Morire per informare
Radio Beckwith evangelica

La voglia di informare è quello che fa uscire i giornalisti dalle redazioni fino i posti più pericolosi del mondo. Informare i cittadini affinché sia possibile il cambiamento del mondo.

Comunque, anche se ho scoperto, solo qualche settimana fa la “storia” di Ilaria Alpi, mi sono subito collegato emozionalmente con la tragedia che è successa precisamente 20 anni fa. Anche perché qualche anno fa, ai tempi dell’università per un compito sulla disciplina di reportage di stampa, ho scelto di intervistare un reporter di guerra portoghese, dunque il fascino per questo tipo di giornalismo c’è sempre stato.

Il caso di Ilaria Alpi

Il 20 marzo del 1994, Ilaria Alpi, giornalista della Rai (al servizio del TG3) e Miran Hrovatin, l’operatore Tv che l’accompagnava, sono stati uccisi con un solo colpo ciascuno sparato alla nuca.

Certo, poteva essere una morte casuale, più comprensibile visto che è successa in uno scenario di guerra e conflitti, com’era quello in cui si trovavano a Mogadiscio, in Somalia. Invece non è stato così, c’è una brutta storia dietro.

Ilaria aveva rintracciato, nel suo lavoro d’inchiesta, un gigantesco traffico internazionale di rifiuti tossici e di armi che aveva nella Somalia un crocevia importante, come quelli che adesso sono stati scoperti in vari parti d’Italia.

L’Associazione Ilaria Alpi vuole che per il 2014 la verità sia scoperta e che si faccia giustizia. “Sappiamo quel che è successo prima e dopo, sappiamo il perché e forse anche da chi era composto il commando assassino”, dice Mariangela Grainer, la Presidente dell’Associazione, comunque “ancora non sappiamo con certezza chi ha ordinato l’esecuzione” oppure chi “ha coperto esecutori e mandanti”.

ilaria alpi press

Il giornalismo di guerra

Negli ultimi tempi, sono purtroppo più frequenti, incidenti tragici del giornalismo di guerra: giornalisti rapiti, imprigionati, uccisi. I numeri parlano da soli: 660 reporter uccisi in tutto mondo negli ultimi cinque anni.

I paesi più pericolosi al momento sono: Siria, Pakistan, India e Filippine.  “La situazione è particolarmente grave in Siria”, dove, afferma Pino Scaccia, giornalista italiano, “la sanguinosa guerra civile” ha causato la morte di oltre 50 reporter negli ultimi due anni.

A proposito della storia di Ilaria, dieci anni dopo la tragedia, Scaccia è andato a Mogadiscio, e ha intervistato Yahya Amir, avvocato, che dice di sapere tutto sulla morte di Ilaria.  “I signori della guerra hanno deciso di ucciderla perché sapeva troppo dei loro affari: armi, droga, rifiuti tossici”. Amir ha sostenuto,  nell’intervista a Pino Scaccia, che Ilaria Alpi “sapeva pure con chi facevano affari” e per questo può essere stato un “omicidio su ordinazione”.

La morte sempre vicina

Per  capire meglio tutta questa sofferenza dietro il lavoro del giornalismo di guerra, Pino Scaccia, afferma che “quando muore uno di noi, non importa la nazionalità e neppure il ruolo” si tratta sempre di “uno di noi”.

Come se fa a non avere paura a lavorare in questi posti? Il reporter italiano dichiara che “neppure il buonsenso basta” perché non è uno scenario dove tutto è pianificato su carta, le cose cambiano improvvisamente in secondi e, a volta, questi giornalisti si trovano “a un soffio dalla fine”. Comunque, possono anche non avere o essere troppo influenzati dalla paura, “ma nessuno di noi è un eroe né ha la vocazione di diventarlo”.

RTP RTP

Luís Castro, giornalista portoghese che è stato almeno in 20 guerre, mi ha confessato in una intervista, che conosci la guerra solo dopo avere ascoltato il primo sparo, “solo dopo questo sai se quello [giornalismo di guerra] fa per te o no”. Castro dice anche che non ci sono eroi e non crede che nessuno non abbia paura, “tutti noi hanno paura”, anche perché, è la paura “che ci posiziona su tutti i nostri sensi”.

Affrontare i rischi associati a questo lavoro nella ricerca della verità invece che del protagonismo deve essere il modo di lavoro di questi giornalisti. Castro mi ha raccontato che era già stato imprigionato quattro volte “due volte a Kinshasa, una volta in Guinea e un’altra nel deserto dell’Iraq”. Al reporter portoghese è stato vietato di entrare in Indonesia e Timor, è stato interrogato con una pistola alla tempia, dunque Castro dice che loro [i reporter di guerra] sanno che “la verità ha un prezzo”.

Si trovano punti in comune tra i racconti delle esperienze nelle guerre di questi due giornalisti. Entrambi non hanno mai voglia di lasciare questi scenari. Castro mi ha detto che voleva essere un reporter di guerra “sul serio”, visto che è “questo che mi piace fare”. Il reporter portoghese aggiunge “quando vado per questi scenari, lascio tutto, dimentico tutto, spendo tutto, solo con l’obiettivo di avere il reportage pronto a Lisbona per andare in onda”, solo poi pensa in se stesso, nella famiglia, dove va a dormire, dove va a mangiare.

Dall’altra parte Scaccia dichiara che “solo per il fatto di stare in mezzo all’evento, occhi e anima di tutti gli altri” può continuare a sentirsi privilegiato. Tuttavia purtroppo alcuni “pagano irrimediabilmente la grande curiosità, questa voglia di capire”.

Diventare un’altra persona

La guerra cambia sicuramente qualcuno. Per il reporter portoghese la guerra l’ha fatto tornare una persona migliore, dopo la guerra si ritorna una persona diversa.  Castro dice che vedere qualcuno morire davanti a lui non provoca più nessun impatto. “Si è banalizzato quel sentimento”.  Pino Scaccia considera che andare in guerra “sembra banale, come si va in qualsiasi altra parte”.

A proposito di questo cambiamento, Castro afferma che s’inverte l’indice e la gerarchia delle priorità, “lasciamo di avere bisogno di un cellulare ultima generazione… non ci frega niente che, nel traffico, qualcuno ci passi davanti”.  Questo può essere visto dagli altri come insensibilità o irresponsabilità, avverte il portoghese, ma nella realtà si capisce che i veri problemi “sono quelli che rimangono là”, o anche avere “un bebè a morire nelle tue braccia e non sapere cosa fare per salvarlo”.

E ora, 20 anni dopo?

Forse per l’importanza della data segnalata, l’inchiesta del caso Alpi-Hrovatin può avere ottenuto un nuovo impulso. Il governo ha annunciato che ha deciso di togliere il segreto sui documenti riguardanti l’omicidio dei due inviati del Tg3.

Il procuratore, Giuseppe Pignatone promette “un nuovo sforzo”. “Posso dire che ci impegneremo al massimo per trovare gli assassini. Da parte nostra, c’è grande attenzione. Abbiamo chiesto alla polizia giudiziaria un nuovo sforzo per identificare alcune persone, non italiane, che potrebbero riferire circostanze significative”.

Tra i misteri ancora non risolti che riguardano questa tragedia ci sono: la mancanza dell’autopsia quando le salme sono ritornate in Italia, sono sparite alcune cassette e cinque taccuini con gli appunti della giornalista, e anche il fatto che l’unico condannato, Hashi Omar Assan, poteva essere considerato “un capro espiatorio”. La madre della giornalista, Luciana Alpi, considera che “è sicuramente innocente”.  Fino ad oggi non è emerso nessun mandante. Si aspetta adesso per la verità, ancora 20 anni dopo la tragedia.

Joao Ferreira