Il caso Riina: uno scontro tra diritto e vendetta?
Radio Beckwith evangelica

Lunedì 5 giugno la Corte di Cassazione ha pubblicato una sentenza che riguarda Salvatore Riina, detto “Totò”, uno tra i più importanti boss di Cosa nostra, la mafia siciliana, che si trova in carcere dal 1993 e condannato a numerosi ergastoli. Lo scorso anno l’avvocato di Riina aveva presentato un’istanza al tribunale di sorveglianza di Bologna in cui si chiedeva la sospensione della pena o almeno gli arresti domiciliari perché il suo assistito, che oggi ha 86 anni, è malato. Il tribunale di Bologna non aveva accolto la richiesta, ma la prima sezione penale della Cassazione, con la sentenza numero 27.766, ha deciso di annullare e rinviare l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Bologna. «Mi sembra che non sia avvenuto niente di particolarmente eccezionale», afferma Francesco Sciotto della Commissione carceri della Fcei. «I legali di Riina avevano chiesto al tribunale di sorveglianza di Bologna di considerare il fatto che le condizioni di salute del loro assistito non potessero essere trattate nel regime del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Il tribunale di Bologna aveva riconosciuto la malattia di Riina, ma aveva anche deciso che dovesse rimanere all’interno di quel regime. Ecco, la Cassazione ha ribadito al tribunale di Bologna il suo diritto di prendere la decisione, ma ha chiesto di motivarla meglio. Secondo la Cassazione, infatti, se si ammette che una persona è malata, allora non si può tout court sostenere che può rimanere nel regime di 41bis senza fornire una valida motivazione».

Continua a leggere su Riforma.it

Continua a leggere su Riforma.it