Le frontiere mobili viste da Palermo
Radio Beckwith evangelica

Le migrazioni non consentono risposte rapide e semplici, perché complesse sono le domande che pone. Questa affermazione, evidente ma non scontata, segna una delle linee conduttrici del convegno internazionale Vivere e testimoniare la frontiera, in corso a Palermo dal 30 settembre al 2 ottobre e organizzato da Mediterranean Hope, il progetto della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia impegnato da anni sulle frontiere, geografiche e politiche, interessate dal fenomeno migratorio. «Il programma rifugiati e migranti – ha raccontato Luca Maria Negro, presidente della Fcei – ha una storia antica, ma che nella sua forma attuale, quella di Mediterranean Hope non è nato a Roma, bensì proprio in Sicilia, a Lampedusa, con l’apertura nel 2014 di un osservatorio sulle migrazioni, che voleva portare all’attenzione delle chiese sorelle questa emergenza».

Pochi sono gli elementi lasciati al caso: non lo sono le date, innanzitutto, visto che la giornata del 3 ottobre sarà dedicata alla memoria. A Lampedusa si svolgerà la commemorazione del quarto anniversario della strage del 2013, nella quale centinaia di persone morirono nel Mediterraneo, un fatto che ha segnato un punto di svolta nella percezione delle migrazioni mediterranee, almeno in seno alle Chiese, ma che, vista oggi, non è riuscita fino a in fondo a mettere l’Europa di fronte al proprio fallimento in termini di valori.

Neppure i luoghi del convegno sono causali: il centro diaconale La Noce, attivo da anni in politiche di accoglienza, e Villa Niscemi, tra le sedi delle attività istituzionali dell’amministrazione comunale di Palermo, una città che, proprio secondo la direttrice del centro La Noce, Anna Ponente, «ha abolito le sue frontiere fisiche e mentali». Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ha voluto portare il suo saluto nella giornata di domenica. Nel suo intervento, Orlando ha affermato che «I migranti sono una sorta di messa in mora nella coscienza dei popoli del mondo, un richiamo forte al rispetto della persona umana. Quando qualche giornalista – racconta Orlando – mi chiede quanti migranti ci sono a Palermo, io rispondo “nessuno”. Chi arriva a Palermo diventa palermitano. Credo che la mobilità internazionale sia la più grande speranza di futuro della società di oggi, per questo nella Carta di Palermo abbiamo proposto di abolire il permesso di soggiorno. Non il passaporto, perché quello è la mia identità, ricorda che io sono persona, ma il permesso di soggiorno, che è una nuova schiavitù, una nuova pena di morte».

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Foto Gaelle Courtens