Da migranti a individui con nome e cognome
Radio Beckwith evangelica

Le chiese protestanti italiani si interrogano con forza sui fenomeni migratori che coinvolgono lʼItalia e le nostre chiese. Cambiamenti importanti che impongono riflessioni sullʼaccoglienza e sulle strategie di integrazione.

Sempre più persone che frequentano i culti protestanti e condividono la fede non hanno la pelle bianca, non parlano lʼitaliano, propongono canti e musiche nuovi, raccolgono le offerte in modo differente da come siamo abituati.

Invece di erigere muri e innalzare barriere si tratta di mettere sempre più in pratica, in ogni comunità, ciò che il progetto Essere chiesa insieme propone da anni: unʼintegrazione che tenga conto delle diverse sensibilità, storie, spiritualità, attitudini, per creare spazi nuovi in cui tutti si possano riconoscere.

Si tratta, con un poʼ di buona volontà e un orecchio aperto allʼascolto, di sapere cogliere le opportunità che derivano da uno scambio di comunità, pensieri e culture.

Alessandra Trotta, diacona della chiesa metodista di Napoli Portici, racconta di essere cresciuta in una delle prime comunità che hanno sperimentato il progetto Essere chiesa insieme, quella di Palermo: «Era la fine degli anni Ottanta, i primi anni Novanta, quando ancora non cʼera la percezione che lʼItalia, fino ad allora paese di emigrazione, stava invece diventando punto di arrivo dei grandi fenomeni migratori.

La comunità di Palermo provò ad avviare progetti di integrazione attraverso lʼattività diaconale. Non si trattò soltanto di aprire le porte a nuove persone, ma di accettare la trasformazione che questo incontro apriva: ciascuno doveva essere disponibile a lasciare qualcosa indietro, in un cammino comune che portava verso nuove realtà. Mettemmo in discussione anche i momenti dei nostri culti, le nostre abitudini, e queste riflessioni ci hanno aiutato sia a riscoprire il senso di quel che facciamo, sia anche a capire che può essere bello provare modi diversi. Quando le abitudini altrui diventano anche le tue,non ci sono più stranieri accolti, ma nostri fratelli in tutti i sensi».

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