Rohingya, sei mesi dall’esodo
Radio Beckwith evangelica

La scorsa estate, mentre l’Italia si scontrava sulle migrazioni nord-sud nel Mediterraneo, l’informazione italiana si era trovata a scoprire quasi all’improvviso un fenomeno di proporzioni decisamente superiori ma geograficamente lontano: l’esodo della minoranza Rohingya, costretta da anni a lasciare lo Stato del Rakhine, in Myanmar, per attraversare il confine e raggiungere Cox’s Bazar, distretto meridionale del Bangladesh.

Non riconosciuti come minoranza in Myanmar, uno tra i Paesi con la maggior ricchezza etnica e linguistica al mondo, i Rohingya vengono considerati dalla maggioranza buddhista come immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh e proprio per questo spinti verso l’esterno. In questi sei mesi, oltre 700.000 persone hanno attraversato il fiume Naf per andare a vivere nei numerosi campi, formali e informali, che si sono creati lungo il confine in attesa di una soluzione.

Tuttavia, a oggi quella soluzione non esiste: nonostante le grandi aspettative per il passaggio di consegne tra la giunta militare e il nuovo governo birmano, guidato nei fatti dalla premio Nobel Aung San Suu Kiy, che svolge il ruolo di Consigliere di Stato, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente, per i Rohingya non c’è alcun riconoscimento di uno status nel Paese.

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