Il mito della motocicletta come arte
Radio Beckwith evangelica

Dal modello di Easy Rider, che dà il titolo alla mostra, gli esemplari di due ruote in mostra sono più di cinquanta; modelli, firme e colori diversi che caratterizzano le carrozzerie sotto i riflettori delle Scuderie Juvarriane, alla Venaria Reale, fino a febbraio dell’anno prossimo. Si parla di opere di ingegneria e di design frutto di una ricerca tecnologica e stilistica, ma anche di indagine da parte dell’arte e della cultura che, da quando esiste la motocicletta, non hanno potuto ignorare la portata rivoluzionaria che questo mezzo, ma soprattutto gli amanti delle due ruote, hanno portato nell’immaginario collettivo. Un mezzo per partire, emanciparsi; sogno di viaggi e luoghi ancora da scoprire. Né i tanti centauri, né gli artisti e tanto meno i curatori possono essere esenti dal fascino che le moto possono esercitare. Di questo percorso parla il curatore, Luca Beatrice.

Di che cosa diventa simbolo la motocicletta?

«Innanzitutto di un grande desiderio di libertà. Dalla prima Vespa fino a una Superbike che va talmente veloce da dover fare attenzione; chiunque abbia provato a guidare una moto, Harley o Ducati, che fosse una moto italiana o giapponese, saprà esattamente di cosa sto parlando. Un desiderio di aria, di spazi aperti, che indubbiamente è diventato un grande mito non solo per gli esperti del settore ma per chiunque ami la cultura.

Sicuramente l’esperienza personale ha un peso. Io ho il ricordo di essere cresciuto su una motocicletta, prima da passeggero, quand’ero molto piccolo con mio padre, appena ho potuto da solo. Adesso sono felicemente in sella a un’Harley ma non disdegno assolutamente altre moto di altre forme, nazionalità, stili».

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