Gerusalemme, la protesta del Santo Sepolcro non è solo questione di tasse
Radio Beckwith evangelica

Con una decisione quasi senza precedenti, la chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme è stata chiusa domenica dalle autorità cristiane della città per protestare contro le misure fiscali che la municipalità locale vorrebbe applicare ai loro beni e contro un progetto di legge della Knesset, il Parlamento israeliano, che riguarda terreni e immobili di loro proprietà.

Il patriarca greco-ortodosso Theophilos III, il Custode di Terra Santa Francesco Patton e il patriarca armenoNourhan Manougian hanno deciso di chiudere la chiesa del Santo Sepolcro per evidenziare la dimensione discriminatoria del provvedimento municipale, l’imposizione dell’arnona sui beni di proprietà cristiana non strettamente legati alle attività di culto. È un tema di cui si parla da diversi anni, mai applicato dalla municipalità di Gerusalemme, che riguarda esclusivamente le chiese cristiane. In un comunicato congiunto pubblicato dai leader religiosi delle comunità cristiane di Terra Santa si parla di una «sistematica e offensiva campagna» che «ha raggiunto un livello senza precedenti». Secondo i vertici cristiani, l’idea di tassare i beni di proprietà delle chiese cristiane è «contrario alla posizione storica delle Chiese nella città santa di Gerusalemme e la loro relazione con le autorità civili».

A prima vista, si tratta di un dibattito non così lontano da quello in corso in Europa da parecchi anni e che vede al centro in particolare i beni della Chiesa cattolica in Italia e in Spagna, oggetto questi ultimi anche di una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea. La questione, piuttosto sfumata e di difficile lettura, è quella di tracciare una linea tra che cosa sia attività di culto e cosa invece ricada nelle attività commerciali. Tuttavia, mentre nei Paesi latini d’Europa riguarda in particolare la chiesa che rappresenta la grande maggioranza, quella cattolica, in Terra Santa va a colpire una minoranza, con conseguenze molto differenti. «Qui le chiese cristiane – spiega Luigi Bisceglia, rappresentante Paese per il Vis, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, in Palestina e Israele – sono una sparuta minoranza. Penso che a Gerusalemme ormai non ci siano più di diecimila cristiani, sommando tutti i fedeli delle varie Chiese». Se questa norma entrasse in vigore, sul territorio della Terra Santa i vari patriarcati temono di non poter più continuare a sopravvivere gestendo varie attività collaterali al culto, ma anche qui il confine nella natura dei beni gestiti è difficile da stabilire. «Come si fa – afferma Bisceglia – a definire le scuole cristiane un’attività commerciale, dal momento che la maggior parte delle famiglie paga delle rette molto ridotte? Il fatto che il comune di Gerusalemme voglia aumentare i propri introiti a livello fiscale è comprensibile, ma non lo è il fatto che si utilizzino questi metodi coercitivi, interrompendo il dialogo e forzando il più possibile la mano, perché dal punto di vista dei patriarcati significa voler indebolire ancora di più la presenza dei cristiani a Gerusalemme».

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