Per i Rohingya non è ancora tempo di tornare a casa
Radio Beckwith evangelica

All’inizio di dicembre i governi di Bangladesh e Myanmar hanno raggiunto un accordo che prevede l’inizio del percorso di rimpatrio dei rifugiati Rohingya che si trovano in Bangladesh.

Spesso descritti come “la minoranza più perseguitata al mondo”, i Rohingya sono un gruppo etnico a maggioranza musulmana che vive da secoli in Myanmar, dove rappresenta una tra le 135 etnie di uno tra i Paesi con la più alta diversità al mondo. Tuttavia, a differenza delle altre, non è riconosciuta ufficialmente, e dal 1982 ai Rohingya viene negata la cittadinanza birmana, sostituita da uno condizione di apolidismo che condanna oltre un milione di persone alla clandestinità permanente.

La quasi totalità dei Rohingya in Myanmar vive nello Stato occidentale del Rakhine, al confine con il Bangladesh, una tra le regioni più povere del Paese, priva dei più elementari servizi e da cui non è permesso uscire, se non spingendosi ancora più a est, verso quel Bangladesh che considera i Rohingya immigrati clandestini. Inoltre, il governo del Myanmar, di fatto guidato dal premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, ha finora sempre evitato di toccare il tema delle persecuzioni contro la minoranza musulmana, al punto che, nella recente visita di Papa Francesco, non si è mai fatto il nome dei Rohingya, che non vengono neppure riconosciuti come gruppo etnico.

Proprio per questo, in Bangladesh si trova oggi oltre mezzo milione di rifugiati che vivono in ricoveri di fortuna e che in gran parte non sono registrati. Il Bangladesh, infatti, considera la gran parte di questi rifugiati come “illegalmente infiltrati” nel Paese, e per questo ha spesso cercato di evitare che i Rohingya attraversassero il Paese.

Tuttavia, recentemente il ministro degli esteri bengalese ha definito le violenze contro i Rohingya in Myanmar “un genocidio”. Allo stesso tempo, la Commissione per i diritti umani del Bangladesh ha detto che ha intenzione di portare il governo e l’esercito del Myanmar di fronte a una corte internazionale con l’accusa di genocidio.

Nonostante queste prese di posizione, il governo di Dhaka ha sempre rifiutato il pieno riconoscimento dei Rohingya, a cui infatti è vietato uscire dalle aree di confine e circolare nel resto del Paese. Durante una visita a un campo profughi Rohingya a settembre, la premier del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha ribadito che i Rohingya sono cittadini birmani, e proprio per questo devono poter rientrare al più presto in Myanmar.

L’accordo raggiunto il 4 dicembre dai governi dei due Paesi, pur favorendo questo processo, non convince del tutto. Secondo l’organizzazione umanitaria Save The Children, non è possibile procedere al rimpatrio dei Rohingya se prima non verrà garantita la loro sicurezza in Myanmar e se non verrà assicurata giustizia per i gravi crimini commessi.

Filippo Ungaro, direttore della comunicazione per Save The Children Italia, racconta che l’ipotesi del rimpatrio «sia concreta dal punto di vista di una dichiarazione di intenti, mentre dal punto di vista della fattibilità di questa operazione ci sono molti dubbi».

A che cosa si riferisce in particolare?

«Questa popolazione è una popolazione di perseguitati, purtroppo non bene accetti né da uno Stato né dall’altro, né dal Bangladesh né dal Myanmar. È una questione che in qualche modo va risolta, e da qui deriva la dichiarazione di voler rimpatriare questa popolazione. Alla prova dei fatti ci sono tante difficoltà di tipo operativo e soprattutto, e non lo pensiamo solo noi, devono esserci le giuste condizioni».

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