Quando si parla di migrazioni non esistono fine settimana. Gli ultimi giorni hanno portato ancora una volta notizie di persone morte o disperse nelle acque del Mediterraneo: secondo le testimonianze locali, un gommone diretto verso l’Europa è affondato al largo delle coste libiche, 60km a est di Tripoli, causando la morte di 8 persone, mentre sono 52 quelle disperse. Nella sola giornata di sabato sono state 1.650 le persone tratte in salvo in numerose operazioni di soccorso, ma la sensazione rimane quella di una generale impotenza, aggravata da norme e regolamenti che lasciano sempre ai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo la gestione del fenomeno migratorio. I problemi per chi attraversa il Mediterraneo e per chi cerca in generale di raggiungere l’Unione europea, infatti, non si esauriscono con il superamento dei pericoli in acqua: la Convenzione di Dublino, spesso definita anche “regolamento”, è stata firmata nel 1990 da 12 Paesi dell’Unione europea e riguarda il processo per chiarire quale Stato debba esaminare la domanda ed eventualmente fornire asilo a rifugiati e richiedenti asilo. Lo Stato che si fa carico della domanda e dell’accoglienza è il primo in cui il rifugiato mette piede, ma dalla crisi della “rotta balcanica” del 2015 a oggi l’inadeguatezza di queste norme è emersa in modo sempre più evidente, fino al punto di aprire contenziosi tra Stati per l’attribuzione della responsabilità.

In particolare, il caso nasce dai ricorsi presentati alla Corte di Giustizia dell’Unione europea da Slovenia e Austria a proposito delle richieste di protezione internazionale avanzate ai due Paesi rispettivamente da un cittadino siriano e da due famiglie afghane, persone che avevano raggiunto questi Paesi dopo aver attraversato la Siria, la Turchia e, percorrendo la “rotta balcanica”, dopo aver attraversato la Croazia. Nel ricorso alla Corte, Austria e Slovenia sostengono di non dover essere loro a occuparsi delle richieste d’asilo presentate dai profughi, visto che questi avrebbero attraversato illegalmente i confini esterni dell’Unione europea.

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Immagine: Unsplash via Pixabay