Ambiente, un accordo debole
Radio Beckwith evangelica

L’incontro tra i ministri dell’Ambiente dei paesi del G7 si è concluso lunedì 12 giugno con un comunicato che non sorprende, ma che cerca di rilanciare sugli impegni presi a fine 2015 alla Cop21 di Parigi, quando si adottarono nuove strategie per contenere il cambiamento climatico e i suoi effetti entro una soglia che permetta la sopravvivenza del più alto numero possibile di specie animali e di ambienti minacciati.

Con il documento finale redatto e pubblicato sul sito del Ministero dell’Ambiente, si sancisce quindi in modo ufficiale la rottura avvenuta dieci giorni fa: gli Stati Uniti, infatti, hanno rifiutato di sottoscrivere un comunicato congiunto con gli altri Paesi del G7 sul tema del cambiamento climatico, ma ha annunciato che continuerà a lavorare con i partner internazionali sui temi ambientali. Nel documento gli Stati Uniti, che sono il secondo inquinatore al mondo, non vengono mai nominati, e per i “G7 ambiente” è una prima volta assoluta. Scott Pruitt, direttore dell’agenzia statunitense Epa, Environmental Protection Agency, ha partecipato all’incontro per 5 ore e ha mantenuto la linea portata avanti da Donald Trump, che sostiene che l’Accordo di Parigi mette l’economia statunitense e i lavoratori americani in una condizione di svantaggio.

Parlando alla Casa Bianca il giorno dopo il ritorno da Taormina, Pruitt ha detto che gli Usa sono pronti a rinegoziare l’Accordo di Parigi o a scriverne uno nuovo, ma Italia, Francia e Germania avevano emesso un comunicato congiunto dicendo che non lo avrebbero mai permesso.

L’assenza degli Stati Uniti fa capire però che la vera partita era già stata giocata a fine maggio al G7 dei capi di Stato a Taormina, dove il presidente statunitense Trump decise di rompere l’accordo sul clima, annunciando l’avvio della procedura di uscita dall’intesa, che si potrà concretizzare il 4 novembre del 2020.

«Clima a parte, su tutti gli altri temi c’è accordo completo» aveva dichiarato domenica 11 giugno, alla fine della prima sessione di lavori, il ministro italiano all’Ambiente, Gian Luca Galletti, parole che suonano come un tentativo di difendere una situazione ormai ampiamente compromessa. La settimana scorsa, in vista di questo vertice, aveva anche dichiarato che «nelle sfide per l’Ambiente si vince insieme o si perde insieme», una posizione e una visione condivise dai principali Paesi dell’Unione europea, ma distante in questa fase dalle scelte statunitensi. «L’Europa in questa vicenda gioca un ruolo un po’ più autonomo rispetto ad altri argomenti – ricorda Antonella Visintin, coordinatrice del Glam, il gruppo globalizzazione e ambiente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia – e dunque mantiene la posizione sul tema. Per ciò che riguarda gli Stati Uniti, noi sappiamo già da molti anni che non vogliono stare dentro a nessun trattato. La dichiarazione che è stata fatta a tal proposito vuole di dimostrare con i fatti e non con le firme la cura dell’ambiente»

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