Egitto, vittime collaterali
Radio Beckwith evangelica

Nella mattina di venerdì 24 novembre la moschea al-Rawda di Bir al-Abed, una località costiera del Sinai, sulla laguna di Bardawil, è stata attaccata da un gruppo di uomini armati, che hanno ucciso 305 persone e ferite almeno 128, almeno secondo l’ultimo bilancio. Per numero di vittime si tratta del più grave attentato nella storia dell’Egitto dopo la cacciata di Hosni Mubarak, avvenuta nel 2011. La penisola del Sinai rappresenta uno degli angoli più instabili e preoccupanti del Paese e la sua posizione, quella di un ponte tra Nord Africa, Penisola arabica e Medio oriente, lo rende da decenni terreno di scontro e conquista da parte di chiunque voglia esercitare una qualche forma di controllo sulla regione.

Storicamente culla del malcontento contro il governo centrale, in particolare con le proteste delle popolazioni beduine, dopo la Primavera egiziana del 2011 ha visto crescere la presenza di gruppi jihadisti, che hanno saputo sfruttare la confusione delle varie transizioni politiche. Si pensa che, oltre a un gruppo affiliato al Daesh (o Isis), ci siano almeno alte quattro movimenti legati ad al-Qaeda attivi in questo momento, che hanno rivendicato anche la bomba del 2015 a bordo del volo MetroJet, a causa di cui morirono 224 persone, principalmente turisti russi.

Anche se la maggior parte degli attentati vengono compiuti contro la polizia e i rappresentanti dello Stato, da alcuni anni si sono intensificate anche le violenze contro la minoranza cristiana e contro i musulmani Sufi. Tuttavia, non è chiaro quanto per questi gruppi si tratti di vittime prioritarie o di “bersagli per procura”. «I numeri – spiega Giuseppe Dentice, ricercatore di Ispi e dottorando all’Università Cattolica del Sacro Cuore – non sono sempre una fotografia perfetta della realtà, ma mi sento di dire che mai come in questo caso siano un macigno, pesante e anche molto grave in termini politici».

Come mai?

«Innanzitutto perché 305 morti sono un duro colpo per il presidente al-Sisi, che della sicurezza nella lotta al terrorismo aveva fatto un vanto, in un certo senso anche un marchio di fabbrica del proprio mandato elettorato. Inoltre, continua a esserlo anche nella futura campagna elettorale, visto che tra qualche mese ci saranno le nuove elezioni presidenziali in Egitto. È anche un duro colpo alla credibilità stessa delle istituzioni egiziane, che a distanza di anni, perché il fenomeno terroristico non è nuovo in Egitto ma storicamente connaturato, nonostante gli investimenti e le misure adottate, spesso definite draconiane o liberticide dalle organizzazioni non governative internazionali. Questi attentati dimostrano che questo Paese ha ancora difficoltà nel contenere un fenomeno parzialmente limitato a una regione, anche se poi ormai ha preso piede in tutto il territorio».

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