Foto: esterno del campo di Moria, Catherine Lenoble Tags:
Mar Egeo, vicolo cieco
Radio Beckwith evangelica

Quella che i migranti vivono a Lesbo, una tra le principali isole dell’Egeo nordorientale, «non è una vita per esseri umani». Queste le parole di un profugo siriano intervistato dall’agenzia stampa Reuters nei giorni scorsi sull’isola di Lesbo. La sua non è una storia isolata, ma è quella che caratterizza la gran parte dei migranti che negli ultimi due anni hanno cercato di percorrere la cosiddetta “rotta balcanica”, formalmente chiusa dal marzo del 2016 in seguito agli accordi tra i governi dei Paesi dell’Unione europea e la Turchia.

Per queste persone, in gran parte di nazionalità siriana, irachena e afghana, attraversare il braccio di mar Egeo che separa la costa turca dalle isole greche significa arrivare, nella migliore delle ipotesi, in campi profughi sovrappopolati allestiti in strutture inadeguate.

È il caso, per esempio, del campo di Moria, sull’isola di Lesbo, che si trova in una base militare abbandonata: concepito per ospitare al massimo 3.000 persone, ha visto crescere tutto intorno accampamenti di fortuna, al punto che oggi sull’isola si trovano circa 8.500 persone bloccate in un luogo che non ha niente da offrire loro. In totale, nelle isole di Lesbo, Chios, Kos, Samos e Leros, le più grandi tra quelle vicine alla Turchia, sono 15.000 le persone ferm in una specie di limbo. «Purtroppo – ricorda Bianca Benvenuti, Advocacy Officer di Medici Senza Frontiere – sono moltissimi anche i bambini e le famiglie e non è molto semplice definire un quadro delle persone che si trovano bloccate perché abbiamo una grandissima diversità».

Con circa 70 nuovi arrivi ogni giorno, è difficile pensare che la situazione possa migliorare senza un radicale cambio di strategia, ma il governo greco sembra non voler considerare l’opzione di migliorare le condizioni di permanenza sulle isole, affermando di temere di creare un fattore di attrazione per i profughi.

In realtà è l’accordo del 2015 a bloccare qui tutte queste persone, che prima percorrevano la rotta balcanica verso la Germania o la Svezia. Secondo quel patto, recentemente definito dal primo ministro greco Tsipras come «doloroso ma necessario», chiunque raggiunga la Grecia dalla Turchia e non sia nelle condizioni di ottenere protezione internazionale va rimandato indietro. Anche se gli arrivi sono crollati nel 2016 proprio per via dell’accordo, che ha visto anche l’allestimento di campi profughi in Turchia e ha rappresentato un forte disincentivo alla migrazione verso l’Europa, il protrarsi delle crisi mediorientali ha fatto sì che le partenze aumentassero di nuovo. Negli ultimi quattro mesi, gli arrivi sulle isole greche sono aumentati del 27% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

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Foto: esterno del campo di Moria, Catherine Lenoble