Una firma attesa vent’anni
Radio Beckwith evangelica

Una firma è poco più di una linea tracciata su un foglio. Una linea a volte confusa e complessa, quasi come il percorso che porta alla decisione di tracciarla. Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, e il presidente eritreo, Isaias Afwerki, hanno deciso di apporre la loro firma su una dichiarazione con cui si pone fine allo stato di guerra tra i due Paesi, in vigore dal 2000.

Una firma non cancella le tracce di sangue e odio scavate in questi vent’anni, ma proprio come una linea può segnare un “prima” e un “dopo”.

In realtà, i primi passi avanti erano stati compiuti prima che questa linea venisse tracciata, ovvero ad aprile, con l’insediamento del nuovo primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, primo leader del Paese ad appartenere al gruppo etnico degli Oromo, maggioritario ma escluso da tutti i ruoli di potere. Ahmed, subito dopo aver giurato come primo ministro, aveva dato segnali di apertura verso l’Eritrea nel quadro di una dichiarata volontà di risolvere alcune tra le storiche questioni che dividono l’Etiopia, uno tra i Paesi con la più alta crescita economica al mondo ma inserito in un contesto geopolitico molto sfavorevole.

A giugno, il processo di riavvicinamento aveva segnato una nuova tappa grazie alla dichiarazione del primo ministro Ahmed, che aveva sorpreso gran parte della diplomazia internazionale affermando che il suo governo avrebbe rinunciato alle rivendicazioni territoriali in Eritrea, ovvero alle cause dell’inizio della guerra tra i due Stati nel 1998.

Il conflitto tra i due paesi, infatti, era cominciato vent’anni fa. Dopo aver ottenuto l’indipendenza dall’Etiopia nel 1993, l’Eritrea era riuscita a mantenere normali relazioni con Addis Abeba, fino al 1998, quando scoppiò una disputa territoriale relativa ai confini tra i due Paesi e il possesso della città di Badme. Nella guerra furono uccise circa 80.000 persone e decine di migliaia lasciarono le proprie case. Inoltre migliaia di famiglie vennero separate. Pur firmando l’accordo di Algeri del 2000, con il quale venne costituita la Eritrea-Ethiopia Boundary Commission che nel 2002 chiuse la propria indagine assegnando Badme all’Eritrea, l’Etiopia non aveva mai ritirato l’esercito dalla città, mantenendo aperta la condizione di conflitto. Questo status ha finito negli anni per legittimare il dittatore eritreo, Afwerki, a sfruttare la minaccia militare per costruire uno Stato tra i più chiusi e repressivi al mondo, in cui le condanne avvengono senza processo, il servizio militare dura a tempo indeterminato e non esistono né un’opposizione né un sistema di informazione indipendente.

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