«Sì al divieto di indossare il velo sul posto di lavoro»: la scorsa settimana i quotidiani italiani hanno riassunto in modi simili a questo la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha stabilito che non è discriminatorio proibire di indossare visibilmente, sul lavoro, simboli politici, religiosi e filosofici se una norma interna all’azienda lo prevede. «In qualche modo – spiega Ilaria Valenzi, avvocata e consulente legale della Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (Ccers) – il simbolo è uno strumento attraverso cui si crea uno stereotipo. Da questo punto di vista è molto semplice incorrere nella sovrapposizione fra un’appartenenza personale e quello che gli altri vedono di noi attraverso l’esposizione del simbolo. Per alcune confessioni la rappresentazione di sé attraverso un simbolo esterno fa parte di un percorso di ricerca personale, per altre di precetti della confessione. Bisognerebbe avere la capacità di valutare quanto l’esteriorità dell’appartenenza confessionale sia discrimine fra la scelta personale e la norma della religione a cui si appartiene. E quanto gli stati possano entrare in questa scelta, perché la trappola della neutralità potrebbe incidere in maniera molto forte sulle scelte personali».

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Immagine: via Pixabay