Gerusalemme capitale, la scelta di Trump ha conseguenze
Radio Beckwith evangelica

«È ora di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele». Con queste parole, pronunciate il 6 dicembre, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riacceso le luci su quello che in molti ritengono essere il vero nodo di tutto il Medio oriente: la questione dello status di Israele e della Palestina. Subito dopo l’annuncio la regione è stata come attraversata da una scossa, che ha portato in piazza migliaia di persone tra Cisgiordania, Striscia di Gaza, Libano e Giordania, ma finora non abbiamo assistito a una vera escalation, nonostante fossero in molti a temere lo scoppio di una nuova Intifada.

Luigi Bisceglia, rappresentante Paese per il Vis, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, in Palestina e Israele, vive a Gerusalemme est, nel quartiere arabo palestinese di Beit Hanina. Racconta che «rispetto ai giorni scorsi gli scontri tra i giovani palestinesi e l’esercito israeliano sono di un’intensità più lieve, anche se ogni mattina il lancio di sassi verso i soldati e la risposta dei militari con lacrimogeni e pallottole di gomma si possono vedere tanto a Betlemme quanto alla periferia di Ramallah. A preoccupare di più però è la situazione nella Striscia di Gaza, che nei giorni scorsi ha vissuto un’escalation di violenza. Sono stati lanciati alcuni razzi dalla Striscia verso il sud di Israele, alcuni dei quali sono stati intercettati dal sistema antimissile israeliano e a seguito di questo lancio di razzi l’esercito israeliano è tornato a bombardare alcune postazioni nella Striscia di Gaza».

Quasi tutti i Paesi del blocco occidentale si sono schierati ed espressi contro la decisione di Trump: gli ambasciatori di Francia, Italia, Gran Bretagna, Svezia e Germania, in particolare, hanno emesso un comunicato congiunto alle Nazioni Unite affermando che questa presa di posizione non è in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza e non aiuta le prospettive di pace nella regione. All’opposto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ritiene che la dichiarazione di Trump sia «un passo importantissimo che fa progredire il processo di pace», perché con la Palestina «non ci può essere una pace che non includa Gerusalemme capitale di Israele» e perché lo status quo della Città Santa rimane invariato. «La libertà di culto di ebrei, cristiani e musulmani – ha ancora dichiarato – verrà sempre garantita, qualunque cosa accada».

In realtà, la questione non è figlia di un’idea nata dal nulla in seno all’attuale amministrazione statunitense: il presidente Trump, infatti, si è limitato a non più rinviare l’applicazione di una legge risalente al 1995, che impone a Washington di trasferire la propria sede diplomatica in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Da 22 anni questa norma veniva prorogata ogni 6 mesi, mentre lo scorso 6 dicembre si è annunciato che nel prossimo futuro si procederà con lo spostamento.

Luigi Bisceglia, che cosa cambia con questa dichiarazione?

«De facto Gerusalemme è già la capitale dello Stato israeliano, non fosse altro che il governo, il Parlamento, la Corte suprema, sono a Gerusalemme. È solo il presidente della Repubblica che è a Tel Aviv, quindi di fatto tutti sappiamo che Gerusalemme è una municipalità israeliana. Infatti, non ci sono divisioni tra Gerusalemme est e Gerusalemme ovest, quindi io che vivo a Beit Hanina, che politicamente è Palestina, pago le tasse al comune di Gerusalemme che è israeliano, e di certo non ho gli stessi servizi dei cittadini che vivono a Gerusalemme ovest. Al di là di questo accenno di polemica, non c’era alcun bisogno di fare questa dichiarazione».

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