comunque sia, per accontentare i salafiti, in cambio della rinuncia a eliminare la parola "principi", è stato inserito il riferimento alla Shura nell'articolo 1, ossia a quell'organo consultivo dei primi tempi dell'islam, nel quale molti islamisti vedono una sorta di democrazia ante litteram. Adesso, invece, la battaglia si è spostata sull'articolo 3, il quale deve stabilire a chi spetta la sovranità. Al popolo, secondo il testo precedente (articolo largamente disatteso, ovviamente). Solo a Dio, secondo i salafiti. Ci si può chiedere, tuttavia, cosa stanno facendo tutti quei candidati a Presidente e quelle forze rivoluzionarie che volevano dar vita a una "terza via", in alternativa sia agli islamisti sia ai militari. In effetti stanno lavorando molto alla costruzione di nuovi partiti. Di "terze vie" ce ne sono già almeno tre: il Partito della Costituzione di el-Baradei, il partito dell'Egitto Forte di Abdel Moneim Abul Fotouh e il partito ancora senza nome di Sabbahi, Khaled Ali e Amr Moussa. Riusciranno mai a superare i propri ego smisurati e unirsi in una vera opposizione? E a ciò si aggiunge un altro nuovo partito, il Partito della Umma, del salafita Hazem Salah Abu Ismail (quello che era stato squalificato alle elezioni perché aveva la madre americana). Ciò che però mi preoccupa di più, in tutto questo, è constatare come molti mass media internazionali, specialmente statunitensi, siano rapidamente passati, nel corso dell'ultimo anno, dal demonizzare i Fratelli Musulmani come terroristi, all'esaltarli come la nuova democrazia islamica. Io ritengo che si debba usare estrema cautela nel sostenere i Fratelli Musulmani (senza demonizzarli), perché non mi pare proprio che siano una forza democratica. Coloro che, al loro interno, rappresentavano l'anima più progressista e democratica del gruppo se ne sono già andati, oppure si sono piegati all'obbedienza per preservare la coesione del movimento, ma non sono loro che sono andati al potere in Egitto. Al potere c'è Morsy, grigio funzionario della leadership del movimento che più esprime l'ala affaristica e reazionaria della Fratellanza, ben incarnata in Khayrat al-Shater e nella Guida Suprema Mohammed Badie. La struttura della Fratellanza stessa è tutt'altro che democratica: gerarchica, familistica, votata all'obbedienza della Guida Suprema (con un esplicito giuramento che si chiama bai'a) e opaca (c'è per esempio chi s'interroga seriamente sulla provenienza e sulla gestione dei finanziamenti al movimento). Se tutto ciò prima si poteva spiegare, in qualche modo, con la necessità di far fronte alla dura repressione del regime, alla caduta di Mubarak si sperava (soprattutto la gioventù della Fratellanza lo sperava) in una maggiore apertura del movimento, ma non mi pare che ciò sia avvenuto, purtroppo. Dunque, che speranze ci sono che una tale Fratellanza (perché non ci sono dubbi che a governare sia la Fratellanza e non Morsy da solo) proceda davvero alla riforma dello stato in senso democratico? Sono in tanti a temere che, sebbene Morsy abbia effettivamente pochi poteri, la Fratellanza approfitterà comunque dell'occasione per occupare tutti gli spazi disponibili nelle istituzioni (la Costituente è solo l'esempio più visibile e clamoroso). E' una questione di potere, insomma, non di democrazia. E i segnali preoccupanti sono tanti. Del comportamento opportunistico dei Fratelli Musulmani durante la fase di transizione abbiamo già parlato molte volte, ma di recente si riscontra anche una crescente difficoltà a criticare i Fratelli Musulmani. Chiunque ci prova, non importa se abbia o meno un passato di opposizione al regime di Mubarak, è subito tacciato di essere un feloul ed è preso di mira dagli squadroni elettronici della Fratellanza, che scatenano contro di lui una campagna mediatica di diffamazione su internet e sui propri giornali. E' vero, anche i Fratelli Musulmani sono spesso soggetto di queste campagne di diffamazione, ma ultimamente ci sono state addirittura denunce di aggressioni fisiche, durante varie manifestazioni, ad attivisti e ad esponenti politici che si sono espressi contro il decreto di Morsy, e gli accusati di queste aggressioni sono giovani o militanti islamisti. Inoltre, l'elezione di Morsy a Presidente ha fatto sì che certi islamisti estremisti si siano sentiti legittimati ad agire come "polizia morale": un giovane è stato assassinato perché passeggiava con la sua fidanzata, donne senza velo sono state aggredite verbalmente e non solo, ecc. Certo, i leader islamisti hanno dichiarato di non aver nulla a che fare con queste persone (e io ci credo), ma la cosa preoccupante è che, nonostante ciò, non ho sentito nessuna severa e definitiva condanna di questi atti da parte loro. E in piazza Tahrir, ormai in mano islamista, non c'è più nessuna donna, sono state tutte scacciate via a suon di aggressioni sessuali. Ci sarà anche lo zampino dei baltagheya pagati dall'ex regime, ma certo la piazza non ha saputo (o voluto) far sì che questi episodi non accadessero, e anche in questo caso non ho sentito nessuna condanna da parte degli islamisti, solo commenti del tipo: "Perché non se ne stanno a casa, le donne?". E potrei continuare con un lungo elenco di segnali premonitori che dovrebbero invitare tutti quanti all'estrema prudenza, prima di accodarsi ad esaltare i Fratelli Musulmani come la nuova democrazia islamica o come rivoluzionari della prima ora, trasformandoli in quel che non sono. Il minimo che si possa chiedere è una grande vigilanza accompagnata da grande senso critico, senza cadere tuttavia negli eccessi di qualche liberale egiziano, che ha persino invocato il colpo di stato dei militari per sbarazzarsi dei Fratelli Musulmani. Ci vogliono equilibrio e occhi aperti. Anzi, spalancati.