A differenza di molte altre, la storia delle tensioni lungo il confine tra Israele e Palestina non può essere raccontata partendo dalla fine, perché – almeno a oggi – una conclusione non esiste. Per entrare in questa storia, l’unica possibilità è partire da quello che finora è l’ultimo capitolo di una stesura che sembra molto lontana dall’epilogo. Se questa fosse una storia, una simile evoluzione potrebbe essere avvincente, ma per come condiziona la vita di milioni di persone, al di qua e al di là della frontiera, l’unica definizione possibile è quella di “preoccupante”.

Stando alle dichiarazioni rilasciate martedì 25 luglio, i fedeli musulmani di Gerusalemme continueranno a boicottare l’area della Spianata delle Moschee, dove sorge la moschea di al-Aqsa. Il presidente palestinese, Abu Mazen, ha annunciato nella stessa giornata che manterrà congelati i rapporti con Israele nonostante lo smantellamento dei metal detector che erano stati il fattore scatenante delle violenze delle ultime due settimane. «A meno che non si torni alla situazione precedente a quella del 14 luglio – ha dichiarato lunedì 24 Abu Mazen – non ci sarà nessun cambiamento».

«Dobbiamo ripartire proprio da quel che è successo lo scorso 14 luglio – afferma Lucia Cuocci, giornalista esperta della questione israelo-palestinese e collaboratrice di Protestantesimo e Rsi – quando due palestinesi hanno ucciso due militari israeliani e poi sono andati a nascondersi proprio nella Spianata delle Moschee. La risposta del governo di Tel Aviv è arrivata immediata con il divieto di accesso alla Spianata a chi ha meno di 50 anni e con l’installazione di metal detector. Questo ha scatenato una nuova rabbia portando all’uccisione di tre palestinesi, a cui ha fatto seguito poi l’uccisione di tre coloni israeliani».

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Immagine: di Mehmet Akyuz, via Flickr