L’immobilismo su Dublino non serve nemmeno al governo italiano
Radio Beckwith evangelica

«Chiuderemo gli aeroporti». Alla fine della scorsa settimana il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, ha annunciato che non avrebbe permesso alla Germania di riportare in Italia i migranti che, secondo il Regolamento di Dublino, avrebbero dovuto rimanere nel nostro Paese dopo aver presentato qui la domanda di protezione internazionale.

La questione ruota intorno al concetto di “Paese di primo ingresso”, prevista nell’attuale formulazione del Regolamento di Dublino: chi entra in Europa attraverso un Paese, normalmente l’Italia, la Grecia o la Spagna, nel quale viene identificato e nel quale presenta la propria richiesta d’asilo, dovrebbe rimanere nel territorio di quel Paese fino al termine della procedura.

Ma il condizionale è necessario, perché molti di coloro che intraprendono un percorso migratorio considerano il nostro Paese come un territorio di transito, e dopo aver presentato la domanda di protezione si spostano in altre aree dell’Europa, soprattutto Germania e Svezia.

Le persone che presentano la propria richiesta d’asilo in Italia non possono essere trattenute in strutture detentive, e va garantita loro la libertà di circolazione; tuttavia, secondo il Regolamento di Dublino devono rimanere all’interno del Paese di primo ingresso, e gli altri Paesi hanno il diritto di rimandarli lì nel caso in cui li dovessero trovare sul proprio territorio. Sempre in base a questo accordo internazionale, l’Italia non può opporsi a questa prassi.

Per dare concreta applicazione ai trattati e per facilitare il ritorno dei richiedenti protezione internazionale, lo scorso agosto il governo tedesco ha firmato due accordi con la Spagna e con la Grecia, che come l’Italia sono due Paesi di primo ingresso. Questa negoziazione era stata fortemente voluta dalla Csu, il partito conservatore della Baviera alleato della Cdu di Angela Merkel, che con il ministro dell’Interno Seehofer da tempo chiede politiche più dure sull’immigrazione. Nelle ultime settimane la Germania ha cercato di concludere un accordo simile con l’Italia, senza però riuscirci. Tuttavia, i ritorni forzati di persone dalla Germania vanno avanti da mesi, principalmente con voli di linea o treni: nel 2017 i ritorni di dalla Germania all’Italia sono stati 1.004, mentre nel 2018 sono già 2.281. Le richieste di riammissione della Germania all’Italia sono però molto superiori, oltre 10.700 soltanto nel 2018, ma solo una parte del totale viene poi eseguita, sia per difficoltà organizzative, sia perché molte persone riescono a sfuggire alle autorità tedesche.

Negli ultimi giorni, la questione ha avuto una nuova rilevanza: si è diffusa la notizia che il governo tedesco aveva organizzato dei voli charter per riportare in territorio italiano i cosiddetti “dublinati”, e domenica 7 ottobre il ministro Salvini ha pubblicato un post su Facebook affermando di non essere disposto ad accogliere alcun migrante dalla Germania, e ha minacciato di chiudere gli aeroporti «come abbiamo chiuso i porti».

Elly Schlein, eurodeputata di Possibile, gruppo dei Socialisti&Democratici, che a fine 2017 era stata la relatrice della riforma del Regolamento di Dublino approvata dal Parlamento europeo, spiega che «è una non-notizia, perché al di là delle modalità sono già arrivate 2.200 persone, silenziosamente, senza che il ministro Salvini sentisse la necessità di farne proclami o post su Facebook».

Stiamo parlando di un’applicazione rigorosa dell’esistente versione del Regolamento di Dublino?

«Sì, e rappresenta la doppia ingiustizia del Regolamento, che sta proprio in quel criterio ipocrita del primo Paese di accesso irregolare, quello che siamo riusciti a cancellare con un voto storico del Parlamento europeo. Questo criterio non solo blocca i richiedenti asilo nei Paesi di primo arrivo, dove spesso non hanno legami e non vogliono nemmeno restare, ma permette anche a tutti gli altri Paesi europei, che se ne sono molto giovati in questi anni, di rimandare indietro tutti coloro che sono entrati in Europa dall’Italia. È un’ingiustizia insopportabile, perché se stiamo nell’Unione europea ha senso che condividiamo equamente le responsabilità, anche su chi arriva e sull’accoglienza, così come chiedono già gli articoli 78 e 80 del Trattato dell’Unione europea».

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