Le vittime silenziose dell’uranio impoverito
Radio Beckwith evangelica

Lo scorso 7 febbraio è stata approvata la relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito, che ha affrontato alcuni tra i nodi più rilevanti legati soprattutto all’aspetto epidemiologico dell’esposizione al più noto tra i materiali radioattivi utilizzati in campo militare.

La relazione finale, che ha ottenuto dieci voti a favore e due contrari, ha riconosciuto il nesso tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie e ha affermato che i militari italiani impegnati in Italia e nelle missioni all’estero «sono stati esposti a sconvolgenti criticità» sul fronte della salute e della sicurezza del lavoro, che hanno «contribuito a seminare morti e malattie».

La storia dell’esposizione all’uranio impoverito in scenari militari non è una novità: le prime indagini, infatti, risalgono all’inizio del 2000, quando si cominciò a studiare i possibili effetti del materiale contenuto nelle munizioni usate dalla Nato nei Balcani occidentali, in particolare in Kosovo. Secondo l’Osservatorio militare sono 352 gli uomini delle forze armate italiane morti per effetto dell’esposizione all’uranio impoverito e oltre 7.000 quelli che si sono ammalati, colpiti prevalentemente da carcinoma polmonare.

L’uranio impoverito, che è uno scarto del processo di arricchimento dell’uranio naturale utilizzato come combustibile, ha caratteristiche fisiche tali per cui viene spesso utilizzato nelle munizioni anticarro e nelle corazze di alcuni sistemi d’arma, vista la sua alta capacità di penetrazione, ma i suoi vantaggi bellici hanno effetti negativi che non si possono ignorare.

La Commissione presieduta dal deputato del Partito Democratico Gian Piero Scanu, non ricandidato, è stata la quarta Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, ed è stata istituita, come racconta il presidente Scanu, «perché i lavori della terza, per quanto svolti con notevole alacrità, non avevano permesso di pervenire a una proposta di tipo normativo che fosse la conseguenza di un’azione di inchiesta ancora più importante, più penetrante, all’interno di una giurisdizione domestica che è quella costituita dal mondo militare».

Finora quindi come ci si muoveva?

«Si è sempre utilizzato il potere della magistratura, e noi stessi lo abbiamo utilizzato in numerosissime circostanze in quanto veicolo necessario. La Commissione è lo strumento che è stato individuato per porre fine, auspicabilmente in maniera definiva, a una gravissima serie di problemi che afferiscono alla salute, alla vita, dei militari, alle loro famiglie, al funzionamento dei poligoni di tiro. Sono tutte condizioni, situazioni e problemi che possono sembrare di parte, ma che in verità ci coinvolgono come popolo».

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