Riforma penitenziaria: a che punto siamo?
Radio Beckwith evangelica

In un recente articolo pubblicato sul suo blog, il comico e garante del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, è tornato su un tema non del tutto nuovo per lui e per il movimento da lui fondato: il carcere. Sin dal titolo del suo intervento, Un mondo senza carceri, è chiara la sua posizione.

Il sistema dell’esecuzione penale nel nostro Paese poggia ancora su una legge del 1975 e questo fa dire a Grillo che è «antico come il mondo e non funzionante». «Il vero problema – aggiunge poi – sono i recidivi», ovvero i detenuti che tornano in carcere dopo esserci già stati. Sulla base della considerazione per cui quasi due persone su tre (il 63%) tra quelle che si trovano in un istituto penitenziario lo avevano già frequentato in precedenza, per Grillo la reclusione «non funziona».

Tuttavia, se la sua posizione è piuttosto netta, non è scontato comprendere quale sia la visione del sistema penale in seno al Movimento 5 Stelle. Proprio nelle ore precedenti alla pubblicazione di questo articolo, infatti, le Commissioni Giustizia del Senato e della Camera, una dopo l’altra, avevano bocciato la riforma del sistema penitenziario, sulla quale il ministro Alfonso Bonafede, appena insediato, aveva espresso la propria contrarietà.

Il riordino dell’esecuzione penale era stato avviato dal suo predecessore, Andrea Orlando, che l’aveva inserito nella riforma della giustizia, approvata dal Parlamento il 23 giugno 2017. Il Consiglio dei Ministri scriveva che «il provvedimento ha principalmente l’obiettivo di rendere più attuale l’ordinamento penitenziario previsto dalla riforma del 1975, per adeguarlo ai successivi orientamenti della giurisprudenza di Corte Costituzionale, Corte di Cassazione e Corti europee», in particolare «riducendo il ricorso al carcere in favore di situazioni che, senza indebolire la sicurezza della collettività, riportino al centro del sistema la finalità rieducativa della pena indicata dall’art. 27 della Costituzione». Il riferimento è al terzo comma, «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Stando ai tassi di recidiva citati prima, è chiaro che il sistema non svolge questa funzione.

Continua a leggere su Riforma.it