Spese militari, un settore che non conosce crisi
Radio Beckwith evangelica

Presentato il 1 febbraio, il rapporto Milex 2018 sulle spese militari italiane offre ogni anno la possibilità di valutare le tendenze in corso nelle scelte di bilancio dei nostri governi. L’edizione 2018, liberamente consultabile sul sito dell’Osservatorio Milex, racconta di un’Italia che ha accelerato sulle proprie spese nel campo della Difesa, ma c’è dell’altro: nel rapporto, infatti, si ragiona anche sugli F-35, un investimento che finora ha raccolto più critiche che ordinativi, e i costi della “servitù nucleare” legata alle spese di stoccaggio e sorveglianza delle testate atomiche tattiche americane B-61 nelle basi italiane, che costano 23 milioni ogni anno soltanto per l’aggiornamento delle apparecchiature di sorveglianza esterna e dei caveau contenenti le venti testate all’interno degli undici hangar nucleari della base bresciana.

Il settore della Difesa, dunque, vive un evidente trend di crescita, come racconta Enrico Piovesana, che ha curato la stesura del rapporto insieme a Francesco Vignarca, della Rete Disarmo. «Nelle ultime tre legislature, quindi dal 2006 a oggi», racconta infatti, «abbiamo avuto una fase di forte crescita fino alla crisi del 2008, poi, mentre tutte le altre voci di spesa pubblica si contraevano, c’è stata una stabilizzazione, mentre dal 2015 si è entrati in una nuova fase di crescita. Il bilancio preventivo del 2018, sottolineo preventivo perché a consuntivo c’è sempre un ritocco verso l’alto, parla di 25 miliardi di euro, quindi un 4% in più rispetto al 2017, mentre rispetto al 2015 parliamo quasi del 9%. È una crescita che è stata avviata dal governo Renzi e proseguita con il governo Gentiloni, una dinamica che, vista nell’ottica delle ultime tre legislature, ha visto una crescita del 26%, quindi davvero forte. Se esaminata in termini di rapporto tra la spesa e il Pil, anche qui c’è un evidente aumento: si era partiti da un 1,2% rispetto al Pil nel 2006 e siamo ormai all’1,4/1,5%, a seconda di quello che saranno poi le effettive performance dell’economia italiana del 2018».

Eppure siamo ancora lontani dal 2%, che è la quota che la Nato, di cui facciamo parte, continua a chiedere. È possibile che ci si arrivi un giorno?

«Il 2% della Nato è inverosimile, al punto che la stessa Difesa italiana dice che è impossibile arrivare a quel livello, perché vorrebbe dire aumentare le spese militari di 10/15 miliardi l’anno, cosa che tutti i Paesi europei sanno bene che non verrà mai raggiunto. Eppure, la tendenza di crescita sembra prendere a pretesto il soddisfare i parametri Nato, sia per quanto riguarda le spese militari in generale, sia per quanto riguarda il solo bilancio della Difesa, che è comunque di 21 miliardi di euro e che ha segnato un +3,4% nell’ultimo anno».

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