Di nuovo in cammino per il Congo
Radio Beckwith evangelica

La Repubblica Democratica del Congo è il simbolo paradossale di uno sfruttamento che non è mai terminato: ricco di risorse naturali come pochi altri luoghi al mondo, ma contemporaneamente uno dei luoghi più poveri e più violenti. «Il paradiso è diventato sempre più un inferno», raccontava alcuni anni fa John Mpaliza, un ingegnere informatico nato proprio nella Repubblica democratica del Congo, che da 23 anni vive in Italia e che a partire dal 2013 è diventato Peace walking man, un camminatore per la pace. Oggi le violenze nel Paese, che si protraggono da almeno due decenni, sembrano crescere ancora.

Proprio per questo, domenica 22 aprile è partita da Reggio Emilia una nuova iniziativa, nata dal comitato Stand4DRCongo, costituito da 30 studenti delle scuole della zona, con cui si vuole rompere il silenzio sulla condizione del Paese e dei suoi cittadini. La marcia, che arriverà il 26 maggio a Ginevra, ha l’obiettivo principale, spiega John Mpaliza, di «arrivare alla sede Onu con una lettera scritta dagli studenti e che sarà consegnata alla Commissione Diritti umani e indirizzata al Segretario generale dell’Onu». Con questa iniziativa si chiede che le regole di ingaggio della missione Monusco, la missione Onu per la stabilizzazione del Congo, che comprende 20.000 caschi blu da quasi due decenni, vengano modificate in modo che possano realmente e concretamente intervenire a protezione della popolazione. «Le persone – prosegue Mpaliza – vengono sgozzate, le donne vengono violentate e questo avviene da ormai vent’anni in silenzio ma sotto l’occhio vigile proprio dell’Onu».

Situata al centro del continente africano, la Repubblica democratica del Congo è uno dei Paesi più ricchi di risorse minerarie al mondo. Una leggenda racconta che Dio, mentre stava creando il mondo, sia inciampato nel Kilimangiaro e il sacco pieno di minerali che aveva sulla testa si sia rovesciato sul Congo. Questa ricchezza nel corso dei decenni è diventata una disgrazia, attirando gli interessi di quasi tutti i paesi occidentali, interessati a imporre il proprio controllo sull’estrazione delle risorse, arrivando a supportare i conflitti e a finanziare i guerriglieri per tenere bassi i costi di estrazione. Al centro di tutto, la complicità del governo di Kinshasa e del presidente Joseph Kabila, il cui ultimo mandato costituzionale è scaduto il 19 dicembre 2016 e che a tutti gli effetti guida il Congo in modo illegittimo.

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